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Il valore della formazione nel rilancio del Paese. Parla Milan (Aif)

Il valore della formazione nel rilancio del Paese. Parla Milan (Aif)

Verdiana Garau intervista oggi Maurizio Milan, Director di Ernst&Young nella funzione People Advisory Service e Presidente Nazionale di AIF, Associazione Italiana Formatori, sul tema dell’importanza della formazione aziendale e professionale come chiave per il rilancio dell’economia e della cultura aziendale nel Paese.

V.G. Presidente Milan, grazie per il tempo a noi dedicato. In questa conversazione puntiamo introdurre ai nostri lettori il mondo della formazione aziendale e professionale in Italia, come si costituisce, come si svolge e quali sono i suoi obiettivi. La sua lunga esperienza, Presidente Milan, l’ha portata a confrontarsi con le vere realtà del tessuto connettivo sociale e il suo operato resta qualitativamente il faro in Italia nel settore. Qual è ad oggi secondo lei, il grado della percezione nel nostro Paese sull’importanza della formazione?

M.M. Vede, il mio ruolo in associazione è un ruolo di volontariato attivo e le spiego perché: penso che chi come me ha avuto l’opportunità e la fortuna di frequentare grandi scuole di formazione aziendale, il minimo che deve fare è rimettere al beneficio della comunità le proprie esperienze, per incontrare, mettersi in contatto e maturare; è questo un ruolo che si ricopre con grande passione e che viene svolto nelle ore notturne, nei week end, nei ritagli di tempo possibile e mai come in questo periodo lo faccio con molto entusiasmo e anche la fatica fisica passa in secondo piano.

Questo è un momento di grande fermento per il nostro settore, quello della formazione.

La consulenza che offriamo sta cercando di ritrovare nuove e giuste modalità per la ripartenza, che è certamente complessa, per vari motivi, come i problemi strutturali e i temi legati al mindset people.

Questa emergenza sanitaria ha amplificato situazioni che erano già critiche certamente, ma sta regalando anche grandi opportunità.

V.G. Come coniugare l’attività fisica con quella mentale che richiede in modo massiccio l’uso del computer? Il digitale sta diventando la nostra nuova casa.

M.M. Noi lo definiamo new ways of working, diversa dalla definizione di smart working, dove intendiamo l’approccio lavorativo in modo differente.

Ho personalmente curato in Vodafone, cominciando otto anni fa, il passaggio dell’azienda verso le logiche di smart working; Vodafone fu una delle prime ad adottare questa nuova metodologia di lavoro in Italia. Certamente un’azienda che appartiene al mondo TLC è già predisposta e più spinta sull’ICT e a questi approcci. Ricordo che, fin dall’inizio, il tema forte è sempre stato molto legato alla centralità delle persone.

Lo smart working all’epoca prevedeva 1 o 2 giorni di lavoro da casa, facilitando certe dinamiche di vita quotidiana.

Quello che stiamo vivendo adesso va guardato in continuità, senza soffermarsi su queste settimane che sono anomale e particolarmente critiche per via del virus. Abbiamo comunque di fronte un nuovo modello di società e di vita.

Dal confronto che emerge con i colleghi e lavorando in questo momento con sei atenei diversi, che presentano tagli di ricerca differenti, ci si trova di fronte a scenari di grandissima trasformazione, che le stesse persone stanno vivendo. Primo, perché come dicevi tu, l’approccio fisico è differente, con tutte le problematiche del caso, quando ad esempio si parla di vita quotidiana in famiglia, dove si deve condividere uno stesso Pc per far fare lezione ai figli e anche lavorare da casa, secondo perché si comincia a dedicare più ore ad un nuovo metodo.  

V.G. Un termine: prossemica. Come si muove l’uomo “nuovo” in questi ambienti nuovi, ambienti che ancora sono in fase di esplorazione, dove ogni singolo cervello certamente recepisce in modo differente questa particolare esperienza.

Quale grado di apprendimento si sviluppa con questo nuovo approccio, quanto l’interazione umana incide sul grado di apprendimento dell’individuo in formazione? Come si fa a condividere le stesse emozioni che si trasmettono di solito condividendo anche lo stesso ambiente?

