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Da Churchill alla Brexit, la lunga epopea di Elisabetta II

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Da Churchill alla Brexit, la lunga epopea di Elisabetta II

Era il 2 giugno del 1953 quando una giovane Elisabetta venne incoronata regina di Inghilterra con il nome di Elisabetta II e Capo della Chiesa Anglicana nell’abbazia di Westminster. Sembra un’altra epoca se si studiano le relazioni internazionali. In quell’anno moriva Joseph Stalin, mentre in Italia il futuro Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano si insediava per la prima volta come parlamentare nelle file del Partito Comunista Italiano. Il ‘53 fu anche l’anno che determinava la fine della Guerra di Corea, la prima di una serie di conflitti che coinvolgeva le superpotenze Us e Urss, mentre l’Europa si apprestava ad attuare un profondo rinnovamento economico e sociopolitico dopo gli orrori della guerra.

Quando Elisabetta all’età di 25 anni subentrò al padre Giorgio VI, un anziano e integerrimo Churchill, nel frattempo, rieletto Prime Minister dopo la vittoria dei conservatori su un tramontante Clement Attlee, si prese cura della sua formazione politica. La giovane sovrana, di fatti, era ritenuta fino ad allora inesperta e impreparata per assolvere all’incarico di Capo di Stato di una grande nazione che usciva sì vincitrice dalla guerra, ma anche logorata sul piano economico e indebolita sul fronte esterno. Lo scoppio dei movimenti indipendentisti e di affrancamento dalla madrepatria in India promossi da Gandhi e Nehru colpirono già profondamente le fondamenta dell’imperialismo britannico, il quale inesorabilmente dai vecchi fasti dell’età vittoriana si preparava ad attraversare l’ultima fase del suo glorioso Impero. In Africa, solo per citarne alcuni negli anni successivi sotto la casata dei Windsor il Regno Unito dovette assistere all’ascesa di diversi movimenti nazionalisti, tra i quali quelli sorti in Ghana, Malawi, Gambia, Kenya, Nigeria, Sudafrica, Uganda, Sierra Leone. Nel resto del mondo si verificarono episodi analoghi, con Malta che acquisì l’indipendenza nel 1974, seguito due anni dopo dal Trinidad e Tobago. Elisabetta che da sovrana ha vissuto in prima linea la Guerra Fredda, da Capo dello Stato appoggiò la disastrosa la campagna militare dell’ex PM Sir Anthony Eden in Egitto per il controllo del canale di Suez, occupato dal colonello Nasser. Nel corso degli anni, quando l’acume e l’intelligenza politica maturarono, fu un elemento fondamentale nell’equilibrio inglese. Da super partes si trovò a confrontarsi e ad appoggiare incondizionatamente, come il suo ruolo costituzionale impone, i governi impopolari dei laburisti e dei conservatori guidati da Margaret Thatcher, svolgendo un ruolo di mediazione e di sensibilità con la parte della popolazione più debole, che maggiormente risentiva delle politiche di austerità della Iron Lady. Infatti, la Thatcher fu promotrice di una politica atta al contenimento della spesa pubblica (con licenziamenti di massa, povertà e disoccupazione) per frenare l’emorragia dell’inflazione e della svalutazione della sterlina voluta dall’ex Prime Minister Harold Wilson.

In Europa nel 1973 Elisabetta da sovrana assistette all’adesione del Regno Unito nella Comunità Economica Europea, durante il governo conservatore guidato da Edward Heath. L’entrata nell’Europa che conta, tuttavia, fin dall’inizio non coinvolse l’ala scettica dei conservatori, la sinistra laburista e la parte della popolazione anziana ancorata ai vecchi schemi ideologici della prima metà del Novecento. Dovremo aspettare 43 anni, fino al 2016, prima che il governo guidato dal conservatore David Cameron su pressione di una parte dei conservatori, del Partito Popolare e dell’Ukip decise di indire un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. I risultati, seppur di poco, videro la vittoria dei sostenitori della linea Brexit contro il Remain. Quel risultato creò uno spaccato nell’Inghilterra. L’esito del referendum delineò maggiormente gli ideali politici e gli interessi strategici tra l’Inghilterra e la City di Londra, uno dei principali poli finanziari al mondo. Solo nella capitale londinese circa il 75% dei votanti si pronunciò per il Remain a conferma degli interessi economici che legano Londra all’Europa rispetto al resto del Regno Unito.

