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La sfida dell’Eni di Mattei al cartello delle “Sette sorelle”

Mattei Sette sorelle

La sfida dell’Eni di Mattei al cartello delle “Sette sorelle”

Enrico Mattei designò “Sette sorelle” i colossi anglo-sassoni del mercato mondiale del greggio. Nel secondo capitolo del dossier “Mattei: l’epopea di un italiano” Sveva Bertini ci racconta come l’Eni da lui guidata provò a sfidarne l’egemonia nei Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente.

“Sette sorelle” è una locuzione creata per indicare il cartello monopolistico attuato dalle sette maggiori compagnie petrolifere mondiali[1] per controllare il mercato del petrolio, ed è proprio ad Enrico Mattei che deve essere attribuita la paternità di quest’espressione.

Fino alla Prima guerra mondiale, anche grazie al fatto che l’area di maggior interesse petrolifero era quasi tutta sottoposta al dominio britannico, il monopolio del petrolio medio-orientale era in gran parte in mano ad aziende britanniche, tra cui l’Anglo-Persian (successivamente Anglo-Iranian, poi ancora BP) che vantava tra le prime concessioni per l’estrazione in Medio Oriente nel 1909. Fino alla Grande guerra un’altra importante quota di mercato petrolifero era detenuta da compagnie di proprietà olandese e tedesca, quest’ultime sostituite con proprietari francesi al termine del conflitto.[2]

Con la fine del conflitto ed il conseguente smembramento dell’Impero Ottomano anche le compagnie petrolifere americane, fino ad allora rimaste principalmente sul suolo nazionale, ottengono l’ingresso nella Turkish Petroleum. Fu così che nel 1928 nacque tra le compagnie in gioco una tregua chiamata “Linea Rossa”: invece di operare la concorrenza sfrenata attuata fino ad allora le compagnie, avrebbero operato, da quel momento in poi, attraverso il consorzio comune.

Dopo la Seconda guerra mondiale fu creato un nuovo consorzio l’Arabian American Oil Company (Aramco), composto, questa volta, da sole aziende petrolifere statunitensi, escludendo, dunque, quelle francesi e britanniche. Ora, considerando il mercato petrolifero nelle sue caratteristiche, bisogna sottolineare che la tendenza alla concorrenza monopolistica è data dalle difficoltà che le compagnie che intendono fare ingresso nel mercato trovano sul loro cammino: ad esempio la necessità di un grande capitale iniziale, l’alta tecnologia richiesta e la distanza temporale tra investimenti e ricavi.

In Medio Oriente, nel 1953 solo nove compagnie occidentali ottennero concessioni petrolifere nell’area, mentre già nel 1962 sedici ne ottennero in Iran, dieci in Arabia Saudita, dodici in Israele ed altre in Yemen, Egitto e Siria. Tuttavia, nonostante l’ingresso di molte compagnie nel mercato, il potere monopolistico delle “Sette sorelle” sembrava rimanere invariato, se non addirittura accresciuto, passando da una quota di produzione mondiale pari al 54,8% nel 1951, al 63% del 1964.[3]

Inoltre, attraverso la Commissione Federale per il Commercio degli Stati Uniti veniva smascherato il cartello monopolistico, volto a mantenere artificiosamente alti i prezzi ed eliminare la concorrenza di altre compagnie petrolifere, sfruttando un sovraprofitto di monopolio al netto dei costi di produzione e delle royalties dovute per le concessioni.[4]

In questo modo, con la convinzione che le compagnie petrolifere sfruttassero i Paesi produttori di petrolio per la ricchezza di pochi occidentali, la fiaccola del malcontento iniziò a serpeggiare in tutto il Medio Oriente attraverso il nazionalismo arabo, minando gli affari delle “Sette sorelle”.

La sfida alle “Sette sorelle”: tra Nasser e Mossadeq

I Paesi medio-orientali, per la maggior parte rentier states[5], sulla scia dell’entusiasmo del processo di decolonizzazione, iniziano a manifestare l’idea di una nuova politica indipendente dai Paesi Occidentali sotto forma di estremismo islamico, partiti comunisti emergenti e fazioni nazionaliste.