M.M. Abbiamo studiato alcuni di questi aspetti lo scorso anno, e come associazione  ci dedichiamo di volta in volta ad un tema che poi sviluppiamo in convegni, workshop e ricerche. Quest’anno il tema è stato quello della sostenibilità, pensato prima dell’emergenza sanitaria e della pandemia; lo stiamo declinando adesso con Mauro Magatti e il team della Università Cattolica.

Avevo già precedentemente portato all’attenzione della nostra comunità proprio il tema delle neuroscienze, per studiare queste interazioni che mi stai raccontando, analizzando le sintesi di alcuni percorsi che abbiamo preso in riferimento.

Con alcuni neuroscienziati, con le due Università principali in Italia che sono a Parma e Milano, abbiamo indagato a fondo e ci hanno fatto scoprire cose interessanti sulla parte più emozionale dell’apprendimento, in argomenti ritenuti più soft e meno complessi. Poi c’è un apprendimento legato ai contenuti più tecnologici e lì è ovvio che quello che si può fare sulle piattaforme online, ovvero in modalità sincrona, utilizzando cioè strumenti che in alcuni Paesi dell’Europa fanno già parte della didattica scolastica, (come Service Design o AP Classroom per fare due esempi), sia già entrato nel DNA dello studente, con elementi diversi, amplificando i dati per cui tutto ciò che si apprende a livello nozionistico, si applica con efficacia maggiore sul rendimento da piattaforma web.

La nostra associazione, che si occupa della formazione più professionale come quello aziendale, è ben gradita dalle aziende.

Quando si toccano dinamiche più soft, – per fare un esempio, le tematiche legate all’empatia e la creatività -,  si fa certamente fatica ad eliminare l’interazione d’aula e dunque fisica. In definitiva c’è sempre bisogno di uno spazio fisico per il set di sperimentazione.

Certo è vero che, con molta sorpresa, l’associazione ha organizzato molto le dirette Facebook, i webinar, per stare vicino ai nostri soci (che sono circa 2000 formatori, iscritti ad ambienti professionali diversi), alla nostra davvero interessante community (abbiamo 12000 persone che interagiscono con noi su tanti touch-point) e tutti i colleghi delle nostre delegazioni. Partecipando a questi seminari, dove si coinvolgono più le soft skills e per i quali abbiamo ricevuto grande adesione, soprattutto per quanto riguarda gli insegnanti delle scuole, abbiamo notato che il grado di apprendimento, che comporta la condivisione, ad esempio parlando di un tema come quello della gestione dello stress, ha fornito reazioni straordinarie. Mi sono calato personalmente in una doppia veste: introducendo gli argomenti di lavoro all’apertura del webinar, lasciando poi spazio alla docente di sviluppare il percorso della lezione e poi mi sono calato nel discente, sperimentando.

Si deve ammettere che il grado di apprendimento, se dall’altra parte dello schermo c’è una persona coinvolta, e se l’interazione diventa continua con le persone, funziona e funziona bene.

In questi giorni abbiamo infine ricevuto tante richieste per sviluppare questo tipo di percorsi ed anche sui temi che ho messo a disposizione del Ministro per l’istruzione Azzolina, temi che riguardano proprio le scuole, per la capacità introspettiva di comunicare, sperimentando direttamente nei Licei e riprogettando la didattica, per riportarla infine sulle logiche delle piattaforme web; noi siamo molto consapevoli della difficoltà che la scuola sta attraversando su queste tematiche, indipendentemente dal periodo, e questi sono i temi che vorremmo mettere a disposizione a fattore comune della scuola e del MIUR.

V.G. Campo motivazionale: tante adesioni e il termometro della concentrazione aumenta, poiché è colui che già vuole apprendere che si presta all’ascolto. È così?

M.M. Mi viene da pensare che in questo momento c’è una bulimia di contenuti, con una quantità di webinar che non sempre possono risultare utili.

Certamente la nostra associazione lo fa in modo propositivo.

