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Il Barone Ungern: l’ultimo khan d’Eurasia

Il Barone Ungern: l’ultimo khan d’Eurasia

Passato alla storia come l’ultimo khan, ma anche conosciuto come con appellattivi per nulla lusinghieri quali il “barone pazzo”, “barone nero” e “barone sanguinario”, Roman von Ungern-Sternberg fu tutto meno che pazzo: figlio dei suoi tempi, fu temuto dai nemici e non è mai stato compreso pienamente dalla posterità.

Roman Fyodorovich von Ungern-Sternberg nacque a Graz il 10 gennaio del 1886 ed era membro di una delle più antiche famiglie tedesche aristocratiche del Baltico la cui genealogia risaliva fino a Batu Khan, il fondatore dell’Orda d’Oro. Crebbe a Tallinn (all’epoca chiamata Reval) nelle tenute di famiglia, allevato, dopo il divorzio dei genitori, dal nonno paterno che gli trasmise l’interesse e la passione per il buddhismo. Fin da adolescente mostrò segni di sadismo sia verso i coetanei che verso gli animali e il suo temperamento fumantino e sanguigno lo pose seriamente a rischio di espulsione dal Ginnasio Nicola I di Tallinn per via delle frequenti violazioni delle regole e dei litigi con compagni e professori. Nel 1905, terminata la scuola, cercò di unirsi all’esercito russo che combatteva la guerra russo-giapponese, fiero come era dell’antica nobiltà della famiglia e del fatto che questa fosse da generazioni al servizio della monarchia. Il 1905 fu anche l’anno in cui vide diverse sue tenute messe a ferro e fuoco dalle jacquerie contadine, durante la rivoluzione seguita alla disastrosa sconfitta russa contro il Giappone.

L’anno successivo lo vediamo ammesso alla scuola militare Pavlosk di San Pietroburgo: anche qui, veniva segnalato sia per la sua attitudine alla guerra, sia per la insofferenza agli ordini e alla disciplina ma anche in merito al rapporto con i suoi commilitoni. Durante gli anni della scuola militare (1906-1909) si interessò all’esoterismo e allo sciamanesimo e pertanto, finita la scuola, chiese e ottenne di essere mandato a servire in Siberia, in Transbajkalia con l’armata cosacca. Il primo contatto con le vicende mongole lo ebbe in quel periodo, perché nel 1913 venne distaccato come ufficiale esterno nel distaccamento delle guardie cosacche presso il consolato russo di Khovd, nella Mongolia occidentale. Essendo un eccellente cavaliere venne rispettato da mongoli, cosacchi e buriati, pur non avendo partecipato alle azioni belliche che portarono all’indipendenza mongola dalla dinastia dei Qing. 

Qui maturò probabilmente la sua definitiva conversione al buddhismo anche se non abbandonò mai ufficialmente il cristianesimo. Allo scoppio della Prima guerra mondiale servì sul fronte orientale, in Galizia, contro gli austro-ungarici e si guadagnò la reputazione di ufficiale estremamente coraggioso ma spericolato e instabile, senza paura della morte e con l’idea che rifiutare la guerra fosse come rifiutare la vita. Venne ferito quattro volte e decorato con la Croce dell’Ordine di San Giorgio, con la croce dell’Ordine di San Vladimiro e con quella dell’Ordine di San Stanislao. Tuttavia, per avere aggredito due ufficiali commilitoni del 34° reggimento cosacco, fu mandato, alla fine del 1916, sul fronte caucasico, a combattere contro la Porta. Qui fece la conoscenza del capitano cosacco (l’atamano) Grigorij Semyonov. I due organizzarono una milizia di cristiani assiri, ottenendo piccole ma fastidiose vittorie sugli ottomani. Erano gli anni del Seyfo (il genocidio assiro) ma anche della Rivoluzione e la creazione della milizia volontaria funse da catalizzatore per il morale dell’esercito e della popolazione. Data la buona riuscita dell’esperimento i due vennero mandati in Siberia a replicare la creazione di milizie volontarie di cavalleria in Buriazia.

