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L’influenza senza tempo di Erbakan, il neo-ottomano

L’influenza senza tempo di Erbakan, il neo-ottomano

Oggi per il ritratto della settimana di Nemettin Erbakan, ispiratore politico del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il nostro Andreas Massacra è affiancato da Emmanuel Pietrobon. Buona lettura!

Ex nihilo nihil. Erdogan con la sua politica, sia interna che estera, non nasce dal nulla ma è frutto di un percorso trentennale di sedimentazione ed evoluzione dell’Islam politico in Turchia, un percorso portato avanti da Necmettin Erbakan, a cui dedichiamo il “Ritratto” di questa settimana.

Erbakan nacque a Sinope il 29 ottobre 1926 ed era figlio Mehmet, giudice della corte penale e appartenente alla piccola nobiltà degli Afshari che vide peggiorato il suo status e il suo prestigio sociale negli anni in cui il sistema di tribunali religiosi fu sostituito da un codice legale secolare dopo la fondazione della Turchia moderna da parte di Kemal Atatürk nel 1923. Dopo essersi laureato in ingegneria a Istanbul nel 1948, proseguì gli studi in Germania, nella prestigiosa università di Aquisgrana, dove conseguì il dottorato in meccanica dei motori. Tornò ad Istanbul nel 1965 diventando professore proprio all’Università Tecnica. Nel 1969, venne nominato presidente dell’Unione delle Camere di Commercio e di Industria. Mosse i primi passi nel Partito della Giustizia (Adalet Partisi), di Soliman Demirel, ma presto emersero i primi attriti tra i due: in particolare Erbakan rimproverava al leader del centro-destra un atteggiamento eccessivamente remissivo verso le grandi società straniere che detenevano molti capitali in Turchia e verso Israele e l’Alleanza Atlantica, avendo inoltre dimenticato i valori dell’Islam. 

Uscito quindi dal partito nel 1969 si candidò come indipendente al parlamento nel distretto di Konya, vincendo quelle elezioni grazie ai suoi legami con il mondo del sufismo coniata. Nel 1970, con altri deputati indipendenti legati alla tradizione islamica fondò il suo primo partito di ispirazione religiosa, il Partito dell’Ordine Nazionale (Milli Nizam Partisi), supportato sia dalla piccola borghesia provinciale, che aveva goduto molto meno delle città dello sviluppo economico degli anni ‘60 sia dalle fasce inurbate provenienti dalle province che ritrovavano nell’islam, più che nello stato, certezze cui ancorarsi al momento del drastico cambio di vita. Il partito fu sciolto, dichiarato fuori legge dalla Corte Costituzionale nel 1971 e rifondato nel 1972 come Partito per la Salvezza Nazionale (Milli Selamet Partisi). A fianco all’attività partitica, Erbakan aveva creato un’organizzazione chiamata Milli Gorus (Punto di Vista Nazionale) di chiara ispirazione islamica che propugnava l’idea di un islam pubblico e pervasivo della vita politica: una religione presente nelle scelte quotidiane, con le sue regole, restrizioni e ruoli. 

Il nuovo partito si presentò alle elezioni del 1973 con un programma politico contrario all’occidentalizzazione del paese e più incline ad avvicinarsi al mondo arabo. Il partito ottenne l’11,8% dei voti. Furono elezioni turbolente: all’industrializzazione non era corrisposto un progresso sociale, i maggiori partiti erano divisi al loro interno e l’esercito monitorava gli sviluppi. Polizia ed esercito sorvegliavano il partito di Erbakan, sospettato di ricevere sovvenzioni dai paesi arabi per legare la Turchia al mondo islamico. Nel 1974, venne formato il primo governo di coalizione tra i repubblicani laici di Ecevit e lo MSP di Erbakan che divenne vice primo ministro. Era la prima volta che un partito islamico raggiungeva gli scranni dell’esecutivo. Un esperimento che durò poco più di nove mesi: Ecevit si dimise cercando di capitalizzare il consenso dopo la crisi di Cipro del 1974, tentando nuove elezioni, che però non vennero indette, aprendo una fase di instabilità politiche in cui Erbakan ricoprì ancora il ruolo di vice primo ministro dal 1975 al 1978 con i governi di Demirel.

