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L’ambientalismo di destra dalla rivoluzione conservatrice al nazismo

L’ambientalismo di destra dalla rivoluzione conservatrice al nazismo

Centrale nel pensiero “ecologista” della Rivoluzione Conservatrice fu la nascita dell’ideologia volkish. Il cuore della tentazione völkisch era una risposta patologica alla modernità. Di fronte alle concrete dislocazioni conseguenti al trionfo del capitalismo industriale e dell’unificazione nazionale, i pensatori völkisch predicarono un ritorno alla terra, alla semplicità e all’integrità di una vita adattata alla purezza della natura […] rifiut[andosi] esplicitamente di individuare le cause dell’alienazione, dello sradicamento e della distruzione ambientale nelle strutture sociali, attribuendo invece la colpa al razionalismo, al cosmopolitismo e alla civilizzazione urbana” (6), risultando essere delle tendenze neo-romantiche di quel magmatico humus culturale sviluppatosi fra le due guerre mondiali col nome di konservative Revolution o ‘rivoluzione conservatrice’, movimento culturale e politico che non solo costituirà l’humus da cui il nazionalsocialismo pescherà concretizzando molte sue suggestioni, ma che nasce dal senso di rifiuto del regime politico liberaldemocratico e borghese creatosi in Germania dopo la sconfitta nella Grande Guerra con la caduta del Kaiser, esprimendo una critica sferzante al parlamentarismo e alla democrazia, definiti “la tirannia del denaro”, nonché la nostalgia per i valori tradizionali della vecchia Germania, facendo propria la dicotomia spengleriana fra esaltazione della Kultur germanica, tradizionale e creativa, contrapposta alla Zivilisation occidentale, decadente, priva d’anima, fondata su diritti astratti, un’area capace di rivisitare tutte le dicotomie ideologiche e tutte i luoghi della tradizionale topografia politica di allora, proponendone l’oltrepassamento con sintesi ardite di stampo socialista nazionale, dal nazionalbolscevismo, dove secondo Ernst Niekisch “l’ideale comunista sarebbe stato il mantello di cui si sarebbe ricoperto l’impulso vitale nazionale russo nel suo estremo bisogno di affermarsi”, scrive Ernst Nolte (7).

Altra componente rivoluzionario-conservatrice interessata al discorso ecologico è il movimento della gioventù, meglio noto col nome di Wandervögel (Uccello vagabondo). La coscienza ambientalista del movimento verrà condizionato dal filosofo Ludwig Klages, autore del saggio Mensch und Erde (8), “uno dei più grandi manifesti del movimento radicale eco-pacifista in Germania” (9) capace di criticare l’accelerazione delle estinzioni delle specie, la rottura dell’equilibrio dell’ecosistema globale, il disboscamento, la distruzione delle popolazioni autoctone e degli habitat selvaggi, l’espansione urbana e la crescente alienazione della gente dalla natura nel 1913. Ma lo si fa utilizzando categorie neo-romantiche di critica anticristiana, anticapitalista (di tipo solidarista e neocorporativo), l’utilitarismo economico, il consumismo e l’ideologia del progresso, senza dimenticare non solo certe critiche al cosiddetto cosmopolitismo da leggersi in chiave antiebraica, ma anche l’elogio del Geist come reazione alla razionalità illuminista.

Una critica simile, di stampo antirazionale, è presente nel discorso di Martin Heidegger, che criticava ferocemente la tecnologia moderna e quindi viene spesso celebrato come un precursore del pensiero ecologista, una contestazione dell’umanesimo antropocentrico, l’invito rivolto all’umanità a imparare “a lasciar essere le cose” la sua nozione che l’umanità sia coinvolta “in un gioco” o “in una danza” con la terra, il cielo e gli dei, la sua meditazione sulla possibilità di una maniera autentica di “dimorare” sulla terra, il suo lamentare che la tecnologia industriale inquina la terra, la sua enfasi sull’importanza del “locale” e della “patria”, l’Heimat, la sua convinzione che l’umanità dovrebbe custodire e conservare le cose, anziché dominarle, tutti aspetti del pensiero heideggeriano che ritroveremo nell’ecologia profonda e in certe riflessioni rivoluzionario-conservatrici della nouvelle droite (10), un coacervo di elementi controculturali che univa in un solo movimento neo-romanticismo, filosofie orientali, misticismo della natura, ostilità alla ragione e un forte impulso comunalista, in una ricerca – confusa ma non per questo non appassionata – di relazioni sociali autentiche e non alienate, che in parte rifluì nel Nsdap di Hitler, in parte nel privato; il riflusso era dettato dalla natura del movimento, molto forte fra i giovani, del tutto impolitico, che portò il movimento, vista la natura piccolo-borghese e reazionaria, al rendersi incapace di concretizzare una ribellione organizzata e focalizzata sul sociale, “convinto che i cambiamenti che desiderava avvenissero nella società non potessero essere ottenuti attraverso strumenti politici, ma soltanto attraverso il miglioramento degli individui”. Questo si dimostrò un errore fatale. “In generale, erano possibili due tipi di rivolta: avrebbero potuto proseguire la loro critica radicale della società, che a tempo debito li avrebbe portati nel campo della rivolta sociale. [Ma] i Wandervögel scelsero un’altra forma di protesta contro la società: il romanticismo” (11)”.