Sono partecipazioni vere e devo dire che i riscontri sono davvero importanti, in quattro settimane abbiamo fatto quasi 60 webinar. Inizialmente abbiamo ricevuto richieste di informazione sulle modalità di utilizzo degli strumenti, gli insegnanti si stavano cimentando in qualcosa con cui non avevano fino a quel momento avuto dimestichezza, perché poco avvezzi. Abbiamo dunque fatto una culture action con una cinquantina di nostri soci e abbiamo iniziato a spiegare come utilizzare questi strumenti dal punto di vista tecnico, in modo efficace. Poi infine, proprio dagli insegnanti abbiamo accolto la richiesta che tu hai posto in domanda: come possiamo gestire le dinamiche comportamentali a distanza? E queste dinamiche, ci siamo resi conto, non riguardano solo i bambini e la scuola, ma anche il mondo degli adulti.

V.G. Cosa chiedono invece le grandi aziende che già avevano un piede sull’acceleratore rispetto all’introduzione di questi metodi al loro interno?

Dopo qualche anno di sperimentazione, cosa se ne evince?

M.M. Tra in nostri soci ci sono aziende importanti come Banca d’Italia, o INPS, Generali, Unipol, che sono anche iscritti ad AIF; anche loro si rivolgono a noi per costruire piattaforme di dialogo tra aziende ed istituzioni.  Pur occupandoci anche di priorità come il mismatch su domanda/offerta, queste aziende ci stanno chiedendo di interagire con la parte accademica e degli istituti tecnici, per selezionare i ragazzi nelle università che abbiano le skills necessarie e performanti  rispetto alle reali necessità, così da essere anche loro meglio introdotti un domani nel mondo del lavoro.

V.G. Come mediare fra le istituzioni e i privati? PMI e Pubblica Amministrazione: come si recupera ciò che sta sotto le grandi aziende, che certamente sono già avanti da anni, e che però riguarda il 90% del tessuto italiano?

M.M. Certamente alcuni hanno già degli atteggiamenti consolidati nei confronti delle università e degli atenei. In Vodafone, ad esempio, per dieci anni mi sono sempre occupato delle relazioni con le università.  Ma come dicevo prima, stiamo cominciando a ricevere feedback positivi e ci stiamo adoperando per trovare un “manifesto comune” da porre al mondo universitario, perché solo unendosi, si sono resi conto, possono essere davvero competitivi e incisivi nelle logiche dei percorsi formativi, nella scuola universitaria come in quella secondaria. L’associazione ha un suo posizionamento istituzionale, con 45 anni di storia e quindi un suo accreditamento al MIUR e presso il Ministero dell’Industria, ci facciamo dunque portavoci di queste iniziative.

Come associazione abbiamo l’idea di far partire una ricerca coordinata proprio da Magatti su questi temi della nuova sostenibilità, dove da una parte si indaga sui temi delle skills e del mismatch, consapevoli che la lista delle skills è lunghissima e si rischierebbe di produrre una bulimia di rendicontazione su questa possibile redazione di un manifesto comune, poiché potrebbe anche poter essere smentito dopo poco tempo, dato che gli elementi si aggiornano e vanno aggiornati rapidamente; dall’altra pensiamo che andando sulla parte più soft dell’apprendimento e indagando molto bene sulle tematiche del pensiero critico, (di non facile traduzione), potremmo essere in Italia gli unici e i primi a porre il tema sul tavolo.

V.G. La multidisciplinarietà aiuta a sviluppare il pensiero critico?

Scavando settore per settore, analizzando e studiando le criticità, sollevandole, voi riuscite a costruire una didattica e una formazione inserendo gli strumenti tecnologici nuovi da utilizzare in queste nuove tipologie di approccio alla formazione e all’apprendimento, e divulgandole.

Questa nuova finestra che si apre, è caratterizzata dalla multidisciplinarietà: fino ad oggi si è sempre pensato alla priorità della specializzazione e allo studio monotematico, ma questo approccio sembra confermare che la strada sia un’altra.

M.M. Con questa osservazione dai corpo ad un mia convinzione personale e anche dell’associazione, che ho riscontrato sul campo con l’esperienza.

Dove si riesce ad inserire approcci multidisciplinari diversi tra loro, mescolati tra tecnico e apertura comportamentale, si può far fronte a molte difficoltà nel settore.

Non solo in questi anni, ma nei prossimi anni, faremo fatica ad avere una verticalità, poiché l’update tecnologico è davvero veloce.

