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Pasquale Massacra, pittore e patriota: un artista caduto per il Risorgimento

Massacra

Pasquale Massacra, pittore e patriota: un artista caduto per il Risorgimento

La pittura romantica in Italia è legata al nostro Risorgimento, dando alla produzione pittorica nazionale un carattere storicista peculiare. Uno degli esponenti lombardi del romanticismo risorgimentale italiano fu Pasquale Massacra ed è a lui, morto in un agguato tesogli dagli austriaci, che dedichiamo il ritratto.

Pasquale Massacra nacque a Pavia il 23 febbraio 1819, da Nicola, di mestiere fornaio e Rosa Lombardi, erbivendola. La famiglia vide subito la sua predisposizione pittorica e dopo una breve esperienza come garzone per un intagliatore di ornati, passò nella bottega del famoso verniciatore di insegne di Pavia Paolo Santi. Nella bottega del Santi rimase fino al 1839, ma non dipinse solo cartelle da morto e insegne da bottega. Certo ne produsse di notevoli, ora conservate alla Pinacoteca Malaspina e l’insegna dell’albergo Tre Re andata perduta (esposta al pubblico quando aveva solo 13 anni), ma la sua produzione adolescenziale variava da candele dipinte a paggi fermaporta, da presepi in legno e terracotta a sipari per teatro. Le sue opere si diffondono in Pavia anche per il fatto che frequentava assiduamente l’oratorio di San Dalmazio, che l’allora vescovo Luigi Tosi aveva messo a disposizione come spazio ricreativo per i giovani artigiani della città.

Il giovane Massacra iniziò ad ottenere committenze per pitture sacre dall’alta borghesia della città, quali la famiglia Carpanelli e Marozzi.

Fu però una “Deposizione della Croce”, dipinta per l’avvocato Calcagni nel 1837 a valergli la raccomandazione di questi presso la Civica Scuola di Disegno, Nudo e Incisione presso l’Accademia di Belle Arti del Comune di Pavia, allora diretta da Cesare Ferreri. Ferreri, disegnatore, pittore, curatore e restauratore era famoso in tutta l’italia del nord ovest e nel Ticino. Entrato nella Scuola nel 1838, il Massacra riuscì a proseguire gli studi grazie al mecenatismo della famiglie per le quali dipingeva ritratti e soggetti storici, abbandonando definitivamente l’ambiente di bottega per entrare in quello accademico. Dopo tre anni di scuola gli venne offerto il posto di assistente ma rifiutò, lasciando l’Accademia nel 1841 e spostandosi, per il biennio 1842/43 nella civica scuola diretta e fondata dall’artista bergamasco Giacomo Trecourt nel 1842. Gli anni tra il 1840 e il 1847 videro un aumento della sua produzione pittorica specie di soggetti sacri, per importanti e antiche chiese di Pavia, di ritratti e di fatti storici, tutti su committenza. In San Michele si trova la “Madonna col Bambino e S. Siro” del 1841, che gli fruttò 200 lire milanesi, il ciclo di dipinti dedicati a Sant’Antonio è esposto nella Chiesa di Santa Maria del Carmelo insieme alla tela di “S. Antonio che distribuisce le sue sostanze ai poveri”, l’affresco absidale raffigurante S. Carlo Borromeo è visibile nella cappella del parco di villa Cairoli, a Gropello Cairoli (1846). Furono anche gli anni dei ritratti: il celebre “Autoritratto”, “Donna in Rosso”, “Vecchio con Bambino”, “Ritratto della sorella Ernesta” (tutti tra il 1843 e il 1847).