Con la Rivoluzione di Ottobre, Semyonov e Ungern, si schierarono, almeno inizialmente, con i bianchi di Kolchak. Se Semyonov pensava prettamente a se stesso e a costruirsi una sfera di potere nel vuoto lasciato alle periferie dell’impero, costruendosi il Regno Cosacco di Transbajkalia, appoggiato dai giapponesi con armi e qualche distaccamento; Ungern era promotore di un’ideologia tutta personale. Vedeva nel buddhismo centro-asiatico e nelle società cui aveva dato origine il prototipo di un mondo valoriale, fortemente gerarchico che avrebbe riportato la rivincita dello Spirito sul mondo materiale, rappresentato ai suoi occhi dal bolscevismo che sovvertiva l’ordine naturale di un monarca responsabile di fronte alla divinità, con il comando di persone inferiori, quali erano operai e contadini. 

Ungern voleva compiere una vera e propria contro-rivoluzione, che avrebbe dovuto portare il mondo in tutt’altra direzione: Grande Mongolia reazionaria e teocratica dal lago Bajkal al Tibet e dalla Manciuria al Turkestan per unificare i grandi imperi cinese e russo, tanto che nel gennaio 1919 a Cita organizzò una Conferenza pan-mongola, con buriati, mongoli e altre minoranze, sostenendo l’idea della restaurazione di una teocrazia lamista. Semyonov gli diede il comando della Divisione Asiatica di Cavalleria, composta da cosacchi, coreani, tibetani, mongoli, buriati e giapponesi, affidandogli la regione di Dauria.

Semyonov agiva indipendentemente da Kolchak e Ungern di fatto anche da Semyonov, a tal punto che gli assalti ai convogli ferroviari penalizzarono più i bianchi che i rossi, verso cui era comunque diretta l’azione militare: Dauria e Hulunbuir vennero efficacemente difese dall’attacco dei bolscevichi sotto il comando di Ungern. Sotto la sua gestione Dauria divenne un centro di tortura e processi sommari contro comunisti, o sospetti tali, e delinquenti comuni. Un vero regime del terrore. Alla sconfitta di Kolchak e alla conseguente caduta dello stato Cosacco di Transbajkalia nell’agosto del 1920, Ungern si distaccò definitivamente da Semyonov e si diresse in Mongolia con il suo eterogeneo esercito per concretizzare la sua irrealistica ed eccezionale visione, quella di un Ordine e una Gerarchia celesti che avrebbero trasformato un regno terrestre in un mandala ordinato come uno spazio sacro, un nuovo ordine mondiale, creato nell’attesa del risveglio del Re del Mondo di Agharti. 

Dal 1919 la Mongolia (quella esterna) era tornata sotto dominio cinese, avendo infatti la nuova Repubblica di Cina conquistato Urga (Ulan Bator), e il Barone di Ungern vi tornò conducendo azioni di guerriglia nella Mongolia Orientale, con la benedizione di Bogd Khan legittimo sovrano di Mongolia dal 1911 (l’ottavo Hutuktu) e dei nobili locali. Per tutto l’inverno del 1920 portò avanti una lenta opera di accerchiamento di Urga che si concretizzò con la battaglia per la presa della città il 4 febbraio 1921. Quello che ne seguì fu un massacro indiscriminato di cinesi, russi, mongoli di sinistra ma non necessariamente bolscevichi ed ebrei. Una volta reinsediato l’Hutuktu (terza carica suprema del buddhismo) sul Trono del Palazzo Verde il 22 febbraio, anche Ungern fu insignito del titolo di Khan e divenne, de facto, dittatore della Mongolia. Intraprese una campagna di riconquista contro i cinesi e di repressione contro le idee socialiste, ma ci andarono di mezzo molti coloni russi, estranei al conflitto ideologico. Instaurò uno stato di terrore noto per la ferocia delle rappresaglie contro ebrei e comunisti e la sua insofferenza per anche il più minimo sgarro alla disciplina. Ad ingrossare le fila dell’Armata Asiatica arrivò anche un contingente tibetano, su ordine del 13° Dalai Lama (che venisse dal Tibet o che fossero tibetani di Urga poco importa). 