Le precedenti rivoluzioni tecnologiche, prevedevano lassi di tempo di venti o trenta anni per l’aggiornamento, oggi è diverso e la rotazione viaggia di sei mesi in sei mesi. Dove sono nate realtà come la Silicon Valley, l’approccio che era stato introdotto era basilarmente multidisciplinare. Un peccato che certe metodologie non abbiano attecchito fin da subito da noi.

Uno dei miei punti di riferimento, stella polare, è sempre stato Adriano Olivetti.

Come associazione abbiamo fin da subito introdotto il “metodo olivettiano”, a cui i media hanno cominciato a dare spazio soltanto recentemente. Come industria italiana e come cultura italiana, Olivetti è la sintesi di tutto ciò che ci stiamo dicendo: tecnologia, approccio soft, introduzione di pensiero diverso dentro l’azienda, elementi come la creatività, e tutto questo fa parte del DNA italiano.

V.G. Apriamo al tema dei finanziamenti. Come si muove il Paese su questo tema?

M.M. Questo è un altro aspetto che riguarda sia le grandi aziende che le PMI, per cui molte agenzie formative che abbiamo come soci e lavorano su quel tessuto, ci richiedono di essere più incisivi sui fondi di finanziamento alla formazione.

I fondi in Italia e parrà bizzarro, sono tantissimi, pensare che soltanto uno di questi da solo arriva ad avere una gestione di 60milioni di euro all’anno, a cui le aziende possono attingere. Purtroppo però, l’accesso a quel credito non è facilitato per il finanziamento alla formazione e così non si riesce ad essere vicini al mondo delle imprese.

V.G. C’è uno scollamento tra la preparazione delle Pubbliche Amministrazione in merito, senza continuità pragmatica, dove questi milioni di euro ad esempio, una volta stanziati, sono accessibili secondo criteri che in verità non incontrano le vere esigenze delle PMI?

M.M. Incontrano le esigenze soltanto in parte. Manca certamente una cabina di regia, in cui il punto nave deve essere uno e dove, dal mio punto di vista, i fondi intra-professionali dovrebbero essere supportati dalle osservazioni che ci offrono coloro che studiano questi fenomeni, come, per citarne uno, il Politecnico di Milano, che si trova ad essere molto addentro alle evoluzioni con i suoi osservatori, e resta un’eccellenza italiana e a livello europeo. Ahimé, sia per le emergenze in corso, che per dinamiche politico-diplomatiche, a volte si perdono queste opportunità. Certo non possiamo risolverlo noi di AIF questo problema. Noi però mettiamo insieme una ricerca più strutturata che coniughi i vari pezzi del puzzle, per poi presentarlo alle istituzioni.

V.G. Le istituzioni come rispondono a questo sollecito?

M.M. Con la Pubblica Amministrazione cominciano adesso i primi timidi segnali. Siamo all’inizio di un percorso, avviato proprio con il mondo della scuola, con la richiesta di presenza al Ministro Azzolina. Proprio sul tema della scuola, abbiamo cercato di metterci accanto ad altre istituzioni, anche più forti di noi, sull’entratura istituzionale, avviando una progettualità comune ad esempio con il Telefono Azzurro, dove la nostra metodologia si applica ai loro argomenti, sicurezza in rete e digital culture per gli insegnanti. Ci sarebbe l’idea di progettare un grosso intervento per il prossimo autunno, in modo massiccio proprio sui temi dell’educazione digitale. Rispetto al mondo delle professioni, l’approccio di dialogo inizierà con una spinta legata al mondo sindacale e confindustriale e stiamo infatti cercando anche con loro di costruire un link. Con Confindustria abbiamo già cominciato a dialogare con le PMI e con il mondo sindacale attraverso alcuni pezzi della CGIL e CISL. Con CISL, Marco Bentivogli, ha già inquadrato i temi legati a questi fenomeni ed è stato anche relatore a dei nostri convegni lo scorso anno.

La nostra società vuole certamente muoversi in questo ampio perimetro, cercando di fare sintesi sulla piattaforma e mettere questo tassello che io chiamo “manifesto comune”.

V.G. Immagino che il perimetro sia ampio e la necessità di unire tutti questi puntini vi porta a prendere una grande sfida per il Paese. Soprattutto la sincronizzazione è fondamentale tra i due mondi, industria, imprenditoria e istituzioni. Ma l’Italia è creativa nel DNA come ha ricordato lei, siamo portati a trovare soluzioni out of the box.

