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Italia, campo di battaglia: la destabilizzazione del Paese nel secondo dopoguerra

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Italia, campo di battaglia: la destabilizzazione del Paese nel secondo dopoguerra

Con piacere vi presentiamo il primo capitolo del dossier “Italia, campo di battaglia”, scritto da un nuovo collaboratore, David Cardillo, in cui verrà studiata la destabilizzazione del Paese portata avanti ad opera di gruppi terroristi, organizzazioni criminali e poteri stranieri nel pieno della Guerra Fredda. Buona lettura!

Il 12 dicembre 2019, si è celebrato il cinquantesimo anniversario dell’attentato alla filiale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, e che nella memorialista   è   stata   ribattezzata   come   la   madre   di   tutte   le   stragi, per   le   sue implicazioni e quelli che erano i risultati che gli artefici intendevano conseguire. Tra i tanti commenti spesi in occasione della ricorrenza, pochi si sono focalizzati su quelle che sono state le pesanti responsabilità dello Stato, e si è preferito rimarcare le colpe dei neofascisti, replicando  così  lo  stesso  scenario  di  avvelenamento   politico ideologico che ha afflitto l’Italia nel decennio immediatamente successivo alla strage a fini evidentemente strumentali. Ma se è vero che gli esecutori materiali della strage di Milano, come quella di Brescia e del treno “Italicus” del 1974, erano estremisti di destra, è altrettanto vero che organizzatori e mandanti erano ai piani più alti delle istituzioni italiane con legami internazionali. L’Italia, negli anni tra il 1969 e il 1974, è stata il teatro in cui ha avuto attuazione la cosiddetta strategia della tensione. Tale progetto, finalizzato a creare un clima di panico e una conseguente richiesta di ordine e autorità da parte della cittadinanza che propiziasse un colpo di stato, ha visto i militanti dei gruppi di destra eversiva Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale nei panni di esecutori di piani orditi dalle sfere alte dello stato italiano. Un legame, quello tra neofascismo e Stato italiano, che ha iniziato ad intrecciarsi fin dal dopoguerra, sotto l’ala protettiva degli Stati Uniti.

Genesi della destabilizzazione dell’Italia

   I primi passi verso l’assoggettamento dell’Italia alle forze straniere sono stati intrapresi nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, quando alla conferenza di Casablanca, tenutasi dal 14 gennaio al 24 gennaio è stata decisala resa incondizionata dell’Italia, un principio che in quel frangente non era stato contemplato per le altre potenze dell’Asse, a dimostrazione di come l’assoggettamento del nostro Paese fosse il vero obiettivo degli Alleati. Un punto che ha trovato conferma in un documento dell’organizzazione spionistica britannica Special Operations Executives, redatto il 17 giugno 1943, in cui si legge:

“Soltanto una resa senza condizioni, proposta dall’attuale governo, o da quello che potrebbe rimpiazzarlo, eviterà all’Italia di trasformarsi in un campo di battaglia. I nostri piani prevedono la conquista assoluta dell’Italia.”[1]

Mentre in un altro documento, redatto dai servizi segreti sovietici nel febbraio 1945, vi era scritto che il governo britannico stava fornendo sostegno al movimento separatista siciliano, formato da 850.000 membri, allo scopo di trasformare la Sicilia in una seconda Malta, ovvero in un altro protettorato britannico nel Mediterraneo.[2] E a conflitto terminato, il 5 luglio 1945, viene redatto un memorandum dal ministro degli esteri britannico Anthony Eden, in cui viene scritto quanto segue:

“Bisogna dimostrare, sia all’Italia che al mondo, che l’aggressione non rende. Di conseguenza, l’Italia deve pagare per la sua passata condotta e per aver preso parte al conflitto al fianco della Germania. Il trattato di pace dovrà, quindi, sancire la cessione dei territori italiani-sia metropolitani, sia d’oltremare-, il disarmo e le riparazioni per le aggressioni compiute in passato”.[3]