Nel 1980 ci fu l’ultimo Colpo di Stato militare vero e proprio portato dal generale Evren: il parlamento fu sciolto, il governo fu deposto, i leader politici arrestati. Erbakan, fu accusato e processato per aver cercato di trasformare la Turchia in uno stato confessionale, mirando ad un cambiamento dell’assetto repubblicano. Dopo tre anni forzati di inattività fondò il Refah Partisi (Partito del Benessere) e il Milli Gorus trovò nuovamente rappresentanza politica. La formazione politica, partita con un modesto 4,8% andò in continua crescita fino al 1991 riuscendo ad avere adepti e iscritti anche tra i bassi ranghi dell’esercito e della marina. Il risultato inaspettato fu appunto quello del 1991, anno in cui ottenne il 17% delle preferenze elettorali. Questo trend fu confermato anche nel 1994, quando conquistò nettamente le città di Istanbul e Ankara. Alle nuove elezioni, alla fine del 1995, con il 21% dei consensi il Refah fu il primo partito in Turchia, conquistando 158 seggi su 550 e precedendo il Partito della Madre Patria di Yilamz e il Partito della Giusta Via di Ciller. Fu proprio con quest’utima che andò a formare il nuovo governo di coalizione, che riproponeva quella strana ricetta di islamismo conservatore e repubblicanesimo nazionalista laico, tentato con Ecevit 20 anni prima. La Ciller fu vice primo ministro e tenne il dicastero degli esteri, oltretutto ottenendo per il suo partito i ministeri dell’interno, della difesa e dell’industria. Crisi sociale, crisi economica e crisi curda erano i tre scogli più urgenti che il governo affrontò, mettendo da parte le istanze nazionaliste e la retorica islamica. Il governo, guardato con sospetto dall’esercito kemalista, poté durare fintanto che la Ciller svolse un ruolo di mediazione, ma i rapporti tra esecutivo e militari si incrinarono con il viaggio di Erbakan in Nord-Africa e con le sue dichiarazioni successive, su Milli Gorus, in favore di una creazione di una alleanza islamica che rivaleggiasse con la Nato e di una unione monetaria mediorientale. La Ciller, sotto le pressioni dei militari, scossi anche da alcuni scandali, come quello di Susurluk, abbandonò Erbakan segnando i destini del governo. 

L’esercito fece pervenire al leader del Refah la richiesta di dimissioni (in alternativa il Golpe). Demirel, diventato Capo di Stato nel 1993, rifiutò la proposta di Erbakan di farsi avvicendare dalla Ciller con conseguente rimpasto di governo e questo portò alle dimissioni del primo ministro il 30 giugno 1997, dopo un anno di governo. Erbakan, e alcuni più giovani esponenti del partito come Erdogan furono accusati di incitamento all’odio religioso e furono arrestati, processati e condannati. Il partito fu dichiarato fuori legge dalla Corte Costituzionale ed Erbakan venne interdetto dalla politica attiva per 5 anni. Erdogan e Abdullah Gul, che erano i leader della parte progressista del partito, fondarono prima il Partito della Virtù, dichiarato incostituzionale nel 2001 e poi il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkinma Partisi) cui Erbakan non aderì, fondando il Partito della Felicità (Saadet Partisi) che ebbe però scarso seguito, venendo sovrastato da quello di coloro che potremmo definire “eredi”. 

Morì il 27 febbraio 2011 ad Ankara per insufficienza cardiaca. 

L’ideologo del neo-ottomanesimo aveva un sogno, o meglio una visione per la nazione (Milli Gorus). Quella visione anelava a riportare la Turchia ad essere la Sublime Porta, a rigettare il kemalismo in favore di un ritorno all’islam, a rompere i legami con l’Occidente e con Israele e a costituire un polo di potere pan-islamico a guida turca con cui accelerare la transizione multipolare.Si dice che alla posterità spetti il compito di emettere l’ardua sentenza sulle azioni e sulle idee che hanno plasmato l’epoca precedente; nel caso turco si può sostenere senza alcun dubbio che la visione per la nazione abbia ottenuto ragione dalla storia, ossia dal giudizio della posterità.

Il kemalismo continua a permeare la società, la cultura e la politica della Turchia, ma il mito di Mustafa Kemal, padre dei turchi (Ataturk), ha assunto una dimensione umana, terrena, quindi criticabile. È stato Recep Tayyip Erdogan, allievo e fedele di Erbakan sin dai primordi di Milli Gorus, ad avviare i lavori per la de-kemalizzazione del Paese, contribuendo in prima persona a decostruire il mito di Ataturk, la cui figura è stata attaccata a più riprese per l’alcolismo, l’islamofobia e quell’innegabile esterofilia filo-occidentale che aveva condotto alla latinizzazione dell’alfabeto, all’imposizione di vari divieti inerenti usi e costumi di origine antica e, ultimo ma non meno importante, alla musealizzazione di Ayasofya.

