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Assalto al cielo: la corsa allo spazio tra ricerca, economia e geopolitica

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Assalto al cielo: la corsa allo spazio tra ricerca, economia e geopolitica

L’Osservatorio Globalizzazione ha il piacere di conversare con Marcello Spagnulo, ingegnere con alle spalle una pluridecennale esperienza nel settore spaziale, studioso delle questioni relative alla “geopolitica dello spazio” (a cui ha dedicato il saggio “Geopolitica dell’esplorazione spaziale”) e presidente del Mars Center di Napoli, sul tema della sempre più accesa corsa all’ultima frontiera. Questioni geopolitiche, interessi economici e dinamiche di potenza si uniscono in una nuova corsa allo spazio che vede grandi e medie potenze concorrere in un terreno di gioco sempre più strategico. Una competizione ancor più serrata e accesa di quella che nel corso della Guerra Fredda divise Usa e Unione Sovietica.

Ingegner Spagnulo, negli ultimi mesi il già elevato interessamento dei decisori politici e strategici del mondo per lo spazio si è ulteriormente espanso. Dal lancio della missione cinese su Marte alla vittoria strategica degli USA nel progetto Crew Dragon dell’azienda Space X, passando per il varo delle Space Force e la missione degli Emirati Arabi, possiamo parlare di uno spazio sempre più conteso? Quali sono le principali tendenze che legge in questi scenari?