Le compagnie petrolifere, simbolo dello sfruttamento occidentale, furono i primi bersagli di questi movimenti sociali che avevano come principale obiettivo la riappropriazione collettiva di quelle risorse che fino ad allora avevano arricchito una cerchia ristretta accondiscendente agli interessi stranieri.[6]

A causa delle mire espansionistiche dell’URSS verso i Paesi del Golfo, alcuni ammonimenti da parte dell’amministrazione americana furono diretti alle società petrolifere operanti in Iran, orientati a mostrare accondiscendenza verso le richieste nazionaliste. Infatti, recentemente, il partito nazionalista si era avvicinato a quello comunista “Tudeh”, alimentando il timore per un’influenza sovietica nelle terre dell’oro nero.

Nel 1951, con il prevalere del Fronte Nazionale[7], fu nominato Primo Ministro Mossadeq, il quale nazionalizzò l’Anglo-Iranian Oil Company e la rese ente pubblico. In questo modo, i magnati anglo-americani del petrolio si trovarono spaesati di fronte ad una nuova sconosciuta lotta che non aveva a che fare con il concorrente di turno, ma con un movimento di massa dal sentimento antioccidentale. Tuttavia la risposta del “Blocco Ovest fu immediata e compatta, fu subito imposto un embargo al petrolio iraniano, in modo che la nazionalizzazione non creasse un “effetto domino” in tutto il Medio Oriente.

Mattei e la “parabola del gattino”: così l’Eni sfidò le Sette Sorelle.

Il fallimento del progetto portò l’Iran sull’orlo del collasso poiché l’offerta di petrolio (peraltro ottenuta ad alti costi per la scarsa tecnologia nei processi di estrazione e raffinazione) non poteva essere assorbita né dalla domanda interna, a causa della mancanza di industrie e dell’arretratezza in ogni sorta di sviluppo economico, né dalla domanda internazionale a causa del blocco operato dalle compagnie.

Quest’esperienza portò i leader nazionalisti a comprendere l’inefficacia di gesti simbolici e forti di fronte alla potenza dei “signori del petrolio” e la necessità di un dialogo con chi fosse disposto ad investire nel Medio Oriente con progetti di sviluppo graduali.

Il messaggio di questo nuovo corso viene colto in primo luogo da figure come l’ufficiale del colpo di Stato repubblicano egiziano Nasser ed il Presidente dell’Eni Mattei, i quali trovarono spesso un’intesa nel destino comune di Italia ed Egitto, Paesi, in modo differente, oppressi dall’ingerenza economica e politica anglo-americana.

Italo Pietra disse in proposito di questi ultimi:Si capisce subito che che l’uomo della Rivoluzione araba e l’uomo della Resistenza simpatizzano, accomunati dalla ruggine contro il colonialismo[8] e ancora, Maugeri, riportando le parole di Italo Pietra aggiunge: “I due sodalizzarono subito nella loro comune veste di ribelli[9]. L’inizio della collaborazione italo-egiziana si ebbe nel 1954, quando Mattei progettò installare nuove raffinerie e di acquisire quote delle società già esistenti sul territorio, senza dissipare risorse in inutili ricerche in terre che sembravano essere estremamente povere di petrolio. Inoltre, cercando un accordo particolarmente favorevole a causa dei bassi prezzi, si mostrava disposto a realizzare una rete di distribuzione di Gpl.

