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Il vaccino per il paziente economico

Il vaccino per il paziente economico

Concludiamo oggi con la quattordicesima puntata il dossier “Coronavirus: sfide e scenari” con l’analisi di Verdiana Garau sulla ricerca di un “vaccino” per la crisi economica in corso: quali sono le migliori esperienze su scala globale e quali le sfide per l’Italia?

Trovare un vaccino per il paziente economico?  L’Occidente sembra versare in condizioni ancora critiche e pare non aver mai recuperato dalla Grande Recessione del 2008 da quando, con l’annunciarsi del III millennio, è crollato sotto le sofferenze dei titoli subprime e del mercato immobiliare.

Il CoVid-19 ha enfatizzato questa sofferenza, ha fatto da detonatore e il problema si è oggi micronizzato, mentre assistiamo ad un vero e proprio fall-out di particelle problematiche.

Cosa sta davvero accadendo? Mancano le competenze per affrontare la crisi?

Contestualizzare gli eventi e fare previsioni per agire proattivamente, parrebbe molto difficile.

Sarebbe necessario acquisire la capacità di leggere e maneggiare le cronologie storiche, oltre che saper leggere i bilanci.

A chi affidarsi adesso per affrontare un problema che è di portata epocale?

Pensiamo agli interventi mediatici dei virologi: sappiamo che quegli interventi sono retribuiti, Ilaria Capua prende 2000€ + IVA ad apparizione in TV e anche Burioni viene pagato, pur viaggiando su altre cifre, dipende dal contesto.  Ma così cresce lo sconforto e la percezione del messaggio che arriva al pubblico resta contraddittoria.

Tutti i centri di ricerca, così come le Università, sono così messe in discussione.  Non siamo noi che ci dobbiamo appellare al futuro, ma è il futuro che ci sta chiedendo di attrezzarci per il mondo di domani, che è già oggi, in cui le competenze tecnologiche sono e saranno alla base del sapere, necessarie per poter gestire e  gestirci nel contesto globale.

Geopolitica, innanzitutto

Il virus è problema geopolitico? Sì lo è. Tutte le sue conseguenze sono diventate di portata globale, oltrepassano i confini e raggiungono tutti. Fu DSK, Dominique Strauss Kahn, politico francese che ha guidato il FMI, -personaggio certamente ambiguo, travolto anche da scandali sessuali- che pronunciò di fronte allo stesso FMI un’affermazione che suscitò altrettanto scandalo:  “Il dominio del Dollaro è finito. Il mondo unipolare è terminato.”

Si era già intuito che il paniere di monete per l’acquisto di petrolio, non poteva reggere più soltanto sul Dollaro. In quegli anni, ad esempio, vennero avanzate proposte per quotare il petrolio dell’Iraq in Euro.  Facendo un passo indietro e osservando il grafico che illustra come il potere di acquisto americano sia andato a crescere – e soltanto a crescere, nell’arco di tempo dal 1865 fino al 1978, quindi lungo tutto un intero secolo, – fatta eccezione per un segmento di stallo sull’immediato secondo dopoguerra in cui poi l’economia venne brillantemente rilanciata da Franklin D. Roosvelt, sappiamo che il 1978 sancì il principio della fine della Guerra Fredda. Per essere ancora più precisi, questa comincia a perdere forza nel 1973, quando gli americani tentano, attraverso la famosa “diplomazia del ping pong” con Nixon e Kissinger, di spaccare il blocco comunista.

Da quel momento le fabbriche americane cominciano a spostarsi da Detroit a Shanghai.

Il debito americano, per come lo vediamo, non si calcola nel suo deficit pubblico, ma è reale e pro-capite. Ad essere indebitati sono tutti i singoli cittadini, che non riescono a pagare le rate di ciò che acquistano e che oggi fanno le file per ricevere un pacco alimentare, dove questa situazione con il CoVid-19 si è enormemente accentuata.

In confronto il problema del debito italiano parrebbe una quisquilia.  E mentre aumentava il debito privato negli Stati Uniti, in Europa aumentavano le difficoltà dei Paesi che male sono riusciti a gestire il loro deficit pubblico in rapporto al cosiddetto spread.