Anzitutto, grazie della nuova opportunità di discussione sui temi spaziali, è importante che se ne parli sempre più spesso e soprattutto con una chiave di lettura geopolitica oltre che tecnologica o emozionale. Il fatto è che l’esplorazione dello Spazio affascina e coinvolge, e l’emozione che si prova nel vedere un razzo che decolla o un astronauta che “galleggia” nel vuoto cosmico, pervade sempre l’animo delle persone che, giustamente, vedono tutte queste attività dell’uomo come un’incredibile avventura alla ricerca della conoscenza e dell’ignoto. Sappiamo però bene che questo fascino è anche una cortina che maschera le reali motivazioni che sono alla base dell’esplorazione dello Spazio, queste motivazioni sono in misura preponderante dettate dalla geopolitica o dalla “tecnopolitica”, termine con cui vorrei definire quelle attività che coniugano sviluppi ad alta espressione tecnologica con ambizioni politiche di affermazione e supremazia terrestri. Nel caso dell’esplorazione dello Spazio si tratta di conquistare un dominio terrestre con strumenti extra-terrestri, cioè sonde, razzi e satelliti. In questo senso lo Spazio oltre la Terra, intendo qui non solo quello circumterrestre ma anche quello cislunare, sta diventando sempre più un terreno di contesa come dice lei giustamente. E ciò va di pari passo con il cyberspazio, il mondo digitale che rappresenta oggi il quinto elemento dopo la terra, il mare, il cielo e appunto lo Spazio, dove avverranno gli scontri geopolitici globali del XXI° secolo. Con la peculiarità che i sistemi cyber al pari di quelli spaziali, sono nello stesso tempo civili e militari, possono cioè essere usati per scopi di supremazia geopolitica anche se hanno caratteristiche diciamo civili o commerciali. Le tendenze che vedo sono molteplici in questo senso e, purtroppo, non sempre tranquillizzanti. Le prospettive di vedere dispiegate armi spaziali, sia pure per scopi di deterrenza, è più che reale e già oggi concreta. Poi ci sono gli sviluppi cibernetici dell’AI che uniti alla robotica presentano delle potenzialità d’uso nello Spazio che non sono da sottovalutare. Personalmente non credo proprio che Elon Musk, nonostante i suoi annunci, invierà esseri umani su Marte entro qualche anno, mentre ritengo sia probabile che ci mandi “Atlas” il robot umanoide della Boston Dynamics, che fa cose incredibili, e basta vedere i video sul sito dell’azienda per rendersene conto e restarne affascinati e terrorizzati nel contempo. D’altra parte lo stesso Musk è stato tra i primi acquirenti di “Spot”, il robot quadrupede che è stato usato per osservare da vicino i test strutturali dell’astronave Starship, quindi perché non dovrebbe impiegare nei prossimi anni questi robot-astronauti che non hanno bisogno di aria, acqua, cibo né di tute pressurizzate per sopravvivere nel vuoto cosmico, sul suolo di Marte o sul terreno accidentato di un asteroide in cerca di metalli rari? Lo Spazio è un territorio che a noi sembra lontano perché come comuni cittadini lo percepiamo sempre come un elemento sideralmente distante, mentre in realtà i sistemi spaziali sono vicini e pervasivi e questa pervasività, ritengo, diverrà sempre maggiore nei prossimi anni. Lei ha citato il successo del progetto Crew Dragon della SpaceX che dopo nove anni ha riportato nello Spazio astronauti americani con un’astronave tutta made-in-America, un avvenimento che in tutto il mondo è stato salutato come un ritorno sulla scena spaziale degli Stati Uniti, anche se in realtà non se ne erano mai andati. L’evento è stato mediaticamente spettacolare e avvincente, con gli astronauti nelle loro tute attillate che entravano comodamente dentro un’ampia astronave con sedili in pelle e schermi digitali. Sembrava un film di Ridley Scott mentre era tutto vero. Eccitante per i milioni di appassionati, e anche per gli addetti ai lavori devo dire, ma la realtà dietro tutto ciò è che siamo agli inizi di un enorme cambio di paradigma. La SpaceX è un’azienda privata che ha dei suoi piani commerciali per dominare vari mercati terrestri, uno certamente quello dell’automotive con le auto Tesla per esempio, e per perseguire questi suoi obiettivi sviluppa anche sistemi spaziali come il progetto Starlink da 12.000 satelliti in orbita bassa per connessioni voce/dati everywhere/everytime. Ovvio che per la SpaceX i razzi riutilizzabili Falcon siano una commodity, un mezzo per fare altri business. Ma nel contempo per il governo USA questa commodity commerciale è anche uno strumento di mantenimento e incremento del predominio globale. Infatti il Pentagono acquista anche i razzi della SpaceX, oltre a quelli della Boeing e della Lockheed, per lanciare i satelliti GPS e quelli della CIA. E come ripeto sempre, la SpaceX di Elon Musk è solo un’azienda della prima generazione, come la Blue Origin di Jeff Bezos o la Virgin Galactic di Richard Branson; dopo ne verranno altri, più agguerriti. E la tendenza dei futuri “imprenditori spaziali” sarà quella di integrare sempre di più il mondo cyber – penso alla AI per esempio – con sistemi spaziali interconnessi ai sistemi terrestri. Come si può pensare infatti di mettere in orbita 12.000 satelliti senza un sistema intelligente e automatico di controllo a bordo dei satelliti stessi, si chiama intelligenza artificiale appunto. E ci sarà pure sulla Terra nei centri di controllo, una sorta di rete intelligente di torri di controllo spaziali. Di fronte a questo cambio epocale di paradigma è chiaro che paesi come la Russia e la Cina, che come gli USA hanno sempre considerato lo Spazio in-primis come un campo di confronto militare, puntino a un forte sviluppo dell’esplorazione spaziale. E in questo seguono anche Giappone, India, Israele e Francia, e persino gli Emirati Arabi che hanno un potenziale economico enorme e vedono nello Spazio un veicolo di sviluppo tecnologico e strategico per non restare schiacciati dai paesi vicini. Su questo punto occorre essere molto chiari nella prospettiva strategica; il professor Everett Dolmann, docente di Studi Militari presso l’US Air Force, scrive: “Chi controlla le orbite terrestri basse, di fatto controlla lo Spazio intorno alla Terra, e chi controlla lo Spazio intorno alla Terra controlla il pianeta. Chi controlla il pianeta Terra determina il destino dell’umanità”.