Un primo passo concreto, appena l’occupazione alleata si stabilizzò, fu fissare in modo permanente a 400 lire il cambio con una sterlina, il che rese doppiamente difficile qualsiasi ripresa dell’economia italiana. Inoltre, il ministero del commercio britannico rigettò i piani americani di sostegno alla ricostruzione dell’industria italiana, sostenendo che qualsiasi ripresa del settore tessile italiano avrebbe minacciato l’industria cotoniera della Gran Bretagna. [4] Se mai occorreva una prova ufficiale delle mire straniere dell’Italia, e di come la libertà e il benessere del nostro Paese fossero di secondaria importanza, la si trova in una relazione ufficiale redatta, nell’agosto 1944, dall’ufficio studi del Foreign Office, in cui si suggeriva il prolungamento della tutela britannica sull’Italia, fino a quando la popolazione non avesse imparato dagli inglesi a comportarsi in modo democratico.[5] E il modo migliore per trasformare l’Italia in una sorta di vassallo degli anglo-americani era stringere un’alleanza informale con i nemici di ieri (i nazi-fascisti) per combattere insieme i nuovi nemici (i social-comunisti e i patrioti italiani come Enrico Mattei).

L’ambiguo ruolo dei fascisti

     Fin dalle settimane successive al 25 aprile 1945, il Servizio Informazioni Militari dell’allora Regno d’Italia, era entrato in contatto con l’ex vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano Pino Romualdi, con la supervisione dell’Oss (il servizio statunitense antenato della Cia), al fine di recuperare quanti più reduci possibili della Repubblica Sociale nella futura battaglia anticomunista nell’ottica della nascente guerra fredda, che avrebbe visto i militi repubblicani convertiti alla causa atlantista. La riconversione delle bande nere in chiave atlantica si compie a partire dall’estate del 1946. Nell’ottobre di quell’anno un documento top secret del Foreign Office britannico segnala: 

    “Corre voce che a Roma sia attivo un centro neofascista al quale, secondo alcuni rapporti, aderiscono degli ufficiali americani. Tra i nomi menzionati vi è quello del capitano Corso, dell’intelligence statunitense nella Capitale. Numerosi ufficiali americani di origine italiana (tra costoro, il capitano Corso sopra menzionato) sono attivamente legati a questo gruppo”.[6]

Philip James Corso (che dirigeva l’ufficio romano del Counter Intelligence Corps, il controspionaggio militare alleato) era il braccio destro di James Angleton, il capo del controspionaggio americano in Italia tra il 1944 e il 1947, prima nei ranghi dell’Oss (il servizio antesignano della Cia) e poi in quelli dello Strategic Services Unit (Ssu). All’indomani della disfatta nazifascista, a Milano, nel maggio del 1945, è Angleton in persona a prendere in consegna il principe Junio Valerio Borghese, generale della divisione della fanteria della marina della Repubblica Sociale Italiana Decima Mas, e a portarlo sano e salvo a Roma, poche ore prima che la brigata partigiana “Giacomo Matteotti” lo arrestasse nell’appartamento in cui si nascondeva. E nell’estate del 1945 è sempre Angleton a muoversi ad alti livelli perché a una trentina di ex militi della Decima Mas detenuti nell’isola di Sant’Andrea, a Venezia, fosse concessa l’immunità garantita per i crimini commessi durante i venti mesi della Repubblica Sociale.

Ai suoi superiori, non a caso, l’ufficiale americano riferiva che Borghese e i suoi uomini erano elementi di grande interesse per le nostre attività di lungo periodo.[7]

Da parte loro, i fascisti della Rsi avevano già cominciato a muoversi per conto proprio, prima della fine della guerra, per stabilire contatti con potenziali alleati nella lotta contro il futuro assetto democratico italiano. Basti pensare che l’agente della polizia segreta fascista Ovra e braccio destro del ministro degli interni della Repubblica Sociale Italiana, Francesco Martina, e il milite della Decima Mas Dante Magistrelli, di giugno del 1944, si erano recati a Partinico (in provincia di Palermo) per prendere contatto con la banda di Salvatore Giuliano. Inizialmente, lo scopo era quello di armare e addestrare la banda Giuliano a compiere azioni di guerriglia e sabotaggio per contrastare l’avanzata delle truppe anglo-americane. Il saggista Giuseppe Casarrubbea, che ha realizzato studi importanti sulla storia recente della Sicilia, ne ha tratto l’ipotesi che la sovrastruttura politica della cosiddetta banda Giuliano sia nata all’inizio dell’estate del ’44, per induzione da parte dei peggiori elementi dell’Ovra. Secondo Casarrubbea:

“Questo spiega perché in Sicilia, dal ’44, troviamo numerosi personaggi repubblichini nella vicenda Giuliano: ad esempio Selene Corbellini, Carlo De Santis, Walter Argentino, tutti della banda Koch; e gli uomini della Decima Mas.”[8]

Ma nell’aprile del 1945, con la fine della Seconda guerra mondiale alle porte altri cento venti militi della Decima Mas, ai diretti ordini del principe Borghese e guidati dall’ex federale della Repubblica Sociale Italiana a Firenze Fortunato Polvani, hanno raggiunto la banda Giuliano in Sicilia per allestire un fronte unito contro i comunisti, identificati come nuovi nemici al posto degli ormai vittoriosi anglo-americani, che al contrario verranno, d’ora in avanti, visti come nuovi alleati nella lotta contro il comune nemico. A questa congrega, si è aggiunta, a partire dall’autunno del 1946, un’organizzazione denominata “Unione Patriottica Anticomunista”, che era in stretto collegamento con i Far (Fasci di Azione Rivoluzionaria), il gruppo armato neofascista creato da Pino Romualdi, e con i Carabinieri, ed era guidata dal generale Franco Navarra Viggiani, già comandante della Milizia Volontaria della Sicurezza Nazionale (e della quale, secondo un rapporto stilato dal Foreign Office britannico nell’ottobre 1946, era promotore il maggiore americano Philip Corso), in vista di un possibile golpe anticomunista e antisocialista ad appena un anno dalla liberazione.[9] 

Per giungere a un obiettivo di questa portata, occorreva un fatto gravoso ai danni dei militanti di sinistra, che portasse ad una loro reazione e ad una controreazione da parte delle autorità militari, dando così fuoco alle polveri. Un fatto che si è verificato a Portella della Ginestra il 1 maggio 1947, in occasione della celebrazione della festa del lavoro, dove, secondo numerosi resoconti di testimoni e superstiti, sono stati utilizzati dei lanciagranate che non erano mai state possedute né dagli uomini di Salvatore Giuliano né di nessun’altra banda criminale, ma che al contrario erano in dotazione della Decima Mas, insieme ad altre armi che in seguito si è scoperto essere state usate, come i moschetti 1891 e la mitragliatore Breda modello 30.[10]  Fin dai mesi precedenti alla strage di Portella della Ginestra, Salvatore Giuliano aveva avuto frequenti contatti con emissari americani, i quali lo avrebbero incaricato di compiere delle aggressioni ai maggiori esponenti del PCI della Sicilia.[11] E una decina di uomini erano stati reclutati da Angleton tra le file della X-Mas per sbarcare a Palermo qualche giorno prima del 1 maggio 1947. La missione siciliana, e le altre incursioni contro i ‘rossi’ in varie città italiane, erano state programmate da quattordici mesi, come dimostrato da un un cablogramma del 12 febbraio 1946 indirizzato da Angleton al War Department, in cui si legge:

‘Ho bisogno immediatamente di almeno dieci agenti per aprire basi a Napoli, in Sicilia, a Bari e a Trieste. Devono essere sottoposti a un addestramento intensivo Servono per operazioni militari’.[12]

Un ulteriore elemento a sostegno della tesi della sinergia americana-fascio-mafiosa in funzione anticomunista proviene dalla documentazione archivistica degli USA, dalla quale emerge che Victor Anfuso, il boss italo-americano di Cosa Nostra che aveva messo in piedi il ‘Circolo della Mafia’ per preparare lo sbarco alleato in Sicilia, aveva provveduto a far giungere a Giuliano sostanziosi finanziamenti da parte dei servizi segreti americani per la sua attività anticomunista .[13] Appare, quindi, privo di dubbi come il movente della strage di Portella della Ginestra fosse quello di accendere una scintilla che portasse a una nuova guerra civile e al susseguente intervento militare americano volto alla definitiva neutralizzazione delle sinistre in Italia. Un piano che, però, non ha dato i risultati sperati, poiché Palmiro Togliatti e Pietro Nenni, subodorando la reale matrice della strage e le finalità politiche che ne erano alla base, hanno trattenuto i loro militanti dal reagire alla provocazione, i cui organizzatori, mancando l’obiettivo massimo, hanno dovuto “accontentarsi” di quello minimo, con l’estromissione del Pci e del Psi dal quarto governo di Alcide Gasperi entrato in carica il 31 maggio dello stesso anno, e con l’uscita dei comunisti dalla stanza dei bottoni, da cui sarebbero rimasti fuori per tutta la guerra fredda.