Nel marzo strappò ai cinesi Cojr e Zamyn-Uud, la quale si arrese senza combattere. Ma Urgen Khan non era il solo ad essersi mosso per liberare la Mongolia dai cinesi, infatti ad ovest operava il Partito Popolare di Mongolia sotto la direzione di Sukhbator e Choibalsan, che appoggiati dai bolscevichi, avevano dato vita ad un movimento di rivoluzione e resistenza all’occupazione cinese. Così come Ungern voleva un regime teocratico questi auspicavano una Mongolia socialista. 

Fu contro i bolscevichi che si diresse l’azione del Barone Nero. Egli provò ad invadere la Siberia, pensando che la popolazione locale fosse dalla sua parte e sottostimando l’entità delle unità Rosse in appoggio ai popolari di Mongolia. Errore esiziale, perché da un lato la Nuova Politica Economica di Lenin aveva garantito l’adesione contadina al progetto sovietico e dall’altra i distaccamenti dell’Armata Rossa erano ingrossati anche da volontari mongoli.  Il 20 maggio 1921, alla testa di un’armata, sotto il suo vessillo, la U nera su sfondo giallo, simbolo del suo cognome ma anche ferro di cavallo, animale il più importante per i popoli delle steppe, lasciò Urga ed entrò in territorio sovietico: l’armata di Ungern-Khan venne sconfitta pesantemente in buriazia a Kyakhta in due battaglie, l’11 e il 13 giugno. Le forze combinate bolsceviche e mongole rosse entrarono a Urga il 6 luglio 1921 dopo aver spezzato le ultime retroguardie del Khan. Lui rapidamente si spostò a nord est, volendo conquistare Ulan-Ude, riuscendo a prendere soltanto qualche insediamento rurale, in attesa di aiuti dalla Manciuria da parte di Semyonov, lì rifugiatosi, e dal Giappone. Aiuti che non vennero, perché nessuno dei due aveva intenzione di sfidare una ben organizzata Armata Rossa su suolo sovietico.

Questo fu il secondo errore. Ma fu il terzo errore tattico a costargli la vita: non capì infatti che il suo esercito, all’alba del 2 agosto, dopo anni di campagne e di ferrea disciplina non era più disposto a seguirloStrategicamente sarebbe stato opportuno una ritirata verso est in Manciuria ma Ungern-Khan volle ritornare in Mongolia per organizzare la resistenza e per poi recarsi in Tibet dove pensava di poter avere un nuovo esercito grazie al Dalai Lama (che lo aveva dichiarato una emanazione del “Grande Nero” ed era noto in Giappone col nome di “Barone Nero”). Le truppe si ammutinarono ad un comandante che aveva ormai perso qualsiasi contatto con la realtà e cercava una difficilissima traversata estiva del Gobi: il suo vice, il generale Rezuchin fu crivellato di colpi il 17 agosto e il 21 il Barone di Ungern fu consegnato ai bolscevichi. Bljucher tentò di convincerlo, senza successo, ad entrare nell’Armata Rossa. Il processo fu una formalità e dopo 6 ore e 15 minuti fu condannato alla pena capitale. Venne fucilato quella sera stessa, il 15 settembre 1921. 