Da qui, consequenzialmente, sono nati i dissapori tra i vari Paesi europei, dove Germania e Olanda sono state dipinte come i nemici peggiori della tenuta comunitaria.  Nel caso dell’Italia però, è doveroso più che mai sostenere che la faccenda sia stata affrontata in modo del tutto acritico e che tutto il denaro che dall’Europa, grazie al sistema europeo, l’Italia ha ricevuto, lo ha ricevuto potendo anche sostenere l’enorme debito in aumento, e grazie proprio a Paesi come la Germania, che hanno le spalle larghe e che hanno investito a lungo termine sul proprio sistema.

La mutualizzazione del debito, – come l’idea sugli eurobond partorita da Giulio Tremonti e Jean-Claude Juncker, – e quindi una sua ridistribuzione a livello europeo, non poteva certo avvenire all’interno di questo frammentato e diseguale scenario. La BCE di Draghi è stata anche accusata per un momento dalla Germania di violare i trattati costituzionali. Il Q.E. quantitative easing di Draghi infatti, aumentava il denaro in circolazione e facilitava l’acquisto dei titoli di Stato: ma la BCE avrebbe dovuto avere in pancia il debito dei Paesi in parti percentuali uguali e questo, purtroppo, non è avvenuto.

La mossa speculativa che poi si è verificata su Piazza Affari all’indomani delle dichiarazioni della Lagarde qualche mese fa, andrebbe compresa in retrospettiva e valutata meglio alla luce di quanto precedentemente abbiamo detto.

Virus, vaccino economico e mondo multipolare

L’Europa risulta sotto attacco e quell’attacco speculativo viene sferrato da coloro che non vogliono assolutamente, e rigettano, l’idea di un mondo multipolare.

Ci sono Paesi nel mondo in cui le difficoltà si fanno sentire e sono sempre più evidenti.

In una recente e bizzarra classifica su Forbes, a risultare tra i primi Paesi che meglio hanno gestito l’emergenza CoVid-19, non troviamo né l’Italia, né gli Stati Uniti: ci sono Israele al primo posto, poi la Germania, seguita dalla Corea del Sud e dalla Cina.

Perché questi Paesi, pur considerando le differenze particolari tra loro, non hanno subìto il virus allo stesso modo?  Interessante è il paragone che si può tracciare tra Italia e Corea del Sud, due Paesi che tutto sommato risultano simili, per estensione e popolazione, lasciando da parte gli altri come Israele che conta appena 8 milioni di abitanti o la Cina in cui il sistema dittatoriale non permette di fare le stesse analogie.

La Corea del Sud di oggi, ricorda molto l’Italia degli anni ‘50-‘60, quelli del boom economico, in cui la politica industriale era tenuta in alta considerazione, se pensiamo a Eni, Iri, Enel e alla base dell’apparato parastatale che permise il rilancio economico del nostro Paese.

Si potrebbe azzardare a dire che sia la Germania dal 2018 che stia pensando di staccare la spina dal resto dell’Europa; è probabile, ad oggi le condizioni per la tenuta dell’intero continente poggiano sulle sue spalle e la scelta è difficile.

Lo stesso Schäuble, già Ministro delle finanze tedesco, si mostrò a suo tempo euroscettico, e immaginava una Europa ohne Italia, Spagna, Francia, Irlanda e Grecia. Questi ultimi Paesi citati infatti, non riescono ad impiegare le loro risorse per un vero progetto di investimenti che non guardi soltanto alle scuole e le università, ma soprattutto la  ricerca.

L’ottimo risultato della Corea

Non è un caso, tornando alla Corea del Sud, che quel piccolo Paese nato dal disastro totale e recuperato grande dignità in modo assolutamente brillante, sia riuscito a tener testa alla crisi pandemica e a gestire l’emergenza in modo senza dubbio eccellente.

I dispositivi elettronici più diffusi che utilizziamo, parlano o americano, (anzi sino-americano), o coreano: si pensi ad Apple e Samsung.

In Corea del Sud, la presenza del privato è fortissima ed è questa spinta che ha generato sviluppo, ricerca, investimenti e posti di lavoro, grazie ad una solida base statale e al monitoraggio da parte dello stesso Stato, dove alla politica di industrializzazione si è affiancata quella della scelta della politica industriale.

A ciò, si aggiunge il sistema scolastico, che poggia su un’educazione di base in cui la responsabilità dello studente è la sua stessa forza.

I coreani sono ben consci del fatto che il loro futuro accademico e professionale dipende dalla loro formazione scolastica.