Ci chiamiamo però tutti responsabili in questo scenario, voi formatori, gli imprenditori e i lavoratori, le istituzioni e i cittadini.

Con che velocità cambieremo e usciremo fuori da questo stallo secondo Lei?

M.M. Sono molto positivo e lo credo veramente. Se riusciamo a superare una crisi che è economico finanziaria in primis, a tirar fuori tutto ciò che ci ha sempre davvero contraddistinti dal Rinascimento in poi, penso che ne uscirà un’Italia migliore. Innanzitutto abbiamo fatto un salto culturale di venti anni in poco tempo sul piano digitale. Abbiamo ancora in parte un’arretratezza sulle infrastrutture e si dovrebbe chiedere alle aziende di TLC di farsi carico di questo problema per far sì che l’Italia sia allineata agli standard degli altri Paesi europei. Ci siamo inoltre tutti trovati per gioco o per forza a dialogare con la tecnologia in maniera molto spinta e abbiamo capito che possiamo riformulare la dinamica al nostro approccio al lavoro con metodologie altamente diverse. Questo è quello che ha permesso il salto improvviso di emancipazione. Nel tessuto legato ad alcuni settori in particolare,- ne cito due su altri come il design o la moda-, la tecnologia sappiamo essere un acceleratore molto forte. Abbiamo già tantissimi esempi virtuosi presenti nel nostro Paese. Nella scuola certamente, anche se dovremmo attraversare un anno di sofferenza, avverrà un grande cambiamento. Per allineare le competenze degli insegnanti, dove vanno viste le dinamiche attuative dei decreti, con l’innesto di insegnanti di generazioni diverse tra loro e dove molti sono cresciuti e si sono istruiti sui libri, tutti sanno che l’obiettivo non è commutare il contenuto, ma rivederne le metodologie e le logiche progettuali diverse per insegnare questi contenuti. Sono molto fiducioso. È bello vedere come le aziende di ICT oggi si mettano a disposizione affinché questo si realizzi.

Ci sono delle aziende che hanno messo ingenti quantità di danaro a disposizione in termini di erogazione finanziaria, come Microsoft, dove tra i temi messi sul tavolo spicca proprio quello della scuola. La spinta è forte e se la regia sarà accolta nei vari comparti, usciremo presto da questo stallo, certamente in maniera diversa, ma con un nuovo modello di società, che è ancora tutto da costruire e che noi stiamo cercando di capire meglio.

V.G. Si può trovare un equilibrio in questo momento di incertezze?

M.M. Quanto più le organizzazioni sono in grado di tenere ed ascoltare le necessità e le logiche come quelle suggerite dal modello Olivetti,  da quelle del benessere e dell’ascolto in azienda, affinché si organizzi la persona, che non è solo appunto un dipendente, tanto più saremo in grado di rendere attuale quel modello e sapremo accelerare quello di uscita. Il nostro DNA ci aiuta.

Noto grandissima preoccupazioni tra gli interlocutori, ma l’ottimismo e l’energia positiva è importante e c’è. Prendiamo gli insegnanti, si sono messi in gioco e alla fine, nonostante il periodo critico che hanno dovuto affrontare, si sono resi conto che cambiare non è semplice, ma stimolante, e molti di loro ci hanno raccontano che si sono rimessi persino a studiare con entusiasmo e hanno tirato fuori nuovi metodi di approccio per il loro insegnamento.

Nel cambiamento si può sempre trovare un equilibrio.

V.G. Niente è semplice. Come dice lei: “cercare soluzioni semplici a problemi complessi”. Mi sembra che lei più che ottimista, sia intelligentemente positivista.

L’ottimismo proietta verso il successo a tutti i costi senza mai considerare tutti i passaggi fondamentali, che sono fare esperienza, imparare, sbagliare, costruire, ottimizzare e sono questi passaggi che rendono positivisti, dando la forza necessaria per risolvere i problemi e maturare individualmente e nella società.