Fatta eccezione per la Scozia, storicamente pro Ue e per l’Irlanda del Nord, il resto della popolazione britannica da sempre si è mostrata insofferente alle politiche e ai progetti della UE almeno per due motivi. In primo luogo per uno spirito di identità nazionale degli inglesi ben diverso dall’eterogeneità e dall’ambiente cosmopolita londinese. In secondo luogo per la forte divisione all’interno del Galles allora governato da una maggioranza laburista guidata dal Primo Ministro gallese Carwyn Jones, che aveva avviato una collaborazione con Leanne Wood, capo di Plaid Cymru, il partito per l’indipendenza del Galles. Nonostante le tendenze Pro Remain del Governo che vedevano nell’adesione all’Ue un’occasione unica per godere dell’accesso ai fondi comunitari, e poter quindi disporre di un raggio d’azione più ampio, per il raggiungimento di una maturità politica ed una indipendenza economica da Londra, la maggioranza dei gallesi, precisamente il 52,5% si espresse per l’uscita dall’Unione.

All’interno di questo contesto si inserisce la straordinarietà di un sovrano che auspicava una nuova rinascita per l’Inghilterra, quella che il leggendario Churchill definì una seconda era elisabettiana. In Inghilterra molti tabloid raccontavano dell’enorme considerazione che Elisabetta nutriva per Churchill, considerato da lei la più grande figura storica del Regno Unito nel Novecento, soprattutto per il ruolo decisivo giocato nella resistenza inglese dai nazifascisti durante la Seconda guerra mondiale. Di fatti, quando l’ex PM si dimise dalla carica di Capo del Governo, si racconta che la regina abbia sofferto. Elisabetta vedeva in Churchill una figura paterna e un consigliere fidato. Il Daily Mail racconta di una lettera indirizzata dalla Regina a Churchill, nella quale espresse parole al miele nei suoi confronti; a tal proposito: “”Nessun politico sarebbe mai stato in grado, per me, di prendere il posto del mio primo Primo Ministro, a cui sia io che mio marito dobbiamo molto e per la cui saggia guida nei primi anni del mio regno io sarò sempre, profondamente grata””.

Gli iniziali propositi di una restaurazione dell’imperialismo inglese svanirono, al ché la regina dovette “accontentarsi” di rinsaldare le fondamenta di una monarchia in fase di decadimento. Il prossimo anno compirà 95 anni, ed è stupefacente osservare come soltanto con la sua forza di volontà e con il suo temperamento sia riuscita a rinsaldare le redini di una monarchia nel corso degli anni divenuta più fragile, per via degli effetti della globalizzazione che non lascia spazio a vecchi ruoli istituzionali e a causa dei numerosi scandali che hanno colpito la Royal Family. Una nuova sfida sarà capire che ruolo giocherà la monarchia dopo l’uscita di Londra dall’Ue e l’irruzione del Covid-19, che nel 2020 ha prodotto durissimi effetti sul suolo britannico. Mai come ora a Buckingham Palace è ritenuto benaugurante il tradizionale inno inglese “God Save the Queen”.

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Nato a Bitonto (Bari) il 23 ottobre 1993, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze Storiche presso l'Università degli studi di Padova, dopo essersi laureato in Storia e Scienze Sociali all'Università degli studi di Bari "Aldo Moro". Esperto in Storia Contemporanea, ha elaborato una tesi di laurea magistrale in Storia delle Relazioni Internazionali sull'Islam radicale nel contesto balcanico, durante i conflitti multietnici che devastarono la Jugoslavia nell'ultima decade del XX secolo.

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