Fedele alla propria ideologia, il partito nazista (a cui aderiranno non pochi esponenti dell’ambiente rivoluzionario-conservatore, specie il mondo völkisch) avviò una propaganda e una politica di rivalutazione della natura che sconfinava nel neopaganesimo. Essa si rifaceva al ben noto mito – di origine romantica e idealistica – dell’età dell’oro, ossia il felice

Eden perduto, animato da uno ‘slancio vitale’ e caratterizzato da una primitiva ‘selvatichezza’ (Wildheit, oggi wilderness), una sorta di primigenia spontaneità (Ursprünglichkeit) che poneva l’uomo, la fauna e la flora in un tutt’uno organico. Nel nazionalsocialismo l’ecologismo si concretizza nel culto dell’organicismo olistico, una religione della natura (più che dell’uomo) e dell’ordine naturale con non poche venature pagane e antisemite: “Attraverso i loro scritti, non soltanto quelli di Hitler, ma in quelli della maggior parte degli ideologi nazisti, si può discernere una fondamentale deprecazione degli esseri umani di fronte alla natura e, come corollario logico, un attacco ai tentativi umani di dominare la natura”.

Citando un educatore nazista, la medesima fonte prosegue: “Le opinioni antropocentriste generalmente dovettero essere rifiutate. Sarebbero valide soltanto se il presupposto fosse che la natura è stata creata soltanto per l’uomo. Noi rifiutiamo decisamente questo atteggiamento. Secon do la nostra concezione della natura, l’uomo è un ingranaggio nella catena naturale della vita, esattamente come qualsiasi altro organismo” (12). Tale anima verde del nazionalsocialismo si concretizzò nelle politiche ruraliste del ministro dell’Agricoltura Richard Walther Darré e nella sua ideologia Sangue e Suolo (Blut und Boden), espressa nel libro del 1930 Neuadel aus Blut und Boden (La nuova nobiltà di Sangue e Suolo, edito in italiano nel 1978 dalle Edizioni di Ar di Franco Freda), ideologia basilare nel regime nazista, e che non va assolutamente scissa dall’idea etnonazionalista: “Nulla potrebbe essere più sbagliato che supporre che la maggior parte dei principali ideologi nazisti avessero cinicamente finto un romanticismo agrario e un’ostilità verso la cultura urbana, senza una convinzione intima e per semplici scopi elettorali e propagandistici, allo scopo di ingannare il pubblico […]. In realtà, la maggioranza dei principali ideologi nazisti erano senza dubbio più o meno propensi al romanticismo agrario e l’anti-urbanesimo e convinti della necessità di un relativo ritorno all’agricoltura(13). Lo dimostrano la legislazione animalista del Reich elaborata da due esperti consulenti del ministero dell’Interno, i quali poi raccolsero il loro contributo in un loro saggio (Giese e Kahler, Il diritto tedesco sulla protezione degli animali, Duncker & Humblot, 1939), ispirata alle tesi del biologo nazista Walter Schönichen, docente di Protezione della Natura nell’Università di Berlino, il quale sintetizzò il suo pensiero in libri come La protezione della natura nel Terzo Reich (1934) e La protezione della natura come compito popolare e internazionale (1942). Insomma, come riassume un noto studioso concludendo un paragone tra l’ecologismo nazista e quello contemporaneo, “l’uomo viene a essere visto non più come signore e padrone di una natura umanizzata e coltivata dal suo lavoro, ma come responsabile di uno stato selvaggio originario fornito di diritti intrinseci, di cui egli è tenuto a salvaguardare in permanenza la ricchezza e la diversità” (14).

2 – continua

1 – Le origini

2 – La rivoluzione conservatrice e il nazismo

6) J Biehl, P. Staudenmaier, Eco-fascism. Lesson From The Germany Experience, AK Press – The Anarchist Library, 1995 – http://www.spunk.org/texts/places/germany/sp001630/ecofasc.html

7) E. Nolte, La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar, a cura di L. Iannone, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009

8) L. Klages, Mensch und Erde (1913), Diederichs, Jena 1937 (ed. it., L’uomo e la terra, Mimesis, Milano 1998)

9) U. Linse, Ökopax und Anarchie. Eine Geschichte der ökologischen Bewegungen in Deutschland, München, 1986, p. 60

10) Cfr. Ph. Baillet, Monte Veritá, 1900-1920: une “communauté alternative” entre mouvance völkisch et avant-garde artistique, in Nouvelle École, n. 51, année 2001, p. 126

11) W. Laqueur, Young Germany: A History of the German Youth Movement, Transaction Pub, New York 1962, pp. 41 e 6. Cfr. inoltre N. Cospito, I Wandervögel, il movimento giovanile tedesco da Guglielmo II al nazionalsocialismo, Editrice Il Corallo, Roma, 1984, D. Palermo, I precursori dell’ambientalismo, Libellula Edizioni, Tricase (LE), 2019 e Id., Rivolta e ambientalismo a partire dai Wandervögel, in Cittànuova, n. 2, febbraio 2018, pp. 11-14

12) R. Pois, National Socialism and the Religion of Nature, Londra, 1985, pp. 40, 42 e 43

13) K. Bergmann, Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, cit., p. 334

14) L. Ferry, Le nouvel ordire écologique, Grasset, Parigi 1992, cap. II, par. II

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