Virtuoso il vostro tentativo di cambiamento sulla progettualità e le operazioni legate alla charity: nell’approccio inclusivo della comunità l’individuo viene rimesso al centro, con l’opportunità di acquisire la consapevolezza di vivere in un sistema interconnesso, in questo cambio di paradigma che necessariamente avverrà e di cui lei si fa portavoce con l’attività che svolgete come AIF. C’è la formazione, la didattica e l’inserimento nel mondo del lavoro. Il mondo del lavoro a sua volta dovrà cambiare ed essere ottimizzato, verso un metodo sostenibile, a lunga durata e performativo.

Questi criteri come si inseriscono nei vostri progetti?

Le nuove metodologie sono challenging? Penso a questi insegnanti che hanno sfidato i loro limiti per rendere più performativa la lezione e dare qualità all’apprendimento dei loro studenti.

M.M. Sono tre le categorie dei macro obiettivi su cui decliniamo la nostra offerta formativa: come già detto il nostro pragmatismo progettuale prevede una community di 2000 professionisti che lavorano a stretto contatto con il mondo della PA e dei privati, come il terzo settore. Al nostro interno abbiamo molta dimestichezza con la didattica digitale e banalmente mettiamo a disposizione la nostra expertise nell’ambito dei contenuti tecnologi e contenuti più soft. Sul mondo delle organizzazioni invece, il nostro obiettivo ha una duplice direzione: da un lato, ridurre la distanza che esiste nel mismatch domanda/offerta, con il tema delle politiche attive nel lavoro ad esempio, e altri soggetti pubblici che necessitano di essere sollecitati e ci diano una fotografia reale che ameremmo fare sulle PMI, che sono quelle che necessitano di più di essere rappresentate da questo punto di vista e in cui l’idea è quella di essere l’osservatorio, un osservatorio che produca ipotesi su cui ci cimentarsi pragmaticamente.

L’ultimo tema invece, che non abbiamo ancora toccato, è proprio quello delle skills.

La presenza più forte sui fondi intra-professionali, affinché sia più coesa, tocca le vere skills delle persone. Ci sarà d’ora in poi un forte investimento delle aziende sui dipendenti nei prossimi sei mesi, per portarli dentro un mondo produttivo digitale, dove questo certamente può essere fatto nel mondo commerciale, dei servizi, le banche, le assicurazioni e così via, ma dove l’età media del dipendente è già molto alta. Ciò che infatti si prefigge la nostra associazione è di certificare corsi utili, che non siano semplicemente dei prontuari che non servono forse nemmeno alla cultura generale. La volontà dell’imprenditore e dell’aziende per investire c’è, gli ingredienti ci sono tutti, la finanza pubblica che sta già agevolando questo, e anche l’interesse della persona, l’insegnante come il dipendente, che individualmente vogliono mettersi prima possibile in discussione.

La pandemia in questo senso ha accelerato questo sblocco mentale.

Vorremmo che quelle otto ore, quella giornata che dedicano queste persone alla loro formazione, siano utili. Sono programmi non solo pragmatici, ma che cercano di aprire gli orizzonti mentali, anche con la cultura digitale.

V.G. Come riuscite ad aprire questi orizzonti?

M.M. Le porto un esempio: abbiamo fatto un esperimento molto importante con una grande organizzazione che aveva un dipartimento formativo al suo interno in cui le sue persone vedevano la formazione soltanto nella vecchia accezione. Attuando dinamiche con il gaming e l’engagement sui contenuti con metodi alternativi, tutto sindacalmente dichiarato, svolgendosi in maniera volontaria con il massimo della serenità e facendo sentire tutti a proprio agio, siamo riusciti a coinvolgere qualche migliaio di persone in attività serale, in cui questi colleghi, queste persone, si sono cimentati nella logica dell’apprendimento attraverso il gioco sfidandosi l’un l’altro nella lezione, con dei metodi di gioco da noi inventati, e in poco tempo abbiamo portato il loro grado di apprendimento, misurandolo, vicino all’80% di successo. Quindi in realtà, anche laddove ci sono organizzazioni diciamo incrostate, se si riesce a toccare il punto giusto ed emozionale della persona, in questo caso emozionale-ludico ovviamente, questo crea quell’extra mind che nessuno mai si aspetta e che crea grande soddisfazione tra chi si mette in gioco.