Erbakan non è stato un incidente della storia, un contraccolpo proveniente da una minoranza decadente e pronta a combattere per evitare l’estinzione. Erbakan è stato una delle manifestazioni più importanti, sottovalutate e incomprese della Turchia profonda nell’epoca della guerra fredda – similmente ad Adnan Menderes, il padre del panturchismo. 

Del resto, che quella visione nazionale avesse del potenziale destabilizzante fu dimostrato proprio in occasione delle elezioni del 1973 e, poi, di nuovo, nel 1995. Non furono le masse a fermare Erbakan, fu l’esercito: custode della costituzione, guardiano del kemalismo, garante degli interessi occidentali in Anatolia.

Le armi, però, non possono fermare la forza irrefrenabile e travolgente di un destino ineluttabile. La natura vince sull’artifizio, l’identità prevale sulla forzatura, e la Turchia è lentamente tornata ad essere quel che è sempre stata: luogo di incontro e scontro tra Occidente e Oriente, vera custode dell’islam, paladina dei popoli provenienti dalle steppe remote, magiche e selvagge del Turan.

Erbakan non è stato un incidente di percorso, egli è stato in anticipo sul percorso. E che la storia gli abbia dato ragione non è un’impressione e/o un’interpretazione soggettiva e distorta dell’autore, è un dato di fatto: Recep Tayyip Erdogan gode di un’elevata popolarità presso l’opinione pubblica, la sua politica interna – soprattutto in materie economiche – risulta divisiva, ma la sua agenda estera gode del supporto unanime del mondo politico, dai conservatori ai liberali, dai comunisti agli islamisti, dagli identitari ai kemalisti.

Quel supporto, ignorato dai politologi occidentali, viene reiterato in continuazione per quanto riguarda il dossier Mediterrano orientale – dove Erdogan è, paradossalmente, il più moderato –, la promozione del panturchismo in Eurasia, l’espansionismo nella regione Medio Oriente e Nord Africa, la postura muscolarista contro l’Unione Europea. Quel supporto, inoltre, è stato ribadito in occasione della recente crisi diplomatica con Parigi per via delle vignette di Charlie Hebdo: l’intero Parlamento ha approvato una risoluzione di condanna contro Emmanuel Macron e la sua presunta “guerra all’islam”. 

Inoltre, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), dopo un relativo declino di iscrizioni, è tornato a crescere da quando Erdogan ha assunto il pieno controllo dei gangli fondamentali del potere, resettando lo stato profondo.Tra gennaio e settembre di quest’anno sono stati 601mila i cittadini che si sono tesserati all’Akp – e la metà di essi ha tra i 18 e i 25 anni. 

In breve, la visione nazionale di Erbakan, che Erdogan è riuscito a portare a compimento, è attraente, smuove le masse e, soprattutto, riesce a fare presa sui giovani, ossia su coloro che, in linea teorica, dovrebbero essere meno attaccati ai valori conservatori e tradizionalisti delle generazioni precedenti e guardare con maggiore interesse e attenzione all’Occidente.

Erdogan è il classico allievo che, ad un certo punto, supera il maestro. Lo ha dimostrato in questo ventennio, alternando saggiamente messaggi criptici all’elettorato islamico e continenza con la cerchia di potere kemalista, smontando gradualmente quello stato profondo repubblicano che dal 1960 al 1997 aveva ordinato alle forze armate di difendere la costituzione ben undici volte, via diretta (colpo di stato) o pressioni (come nel caso di Erbakan).

Una volta assestato il colpo finale al morente stato profondo, la notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, Erdogan ha potuto premere sull’acceleratore, disseppellendo ufficialmente la visione nazionale del proprio mentore, portandola alla luce del Sole: lo scontro con Israele, la creazione di un asse pan-islamico con le potenze emergenti dell’Asia meridionale e orientale, il recupero e l’esaltazione dell’identità turca, l’allontanamento geopolitico dall’Occidente e, infine, la de-musealizzazione di Santa Sofia, che dal 10 luglio di quest’anno è tornata a troneggiare su Istanbul e sull’intera umma. 

Di Andreas Massacra e Emanuel Pietrobon

16 –Jose Hermano Saraiva, lo storico divulgatore

17 – Thor Heyerdahl, un esploratore ai confini del mondo

18 – Giovanni Jatta e l’eccellenza museale ruvestina

19 – Maria Spiridonova, la martire della Rivoluzione

20 – L’influenza senza tempo di Erbakan, il neo-ottomano

Clicca qui per vedere tutti gli altri “Ritratti” pubblicati dall’Osservatorio

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