Acquisito attraverso l’Agip Mineraria il 20% della International Egyptian Oil Company e ottenuti risultati fruttuosi nei giacimenti di Feiran e di Bala’im, la cooperazione proseguì con l’inserimento della Snam, della Nuovo pignone e dell’Eni per rifornire gli impianti di tecnologie e procurare metanodotti. Inoltre, attraverso una società italiana creata ad hoc, la Cisape[10], una nuova raffineria fu allestita al fine di soddisfare la richiesta del Paese di idrocarburi e si diede avvio alla costruzione della rete distributiva de Il Cairo.[11]

Il risvolto dell’incontro di Mattei e Nasser fu l’avvio di importanti progetti nel settore energetico i cui risultati furono soprattutto di ordine politico. Da una parte Nasser riuscì a trovare una via per affrancarsi dal dominio dei petrolieri anglo-americani, procedendo verso lo sviluppo del Paese che governava; dall’altra, Mattei attraverso le operazioni in Egitto tentò di ottemperare all’esigenza di calmare l’opinione pubblica per la mancanza di esiti consistenti sul suolo nazionale e per lo “schiaffo” recentemente ricevuto dalle compagnie americane per l’interruzione delle trattative tra l’Eni e Mossadeq.

La “formula Mattei”.

In un’epoca in cui il processo di decolonizzazione promosso dall’ONU e il perdurare dello sfruttamento delle risorse delle ex-colonie andavano vicendevolmente contraddicendosi, quella che venne definita “formula Eni” o “formula Mattei” può essere interpretata come una piccola rivoluzione nel settore petrolifero.

Il nuovo corso messo in atto dal Presidente dell’Eni consistette principalmente nell’accogliere al rango di pari interlocutori i Paesi di recente indipendenza, sulla via di uno sviluppo che stentava a mettersi in moto nonostante la grande ricchezza di risorse e l’ingente esportazione delle stesse.

Mattei aveva, infatti, compreso come il perdurare di un insediamento estrattivo di tipo coloniale da parte delle compagnie petrolifere occidentali in Africa e in Medio Oriente fosse il seme del malcontento nei Paesi arabi e una delle concause del nazionalismo arabo. La diffusione di questo nuovo pensiero politico condusse spesso (come dimostrano le nazionalizzazioni di Mossadeq e la crisi di Suez) a gravi fratture tra i governi del blocco dei non allineati e le compagnie straniere, con conseguenti perdite di profitto.

Come sottolinea Tonini[12], Mattei basò marginalmente le sue posizioni su motivi di carattere economico per abbracciare un progetto politico di più ampio respiro: fondato sulla reciproca fiducia, su un piano di comune sviluppo, di ricostruzione e sull’idea di indipendenza rispetto alle potenze atlantiche, dalle quali sia l’Italia sia i Paesi del Terzo mondo erano, in vario modo, influenzati.

Ed è in questo contesto ed alla luce di questo pensiero che si inserisce la “formula Mattei”: abbattendo la regola del fifty-fifty[13], nel 1957 fu creata dall’Agip e dal governo iraniano la Société Irano-Italienne des Pétroles, distribuita per il 51% agli italiani e per il restante 49% all’Iran, per il quale era, inoltre, previsto il 75% degli utili.

In Egitto, invece, venne creata la Compagnie Orientale des Pétroles d’Egypte (Cope), il cui 51% era detenuto dalla International Egyptian Oil Company (controllata da Eni e dalla belga Petrofina fino alla crisi del Congo del 1960 e poi quasi interamente solo dall’Eni) e il restante 49% da enti pubblici egiziani (l’1% di disparità venne ceduto in seguito). Degno di nota era il grande impiego di manodopera egiziana nel settore impiegatizio, amministrativo ed operaio, che, però, andava assottigliandosi man mano che si arrivava ai quadri tecnici, che erano perlopiù italiani. Fu nominato Presidente di questa nuova società l’ingegner Mahmoud Younes, già direttore generale dell’Autorità di Gestione del canale di Suez nonché interlocutore privilegiato di Mattei.

Tuttavia, non sempre gli investimenti diedero luogo a risultati fruttuosi: nonostante la produzione di greggio della Cope crescesse di anno in anno, la quantità dello stesso esportato nelle raffinerie Eni in Italia sembrò decrescere dal milione di tonnellate esportate nel 1959 alle circa 200.000 tonnellate del 1960.