V.G. Per stare sul mercato sono elementi che si devono affrontare e conoscere tutti.  Veniamo all’educazione finanziaria: si parla molto di tecnologia digitale, ma oltre a questo l’educazione ai numeri e alla matematica, e quindi all’economia e alla finanza, resta spesso in secondo piano. Un impiegato comune o qualsiasi altro professionista e lavoratore, spesso non ha idea di cosa sia un’obbligazione.

M.M. Partirei subito da una considerazione importante e non positiva per il nostro Paese che lo trova al penultimo posto nel G20 per le conoscenze finanziarie.

Questo “analfabetismo”, rende la nostra società e di conseguenza l’individuo, molto debole rispetto a un modello sociale e di welfare complesso, che richiede queste competenze per fare fronte alle scelte più consapevoli e sostenibili per la persona.

I motivi di questa carenza sono molteplici e hanno radici già nella totale assenza dei programmi scolastici (ad esempio da sviluppare all’interno delle lezioni di educazione civica), e dalla mistificazione del tema, a cui ha contribuito la fiction e il cinema in generale.

Ho avuto modo di constatare, da alcuni progetti sviluppati nelle scuole delle Fondazioni per lo più di origine bancaria, che è venuta meno la convinzione che la persona non ha particolari limiti costrittivi e decisionali nella gestione del denaro. L’homo economicus perfettamente razionale, non esiste, poiché tutti siamo soggetti a distorsioni mentali che spesso portano a risultati insoddisfacenti.

Un’ultima evidenza importante riguarda la riduzione del gender gap che dipende anche, a mio avviso, dalla scarsa consapevolezza delle donne sui temi economici, ciò evidenzia infatti una supremazia della parte maschile diffusa nella larga parte del Paese.

AIF, su questi aspetti può favorire metodologicamente la progettualità formativa dedicate  alla “persona”, progettualità che abbiano al loro interno i seguenti aspetti: conoscenza dell’evoluzione dei cambiamenti degli ultimi decenni (cicli di vita),  obiettivi personali di vita e consapevolezza di come investimento e indebitamento siano passaggi necessari per raggiungere tali obiettivi, conoscenza delle forme di protezione e pianificazione finanziaria dei propri obiettivi.

V.G. Cosa ne pensa dell’Europa che sappiamo essere arrivata in ritardo sul panorama tecnologico, surclassata dai due Paesi dei grandi spazi come sono gli Stati Uniti e la Cina con le loro big tech? Può essere questo ritardo giocato a nostro vantaggio? Arrivando per ultimi in un momento in cui i concorrenti hanno già raggiunto l’apice, da buoni osservatori e pensatori quali siamo noi italiani ed europei, potremmo essere in grado di staccare un posto sul podio? Studiate le criticità del sistema, potremmo essere in grado di creare nuovi metodi di utilizzo degli strumenti? Non basta avere gli strumenti, vanno saputi utilizzare, al meglio. Che ne pensa?

M.M. Credo proprio di sì. Hai citato i due big per produzioni di piattaforme e devices e posso anche dare la certezza che questo racchiude le ultime nostre riflessioni affrontate sui temi nostri più italiani. Nell’ultimo anno e mezzo mi sono ritrovato a lavorare con alcune aziende importanti nel panorama della cultura italiana.

Quello che la Cina ci sta chiedendo a noi italiani è di entrare, e favorire la digitalizzazione e il metodo utilizzato per digitalizzare il capitale culturale nel nostro Paese ed esportarlo come processo e come approccio in Cina. Secondo me questo è un trend molto interessante. Non si può dire in modo scontato che noi riusciamo perché siamo coloro che hanno i contenuti, pensiamo anche tra l’altro, che il punto più critico da affrontare nei prossimi mesi sarà l’industria del turismo. Il dibattito interessante però, poggia su quanto saremo in grado di essere all’avanguardia, riuscendo a digitalizzare i nostri contenuti e lavorare sulle emozioni e l’esperienza virtuale dei musei ad esempio. Alcuni precedenti progetti analoghi, hanno davvero già funzionato bene, lo posso dire per esperienza, sia in termini di risposta di interesse che soprattutto economica. Tanto più dunque saremo in grado di partire dalle nostre esperienze per lavorare sui contenuti, tanto più i nostri contenuti saranno un grande assist per questo tipo di sfida. La rincorsa ai due grandi colossi tecnologici resta complessa nella sua totalità, ma molto avvicinabile nel campo della microcomponentistica, dove tante aziende in Italia già stanno mettendo in crisi alcuni Paesi come la Germania, ad esempio sulla meccatronica, perché alla fine, in Italia, ci riconoscono grande capacità di costruire quel pezzo che può diventare fondamentale nella costruzione totale, ad esempio di una grande automobile.