Questa storia inizia dalla fine, con un uomo che, giunto sul luogo dell’esecuzione, ingoia un simbolo – il simbolo – dell’identità della nazione che lo ha allevato, e che lui ha amato profondamente, e che, ora, cambiata profondamente, sta uccidendo uno dopo l’altro quei figli che disconosce: aristocratici, borghesi, chierici, fedeli ortodossi, e semplici dissidenti. Quest’uomo, che davanti ai suoi giustizieri ingoiò la Croce di San Giorgio, ha un nome – ha, non aveva, perché continua a vivere sotto forma di mito: Roman Fëdorovič Ungern fon Šternberg, anche conosciuto come Il barone nero e Ungern khan. Chi era e come visse è stato già scritto, adesso è il momento di comprendere quali ideali ne muovessero le azioni, quale weltanschauung così potente lo condusse sino ai deserti della Mongolia.

Del barone nero è stato scritto molto e male. Enigmatico, certo, sanguinario, sicuramente, ma ci si dimentica spesso che l’ultimo khan era un soldato degli zar, cresciuto con il mito di Rurik e di San Vladimir, che, come molti altri, fu testimone della fine sanguinosa della famiglia Romanov e del crollo apocalittico della Terza Roma. La caduta di Mosca, avamposto della cristianità divenuta culla dell’ateismo di stato, andava vendicata e soltanto un esercito di uomini senza paura della morte e senza pietà per il nemico, ma convintamente fedele alla propria storia, avrebbe potuto tentare l’impossibile.

E lui, l’ultimo khan, fu anche questo: il barone dell’impossibile. Alla guida della Brigata asiatica delle Truppe bianche, riuscì dapprima ad espellere i cinesi dalla Mongolia e poi ad indebolire significativamente i bolscevichi ivi stanziati. Fu nel corso della battaglia per il destino dell’Estremo Oriente russo che il barone avrebbe trovato la morte: catturato, sottoposto ad un processo-farsa, e infine giustiziato per crimini controrivoluzionari.

Lui, in effetti, fu controrivoluzionario in quanto puramente rivoluzionario e per nulla inquadrabile all’interno di categorie interpretative: sciovinista, zarista, monarchico, anticomunista, fervente cristiano (luterano), stregato dal buddismo vajrayāna, stratega i cui genio militare e carisma gli valsero una devozione da parte dei mongoli, che videro in lui un’incarnazione di Jamsaran, il dio della guerra del buddismo tibetano.

Che cosa voleva il barone nero? Sconfiggere i bolscevichi. Come intendeva farlo? Annientandoli, per impedire la diffusione delle loro idee, e costruendo uno stato-rifugio incontaminato e incontaminabile in Mongolia. Da qui, dalla terra di Gengis Khan, il barone dell’impossibile avrebbe voluto costruire una possente armata di monaci guerrieri con cui organizzare una riedizione dell’invasione mongola del tredicesimo secolo. Questa volta, però, i mongoli non sarebbero giunti come conquistatori, ma come liberatori; non sarebbero stati guidati da un signore della guerra asiatico, ma da un europeo; non avrebbero clanizzato l’impero, lo avrebbero emancipato dal comunismo, restaurando la monarchia e riportando Mosca ad essere la Terza Roma.

Von Sternberg, il pazzo, il sanguinario, l’incompreso: non un folle guidato dalla convinzione di essere un uomo-dio, ma un patriota che tentò di organizzare la resistenza dall’estero e che sacrificò la vita ad un’ideale – lo zarismo – al quale non credeva quasi più nessuno. Come nelle migliori storie, fu tradito da un proprio intimo; un altro elemento che contribuisce alla mitizzazione della sua figura e della sua storia.

Come i più impavidi degli uomini, non morì implorando pietà ma sventolando un’ultima volta la propria bandiera, la medaglia di San Giorgio, simbolo della cristianità e della Russia. A sconfiggere il dragone ci ha pensato poi la storia: oggi, il comunismo è sepolto, la medaglia di San Giorgio è tornata ad essere il simbolo della nazione, e la Terza Roma è risorta.

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