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Il padre della guerriglia: Augusto Sandino, il rivoluzionario dimenticato

Sandino

Il padre della guerriglia: Augusto Sandino, il rivoluzionario dimenticato

Augusto Sandino (1895-1934) è una delle meno conosciute tra le principali figure che hanno segnato la storia politica e militare del Novecento. Rivoluzionario nicaraguense, fu protagonista della guerriglia condotta dagli insorti che si opponevano alla presenza militare statunitense nel Paese tra il 1927 e il 1933, conclusasi con il ritiro delle forze armate a stelle e strisce dopo l’ascesa alla presidenza di Franklin Delano Roosevelt. Precursore delle odierne tecniche della guerriglia e teorico della sovranità dei popoli contro l’egemonia di oligarchie e dittature, ha segnato profondamente la storia del piccolo Paese centroamericano e dell’intera America Latina, costellata nel corso del Novecento da figure di rilievo globale (da Juan Domingo Peron a Ernesto Che Guevara). Di Sandino parliamo oggi con l’analista Luca Lezzi, classe 1989, firma di ElectoRadio e studioso di dinamiche latinoamericane, che sul personaggio ha scritto l’introduzione al recente saggio Sandino, il padre della guerriglia, edito da Oaks Edizioni, curato da Sergio Ramirez e che raccoglie i testi, documenti e testimonianze del rivoluzionario del Nicaragua.

Ciao Luca, e grazie mille per la tua disponibilità. Quella di Sandino è una figura molto poco conosciuta nel contesto europeo contemporaneo, ma fondamentale per il suo impatto sulla storia latinoamericana del Novecento e sulle scienze strategiche legate all’uso della guerriglia. Quali sono le caratteristiche di Sandino che la pubblicazione mette maggiormente in evidenza?

Il volume si presenta diviso in due parti: la prima inquadra il contesto storico e le azioni di Sandino, la seconda gli concede direttamente “la parola” proponendo suoi scritti e interviste.

Concentrandoci sull’uomo, quello che ho cercato di sottolineare nell’introduzione è come emerga indubbiamente un leader carismatico capace di trasmettere i valori su cui ha fondato una lotta patriottica e anti-imperialista rinunciando ad una vita più facile da lavoratore emigrato.

Dal punto di vista militare si tratta di un autodidatta che dopo i primi scontri armati comprende che l’impari lotta in campo aperto non avrebbe avuto una lunga vita e sfrutta a proprio vantaggio la conoscenza del territorio, in particolare quello a nord-ovest lontano dai principali centri cittadini.

Per che motivo la figura di Sandino è caduta a lungo nell’oblio, se confrontata ad altri protagonisti della storia latinoamericana (da Peron a Che Guevara)?

Sandino, del quale non ci si è occupati in maniera approfondita tramite pubblicazioni e saggi nel corso del Novecento, è un atipico, un condottiero difficile da inquadrare secondo lo schema ideologico-politico del secolo scorso. Perón e Guevara vengono riproposti, sia dalla storiografia ufficiale che da chi li ha posti nel proprio mantra ideale, per l’innovazione che hanno generato in un particolare frangente storico (dalla Terza posizione all’espansione della guerriglia).

Sia chiaro che anche Sandino è stato “un primo” ma senza strizzare l’occhio a nessuno degli “ismi” novecenteschi. Questa sua posizione ante litteram né di destra né di sinistra gli si è ritorta contro quando, con la pratica della tiratura per la giacchetta, qualcuno ha tentato di appropriarsene e non riuscendo a far quadrare i conti fra le battaglie e il lascito politico del guerrigliero nicaraguense e la propria visione politica ha preferito un’eclisse totale sul personaggio.

Fermo restando la distanza abissale tra le dittature militari (come quella dei Somoza) e quelle di stampo fascista, la lotta propagandata tramite pensiero e azione da Sandino non è ascrivibile nemmeno al fronte rosso, basti pensare che la rottura con il salvadoregno Farabundo Martí avvenne per l’opposizione del nicaraguense ad aderire all’Internazionale comunista.

Sandino è definito “il padre della guerriglia”. Come hanno potuto la teorizzazione e la prassi di Sandino fare scuola anche oltre i confini del piccolo Nicaragua?

Come sosteneva il poeta britannico John Keats “se la vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana”. Partendo da questo presupposto nonostante si parli di una lotta avvenuta un secolo fa, Sandino e il suo pequeño ejército loco vennero seguiti dalla stampa internazionale e salirono alla ribalta per la capacità di sconfiggere sul campo, tramite un’impostazione senza precedenti, quello che era a tutti gli effetti l’esercito vincitore della Prima guerra mondiale.