Se puntiamo infatti sulla metodologia di utilizzo e sulle parti di questo nuovo completo scenario, il gap sarà totalmente recuperabile. Fa parte, positivamente, della mentalità italiana.

V.G. L’Italia incubatrice?

M.M. Sicuramente nel panorama europeo a brillare nel settore della formazione abbiamo la Finlandia, e alcune politiche attive del lavoro, che sono state portate avanti negli ultimi anni in modo brillante, si trovano in Germania. L’Italia dovrebbe guardare subito, ad oggi, con più interesse al mondo delle sue start-up. Avendo lavorato in H-FARM per molti anni mi sono reso conto che all’interno delle realtà delle start-up c’è davvero molto knowledge e sarebbe un peccato se venisse sprecato. Questo ha permesso alla stessa H-FARM di divenire un megapolo educativo, partendo all’inizio con un piccolo progetto che si chiamava digital accademia, incentrato sul tema del knowledge che io avevo trovato nelle start-up e nei ragazzi; unito al metodo delle università abbiamo costruito delle bellissime progettualità, che poi hanno seguito la via della vera e propria educazione.

V.G. Sono queste le scuole del futuro? Il mondo dell’istruzione si dovrebbe ispirare a questo tipo di progettualità, no?

M.M. Si, se gli istituti tecnici avessero questo tipo di approccio e impiegassero questo tipo di processi, la domanda/offerta, il famoso mismatch, sarebbe meno ampia come forbice, perché sarebbero più addentro la realtà. Le nostre realtà sono quelle che hanno più un tessuto connettivo con la società, bisognerebbe guardare del cannocchiale dell’ “atteggiamento disruptive”, rispetto ai canoni scolastici classici. Nel mondo della scuola sarebbe interessante infatti capire quali start-up, legate al mondo della scuola, fanno più sperimentazione; ci sono alcune che già lavorano sui metodi di condivisione di studio, ma sarebbe altrettanto interessante mappare queste realtà.

V.G. C’è un grande scollamento tra istituti professionali ad esempio e il mondo del lavoro. Spesso molte scuole pubbliche che si trovano magari in territori dove la densità delle aziende è forte, non offrono programmi di studi adeguati agli studenti che dovranno inserirsi. L’inglese obbligatorio nelle scuole è stato introdotto molto tardivamente, come la tecnologia, se si pensa che si dovrebbe, da programma, insegnare informatica e questo già da trenta anni.

M.M. Purtroppo è così. Un’eccezione che conferma la regola potrebbe essere il Politecnico di Torino, che con FCA, tutto l’R&D viene fatto dal Politecnico, già dopo il biennio comincia l’innesto in azienda e molti continuano all’interno di questa il loro percorso ed è quel processo, a mio avviso, il processo virtuoso; ce ne sono anche altri, ma non sono abbastanza, se si pensa che la tecnologia non è alla portata di tutti, sapendo che molti ancora in Italia, con i dati che sono emersi durante il CoVid-19 , non hanno a volte nemmeno un pc in casa.

V.G. Serve l’intervento dello Stato. Il mercato delle TLC è inoltre in competizione, mercato molto ricco, ma che ha bisogno di regia ferrea e solida.

M.M. Con il commissario Vittorio Colao, che si trova a capo della task force, già amministratore delegato di una delle più grande compagnie di telefonia al mondo, chi meglio di lui può gestire con capacità di visione e può tirare una buona quadratura? Molti altri in commissione inoltre hanno grande dimestichezza con le tecnologie. Mi rimetto alle parole di Mariana Mazzucato ovvero “serve intervento molto spinto dello Stato”.

Clicca qui per leggere tutte le interviste realizzate dall’Osservatorio Globalizzazione.

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

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