1 – continua

1 – Le origini della destabilizzazione

2 – Gladio e gli apparati deviati: la genesi della “strategia della tensione”


[1] Mario Josè Cereghino, Giovanni Fasanella, Il golpe inglese, Chiarelettere, Milano, 2014, p. 60.

[2] ivi, p. 93.

[3] ivi, pp. 125-126.

[4] Paul Gibson, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Torino, Einaudi Editore, 1989, pp. 48-49

[5] David W. Ellwood, Italy 1943-1945, Holmes et Meier, Leicester, 1985, p. 184.

[6] AMDuemila, “Il filo nero dello stragismo, da Portella della Ginestra all’omicidio Mattarella”, in http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/70641-il-filo-nero-dello-stragismo-da-portella-della-ginestra-all-omicidio-mattarella.html, 9 giugno 2018

[7] ibid.

[8] Giuseppe Casarrubbea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Bompiani, Milano,

2005, p. 58.

[9] Mario Josè Cereghino, Portella della Ginestra, prova generale del doppio Stato, in http://www.archiviocasarrubea.it/wp-content/uploads/2017/06/PORTELLA-DELLA-GINESTRA-PROVA-GENERALE-DEL-DOPPIO-STATO-25-06-17.pdf, (2017), p. 16.

[10] Casarrubbea,    op.cit., p. 258.

[11] Angelo La Bella, Rosa Mecarolo, Portella della Ginestra: la strage che ha cambiato la storia d’Italia, Nicola Teti Editore, Milano 2003, pag. 94.

[12] Attilio Bolzoni, Tano Gullo, Le carte segrete sulla strage
L’ombra Usa a Portella della Ginestra
, in “Repubblica”, (10 febbraio 2003).

[13] La Bella, Mecarolo, op.cit., p. 52.

Sono un ricercatore in storia contemporanea presso l’Università di Reading, nel Regno Unito, per la quale sto portando avanti una ricerca sui rapporti intercorsi tra gli Stati Uniti e la destra italiana negli dell'amministrazione guidata da Richard Nixon (1969-74). Posseggo, inoltre, un master in cooperazione allo sviluppo, conseguito presso lo IUSS di Pavia, e una laurea specialistica in studi Afro-Asiatici, ottenuta nell'ateneo della stessa città. A livello professionale, ho lavorato presso la missione condotta dalla ONG COSV in Macedonia e Montenegro, occupandomi di un progetto volto all'integrazione delle minoranze etniche nei Balcani, con la mansione di effettuare il monitoraggio e la valutazione delle attività ad essa correlate, come i corsi di alfabetizzazione. In Montenegro, inoltre, ho avuto modo di indagare in prima persona sulla condizione della minoranza Rom nel suddetto paese, intervistando il presidente della comunità Rom locale, e di trasmettere i dati e gli elementi raccolti al Desk Officer dei Balcani della ONG a Milano. Per quanto concerne le mie successive esperienze professionali, da aprile 2012 a luglio 2012 ho lavorato come assistente del consigliere presso la rappresentanza italiana all'OCSE a Parigi, con il compito di scrivere i rapporti delle conferenze tenutesi nella sede dell'organizzazione da inviare al ministero degli affari esteri, mentre da settembre 2012 a luglio 2017 ho lavorato come Policy Officer per una società no profit chiamata Shared Development Consulting Group, con sede a Bruxelles, svolgendo ricerche e analisi politiche su tematiche riguardanti i paesi in via di sviluppo.

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