Dopo un lungo ed importante incontro diplomatico tra Nasser e Mattei avvenuto nel novembre del 1961, la strada per nuove cooperazioni sembrarono spianate: non solo nel settore petrolifero (con annesse nuove concessioni), petrolchimico, industriale, ma anche nella progettazione di infrastrutture e lavori pubblici sul suolo egiziano. Questo progetto condusse alla fornitura di beni e servizi all’Egitto per trenta miliardi di lire italiane, il cui tasso di interesse, del 4,5% annuo, sarebbe stato ripagato in valuta o in greggio. Nel 1962, infine, l’esportazione di greggio egiziano in Italia raggiungeva il 28% del totale delle lavorazioni Eni, con una quantità di 1.800.000 tonnellate, interamente raffinato negli impianti di Gela.[14]

2 – continua

1 – La visione globale di Enrico Mattei

2 – La sfida alle “Sette sorelle”

3 – Mattei e Gronchi: la “diplomazia del petrolio” tra Italia e Urss

4 – Mattei il democristiano


[1] Standard Oil New Jersey (ESSO), Anglo Iranian Oil Company (AIOC, successivamente British Petroleum), Socony Vacuum (MOBIL), Standard Oil of California (SOCAL, successivamente Chevron), Texas Oil Company (TEXACO), Gulf Oil Company (GULF), Royal Dutch Shell (SHELL). Fonte: Leonardo Maugeri,L’arma del petrolio. Questione petrolifera globale, guerra fredda e politica italiana nella vicenda di Enrico Mattei, Loggia de’ Lanzi, Firenze, 1994, p. 39.

[2]Alberto Tonini,op. cit., p. 24.

[3]Ivi, p. 22.

[4] Leonardo Maugeri,op. cit., p. 41.

[5] Rentier states: In linguaggio politologico quei tipi di Stati la cui economia si basa principalmente su risorse naturali, specialmente petrolio, che viene venduto sui mercati esteri. Spesso, solo una percentuale molto bassa della popolazione gode dei proventi di questo tipo di economia, coincidente con l’élite che detiene il potere politico. Fonte: M. Emiliani, Rentier States arabi in crisi: il caso dell’Arabia Saudita in Scienza & Politica, 34, 2006.

[6] Luisa Cuccu,op. cit., pp. 13-22.

[7] Fronte Nazionale: partito nazionalista iraniano.

[8] Italo Pietra, Mattei, la pecora nera, SugarCo Edizioni, Milano, 1987, p.108.

[9]  Leonardo Maugeri, op. cit., p. 92.

[10] Compagnia Italiana Sviluppo Attività Petrolifere Egiziane.

[11]  Alberto Tonini, op.cit., pp. 65-69.

[12]Ivi, p. 85.

[13] Regola diffusa in tutto il Medio Oriente che prevedeva circa la metà degli utili per il Paese produttore di petrolio e l’altra metà per la compagnia che lo estraeva e ne otteneva concessioni. Essa fu istituita in seguito alle condizioni estremamente ed inaspettatamente vantaggiose offerte dal dirigente di una nuova compagnia indipendente operante in Arabia Saudita e Kuwait, Paul Getty, che obbligò le altre grandi compagnie ad adottarla. Immutata fino agli anni ‘50, venne sconvolta dai nuovi vantaggi offerti da Mattei ai Paesi arabi, in primo luogo Iran ed Egitto.

[14] Alberto Tonini, op.cit., p. 85.

Nata nel 1998 a Milano e cresciuta tra le colline del Monferrato, ha coseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli studi di Pavia, discutendo una tesi sulla figura di Enrico Mattei. Durante il triennio a Pavia è stata allieva del Collegio Ghislieri. I periodi di scambio, prima al St John’s College presso l’Università di Cambridge, poi a Sciences Po Toulouse, le hanno dato modo di approfondire questioni attinenti le politiche dell’ambiente e il ruolo dell’energia a livello internazionale. Attualmente frequenta il primo anno di laurea magistrale in Scienze delle amministrazioni e delle politiche pubbliche presso l’università La Sapienza ed è allieva della Scuola Superiore di Studi Avanzati di Roma.

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