In Italia, l’Università presenta delle mancanze e un lassismo che non permette la piena e corretta formazione dello studente. Per fare un paragone: l’ingresso a numero di chiuso a Medicina molto probabilmente verrà presto abolito. Con l’introduzione di quota 100 e il prepensionamento, molti medici di lungo corso ed esperti sono persino venuti a mancare in questo settore, che oggi più di ieri ci siamo resi conto essere fondamentale e strategico.

L’ingresso a numero chiuso prevede in Italia la selezione di 1 studente su 12. In Corea del Sud 1 su 30, e in alcuni casi, la selezione arriva ad 1 studente su 100.

La domanda sorge spontanea. Bocciare uno studente in Italia è responsabilità di un professore non di poco conto: significherebbe tra le altre cose costringere quello studente a ripagare le tasse scolastiche per un anno in più.

Ma cosa fare se quello studente dimostra di non conoscere nemmeno correttamente i confini geografici del suo Paese, ammesso anche che abbia studiato abbastanza bene il resto?

Su che basi poggiamo?

Il bivio italiano

L’Italia si trova ad un bivio: o decide di trovare una vera formula per costruire una classe dirigente che abbia carattere e che non sia una task force di centinaia di uomini che non sono riusciti in un mese a sviluppare un solo progetto di lunga durata, – perché di questo si sta parlando, di un progetto di lunga durata per almeno i prossimi trenta anni- oppure è finita.

Il Governo basa le sue decisioni sul parere degli scienziati? Come ci fa sapere il Prof. Giannuli, si è scoperto che su 5 medici, (in una task force più numerosa), con competenze specifiche epidemiologiche risultano solo in 3. 

Inoltre, tra questi scienziati, vi sono prevalentemente amministratori. Non sono presenti psicologi, che in una pandemia di questa portata forse sarebbe utile. Non è presente un medico del lavoro, e come si potrebbero ricevere istruzioni sulle modalità di svolgimento del lavoro in fabbrica in queste condizioni da CoVid-19, senza “l’esperto”?  

Il comitato tecnico scientifico, in definitiva, non ci ha dato un solo numero valido.

E quindi, dove sta la scienza? Si aggiunge il comportamento goffo e inutile della nostra Pubblica Amministrazione italiana, che non riesce a coordinarsi nemmeno sulle erogazioni della cassa integrazione.

Siamo passati dalle grandi politiche infrastrutturali degli anni ’60, attraverso le politiche di reddito e di rigore degli anni ’80, e oggi cosa abbiamo?

Purtroppo non  possiamo contare su una piattaforma politica solida, tanto che persino tutti i populisti messi insieme non raggiungono il 60% del consenso.

Pensate adesso se fossimo usciti dall’Euro con un mondo che si sta piegando sulla chiusura e il protezionismo e ancora più in difficoltà a cause della pandemia. Avremmo retto la competizione?

Una moneta più debole aiuta sì le esportazioni, ma come avremmo retto sui mercati alla luce anche di questo stallo di domanda e offerta che stiamo vivendo?

Lasciamo così che gli altri Paesi ci comprino, e che se non si tratta di Cina, si tratterà di Paesi come la Germania, fatto che si è infatti già verificato in Grecia. Il CoVid-19 è l’occasione per ripensare seriamente cosa fare del nostro Paese, da qui ai prossimi cinquanta anni.

La mobilitazione deve essere pari ad una “mobilitazione bellica” nei termini delle risorse umane ed economiche disponibili, della piena consapevolezza dell’opinione pubblica, di un efficace coordinamento tra pubblico e privato. E per farlo occorre liberarsi dei tanti luoghi comuni che hanno anestetizzato e reso per lo più sterile il dibattito politico degli ultimi decenni.

Ovvero, serve più patriottismo economico, come lo ha definito il Prof. Santangelo. Sempre il Prof. Santangelo ci riporta l’esempio di Israele, dove abbiamo un’economia politica dai “peculiari caratteri nazionali, un solido sistema universitario, ma soprattutto, per quanto riguarda il nostro ragionamento, una riuscita politica industriale, una continua interazione tra il mondo civile e quello militare e un caratteristico ruolo del decisore pubblico. Basti pensare che, per quanto riguarda il settore delle Startup e dell’economia dell’innovazione, in Israele il primo capitalista di ventura è proprio lo Stato, che agisce tramite uno specifico fondo denominato Yozma; un fondo che dal 1991, grazie a un primo stanziamento pubblico di 100 milioni di dollari – accompagnato dalla creazione di 24 centri di incubazione tecnologica – ha avuto la capacità di generare ritorni stimati per quasi 4 miliardi”.