Ma fu con la pittura storica e i soggetti riguardanti le vicende storiche di Pavia e di Italia che il Massacra raggiunse la notorietà. Il giovane pittore aveva infatti aderito al romanticismo storico i cui soggetti erano tratti in genere dalla storia medioevale e alludevano ai sentimenti patriottici e risorgimentali. La figura di riferimento era senza dubbio Francesco Hayez, la cui fama si irradiava dall’Accademia di Brera a Milano. I primi contatti tra Massacra e Hayez risalivano al 1844, quando espose a Brera una “Madonna col Bambino” e nel 1845 “Caino dopo il fratricidio” e “Dante nel convento dei monaci agostiniani di Corvo in Lunigiana”. A Milano poi affrescò Palazzo Belgioioso insieme al collega Luigi Scrosati. Il suo capolavoro in questo ambito, che lo rese poi noto e apprezzato dal mondo artistico lombardo (Hayez disse di lui “’Voi mi fate paura Pasquale mio, che avete di là cominciato dove altri appena si arrischierebbe a finire”), fu la grande tela raffigurante “La madre di Ricciardino Langosco in traccia del cadavere del figlio ucciso nell’espugnazione di Pavia per le armi di Matteo Visconti l’anno 1315” esposta a Brera nel 1846. Il dipinto era stato fatto su commissione per la famiglia Marozzi che dal 1844 dava una pensione mensile al giovane pittore, su spinta del podestà di Pavia Tommaso del Majno, e a spese del committente fu esposto. L’apprezzamento fu tale che Hayez volle che esponesse a Brera altre opere di carattere storico e medievistico con il suo stile ricco di ardore e sentimento, di istanze civili e passione morale, di volontà di battere strade originali e di rinnovo delle forme espressive. Nel 1847 si mise dunque al lavoro, con la consulenza storica dell’erudito pavese Pietro Carpanelli, su un ciclo di dipinti storici riguardanti Frate Jacopo Bossolaro, un padre agostiniano che alla metà del XIV secolo incitò i pavesi, senza felice esito, ad opporsi alle mire espansionistiche dei Visconti di Milano. Il primo fu la tela dispersa di “Frate Bossolaro che riceve l’offerta delle signore di Pavia”, nota per il bozzetto nei Musei civici di Pavia; il secondo fu “Un sicario disarmato dalle preghiere della moglie” disperso anche esso, che raffigurava Filippone che, accettato l’incarico di uccidere frate Bossolaro, desisteva dall’impresa per effetto dell’intervento della moglie. L’unico dipinto rimasto è “Frate Bossolaro che dal carroccio arringa il popolo eccitandolo contro i Beccaria” (conservato al Civico Museo di Pavia).

Con l’avvento della Prima Guerra di Indipendenza nel 1848 voluta da Carlo Alberto, le sue idee risorgimentali e indipendentiste declinate nella pittura (il Frate che lotta per l’autonomia comunale di Pavia ne era un esempio, e in quel quadro erano per altro ritratti sia il pittore stesso che la sorella), smisero di essere su tela e si tradussero in politica attiva, in una città che era una testa di ponte austriaca verso il Regno di Sardegna. Nell’agosto del 1848, con il ritorno degli austriaci a Pavia, si rifugiò in territorio piemontese e iniziò la militanza anti-austriaca. Tornò a Pavia con l’intento di convincere i soldati asburgici a disertare per unirsi ai sardi. La sera di venerdì 16 marzo del 1849, aveva dato appuntamento a tre soldati austriaci all’osteria della Madonnina, poi della Crosazza, sull’angolo fra corso San Giovanni (ora Garibaldi) e via Ugo Foscolo. Massacra era conosciuto in quella osteria e nel quartiere: alto, atletico, bohemien, prestante, con baffetti e pizzetto spesso si recava alla Madonnina per parlare di politica e bere con gli amici. I tre soldati però non avevano alcuna intenzione di disertare e finsero di accompagnare a casa il Massacra. Quando il pittore si accorse che l’accompagnamento in realtà era un po’ più stretto del dovuto, capì che i tre lo stavano arrestando. Sfoderò uno stiletto e colpì al petto gli austriaci, uccidendone due. Il terzo tuttavia trafisse al ventre il Massacra con la baionetta. Il pittore si trascinò fino in via San Giovanni in Borgo nel portone di casa Vittadini (Contrada del Collegio Borromeo) con una copiosa emorragia. Vennero chiamati madre, sorella e cognato che non poterono far altro che assistere alla sua morte.

Così finì Pasquale Massacra, pittore promettente e martire patriota, brillante e sfortunato, che, come ebbe a dire il Faruffini, allievo anche lui del Trecourt anni dopo, fu “animoso italiano e sublime artista caduto pugnando contro l’oppressore nel marzo 1849”.

Al posto dell’Osteria della Crosazza ora c’è il convento-scuole delle suore Canossiane, Via San Giovanni in Borgo è ora via Pasquale Massacra (una targa al nr. 6 ricorda il luogo della morte) e uno scioglilingua in pavese recita: “por Massacra masacrà… l’è mort masacrand…“

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Laureato magistrale in Scienze Filosofiche all'Università degli Studi di Milano, è attualmente consigliere comunale nel paese di Cesano Boscone.

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