Quell’abilità, strutturatasi per via della morfologia del Nicaragua, venne ripresa dai vietcong e dalla guerriglia rurale che si farà strada nella seconda metà del Novecento imponendosi con maggior successo del tentativo, fallito, degli anni Settanta della guerriglia urbana.

Da Sandino al sandinismo, quali sono le linee di convergenza e quelle di divergenza tra la sua figura e l’ideologia che oggi contraddistingue il movimento del presidente del Nicaragua, Daniel Ortega?

Sandino teorizzò poco lasciando all’azione molto più spazio nella propria breve vita. Il sandinismo strutturatosi con la nascita del gruppo del Fronte sandinista di liberazione nazionale (FSLN) ha gettato le basi fin da subito abbracciando tesi socialiste, portate in auge anche una volta sconfitta la dittatura. Daniel Ortega oggi pur essendo capostipite di quel movimento lo ha ulteriormente modificato, la collaborazione con la Cuba castrista e il Venezuela bolivariano lo hanno spinto verso una politica dai caratteri autoritari dove si salvaguarda il richiamo dei cittadini alle urne ma avvengono tentativi di “rivoluzione colorata” sponsorizzati da oligarchie imprenditoriali, Chiesa cattolica e quello stesso nemico che combattè armi in pugno proprio Sandino, ovvero gli Stati Uniti continuamente impegnati nel riproporre la dottrina Monroe nel subcontinente latinoamericano.

Come si colloca il sandinismo nel lungo filone di populismi e ideologie “sovraniste” latinoamericane, dal peronismo al bolivarismo?

Di sicuro sono presenti più caratteri in comune con il socialismo del XXI secolo che con il peronismo ma ricordando che la storia contemporanea latinoamericana segue un unico filone intrecciatosi a partire dalla liberazione dalle potenze coloniali europee del XIX secolo fino ad oggi, che passa per le lotte della prima metà del Novecento sorte in opposizione al neocolonialismo imposto dalla dottrina Monroe e a quelle di ispirazione terzomondista (e spesso marxista) della seconda metà del Secolo breve.

L’indigenismo, il richiamo ad un’unione centroamericana di stampo bolivariano e l’assenza di odio e rancore di stampo razziale mettono il sandinismo in parallelo alle idee propugnate più di recente da Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa.

Anche se la distanza con la Chiesa cattolica solca una divisione netta con l’esperienza peronista, l’idea, a partire dal nome che le truppe sandiniste presero (Esercito Difensore per la Sovranità Nazionale del Nicaragua, EDSN), di ribaltare il ruolo avuto sino a quel momento, e purtroppo anche dopo in Cile, Brasile e Argentina, dell’esercito ponendolo al servizio del popolo anziché agli ordini delle oligarchie richiama moltissimo la rivoluzione attuata da Juan Domingo Perón.

Di pari passo è bene sottolineare come il sandinismo si sia occupato poco della sua trasposizione estera ed esterna (a differenza dei tentativi di Chávez e Perón) e la stessa volontà di Sandino di non aspirare a poltrone governative una volta ottenuto il ritiro dei marines a stelle e strisce ci pone nell’impossibilità di stabilire come si sarebbe svolta un’azione governativa totale coordinata dal padre della guerriglia.

Il Nicaragua, Paese di Sandino, è stato nel corso degli ultimi decenni un piccolo Stato più volte esposto alle problematiche endemiche dell’America Latina, dalla difficile convivenza con gli Stati Uniti alle enormi disuguaglianze interne. Come giudichi la parabola storica vissuta dal Paese negli ultimi decenni? Quali prospettive ha il Nicaragua?

Indubbiamente è così, il caso del Nicaragua è emblematico dei problemi che l’America caraibica, centrale e meridionale vive dal punto di vista interno ed estero per via della vicinanza della potenza nordamericana. L’attuale governo di Ortega è entrato nella troika del male con Cuba e Venezuela per via dell’adesione all’Alba (l’Alleanza bolivariana per le Americhe) e vive oggi una fase ancor più difficile perché terreno di scontro tra la nuova potenza mondiale emergente, la Cina, e gli stessi Stati Uniti. Le prospettive non sono per nulla rosee, come dimostrato dai regime changeoperati in giro per il globo il sovvertimento con la forza dell’ordine precostituito lascia strascichi che difficilmente si ricompongono nel breve periodo. Una caduta di Ortega spezzerebbe sul nascere il progetto di un canale interoceanico parallelo a quello di Panama che il Nicaragua ha in progetto con la Cina, ripristinando il controllo degli Usa sul Paese. Per cui l’augurio è che la nazione centroamericana non veda pagare con la vita e il sangue dei propri abitanti la contrapposizione dei nuovi assetti mondiali.

Clicca qui per leggere tutte le interviste realizzate dall’Osservatorio Globalizzazione.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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