Una nazione deve e può imparare da un’altra, ciò è sempre accaduto.  L’economia politica in Italia risulta molto imborghesita, non riesce cioè a concepire veramente l’ordinamento capitalistico nella sua totalità, e invece che intenderla come grado di svolgimento storicamente transitorio, la percepisce all’inverso, come forma assoluta e definitiva della produzione sociale,  e pare che adesso stia attendendo soltanto il disastro sociale.

La considerazione critica che andrebbe portata avanti, dovrebbe perciò poggiare sulla dialettica, che in altri termini si potrebbe definire nel dialogo costruttivo all’interno di una sana politica, che come sappiamo manca.  

Lo svolgimento transitorio a cui ci si riferisce, quando si parla di economia politica, riguardail treno che da A deve andare a B. Noi dobbiamo portare il Paese al di là del futuro. Non al domani, ma al dopodomani e domare il cambiamento.

L’economia politica è lo strumento, non decorativo, ma fondamentale per l’uomo, dati i dati (permettetemi il gioco di parole) e analizzati questi dati, e per analizzare questi dati servono serie e vere capacità, politiche, scientifiche ed economiche.  

Le idee sono organiche, come gli stessi uomini e prendono vita dall’innesto reciproco tra cervelli.

Una buona economia politica e quindi sociale, sarà possibile là dove l’educazione, la ricerca e la preparazione adeguata, diventi il volano e il timone della società.

Con queste basi, ci si dovrebbe sempre ispirare al contesto in cui siamo inseriti, come l’Italia in Europa nel mondo di oggi, il contesto geopolitico.  

Le considerazioni da fare includerebbero infine molti aspetti nuovi e per giunta di grande interesse.

Un esempio, sarebbe la considerazione sull’aspetto prossemico, ovvero lo studio di come l’uomo si comporta all’interno degli spazi in cui si muove, cercare di capire quali siano questi spazi, reali e virtuali, e quali i suoi comportamenti di conseguenza, aspetto di non poco conto con l’avvento e la diffusione dell’utilizzo della tecnologia nella vita quotidiana.

Poi ci sono tutte le considerazioni da porre sul nuovo futuro capitalismo, sui beni di consumo e su come intendere il futuro plusvalore e le retribuzioni.

A questo, si potrebbero aggiungere necessarie analisi più approfondite sulla moneta di scambio, prendiamo le criptovalute: si ricorda che già in Europa si è discusso per l’adozione di una criptovaluta comunitaria e altrettanto si ricordano le criptovalute di origine italiana già estremamente performative, come Sardex, criptovaluta complementare all’Euro e con pari valore (1 Sardex = 1 euro), non convertibile, di sostegno all’economia del territorio e al lavoro fiduciario, che ha sviluppato una rete di operatori economici locali e gestisce rapporti di mutuo credito tra coloro che vi aderiscono.

Il dibattito potrà infine soltanto svolgersi sul piano democratico, piano che dovrebbe essere strenuamente difeso, senza quartiere.  Motivo per il quale, alcuni partiti in Italia non possono proprio funzionare.

“Per la scienza non c’è via maestra e hanno probabilità soltanto coloro che non temono di stancarsi a risalire i suoi ripidi sentieri” (Karl Marx)

14 – Fine

  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.
  5. “Le rotte della “Via dela seta della salute” di Diego Angelo Bertozzi.
  6. “Coronavirus e sorveglianza” di Vittorio Ray.
  7. “La pandemia e la rinascita” di Attilio Sodi Russotto.
  8. “Coronavirus in Africa: verso la tempesta perfetta?” di Gaetano Magno.
  9. “Il Medio Oriente e la minaccia del Covid-19” di Marco Giaconi.
  10. “Usa e coronavirus: tra ritorno di Keynes e sfida con la Cina” di Stefano Graziosi.
  11. L’Europa alla prova della storia” di Gabriele Ciancitto.
  12. L’emergenza Covid-19 e la questione delle fake news” di Salvatore Santoru
  13. Il crocevia della globalizzazione: quale mondo dopo il coronavirus?” di Andrea Muratore.
  14. “Il vaccino per il paziente economico” di Verdiana Garau.

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

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