La competizione geopolitica sulla Terra non può che coinvolgere lo spazio. Dal braccio di ferro Usa-Russia sulle armi spaziali ai riflessi spaziali della partita per l’innovazione di frontiera tra Washington e Pechino, chi si sta avvantaggiando nei nuovi equilibri?

È presto per dirlo, e in fondo come in tutte le questioni geopolitiche del pianeta non c’è mai una situazione “stabile” che permane nel tempo. I progressi di Pechino nello Spazio sono stati enormi negli ultimi vent’anni, faccio due esempi: Beidou-3 e Chang’è. Il primo è la terza generazione del sistema cinese di posizionamento satellitare con 30 satelliti di cui 24 in orbite MEO, 3 in IGSO (Inclinated Geo Synchronous Orbit) e 3 in GEO (Geostationary Earth Orbit), che forniscono una precisione centimetrica con copertura quasi globale. Si tratta di uno strumento imprescindibile per una superpotenza con ambizioni globali. Il secondo è un rover che si muove sulla faccia nascosta della Luna e comunica con la Terra grazie a un satellite-relay, Queqiao, che si trova in un punto particolare dello Spazio, detto punto di Lagrange dove le forze di attrazione dei due corpi celesti – Terra e Luna – si compensano creando una zona di equilibrio gravitazionale in cui il satellite orbita stabilmente senza usare i propri motori. In pratica, è un ponte radio cosmico strategico tra la Terra e la Luna e resterà lì per decenni alimentato dall’energia solare. Gli americani ancora non ci sono arrivati in quel punto del Cosmo, il James Webb Telescope ci andrà nel 2021. Ma la cosa secondo me più importante oltre ai risultati scientifici che questa missione offre è che per poter comunicare senza interruzioni con il suo satellite, Pechino ha costruito due potenti radiotelescopi, uno sul proprio territorio e l’altro in Argentina per captare i segnali dallo Spazio profondo. Però potrà anche intercettare le comunicazioni elettromagnetiche nell’intero emisfero occidentale. La missione però è scientifica e quindi la comunità internazionale e l’opinione pubblica non ne colgono al primo impatto la valenza geopolitica. Lo stesso vale per la missione Crew Dragon della SpaceX per la quale tutti vedono giustamente l’aspetto emozionale del ritorno degli astronauti americani nello Spazio su navi spaziali made-in-USA, senza pensare a cosa ciò potrà significare tra qualche anno quando flotte di astronavi private si interconnetteranno con l’economia mondiale, proprio come oggi le compagnie aeree commerciali costituiscono una delle ossature della società moderna. Ecco quindi che Pechino e Washington sono a uno stadio di confronto globale dove lo Spazio è solo uno dei terreni di scontro. Il predominio di una nazione potrebbe significare la sconfitta dell’altra, un gioco a somma zero, bisogna scongiurare questa eventualità. Mosca è un attore dal forte peso militare e a livello spaziale sta sviluppando sistemi d’arma con cui attuare forme di deterrenza letali ma a livello di innovazione tecnologica e commerciale è dietro americani e cinesi. È un equilibrio instabile e in evoluzione, parlo dello Spazio ovviamente ma il riflesso geopolitico terrestre è speculare a esso. Penso di poter dire che lo scontro tra i due poli, statunitense e cinese, stia plasmando i prossimi decenni dell’esplorazione spaziale in una maniera che facciamo fatica a cogliere appieno.

L’Europa, in questo contesto, come si posiziona? Il recente taglio dei finanziamenti di 1,9 miliardi di euro disposto dal Consiglio Europeo nelle discussioni sul bilancio pluriennale della UE penalizza il comparto comunitario?

Bella domanda, e mi sovviene una punta di amarezza nel rispondere perché mi torna alla mente il periodo iniziale della mia carriera professionale quando negli anni ottanta e novanta ho lavorato prima all’Agenzia Spaziale Europea in Olanda e poi in Francia alla Arianespace. In quegli anni l’Europa progettava la navetta spaziale Hermes che, pilotata da astronauti europei, sarebbe dovuta decollare dalla base di Kourou sulla cima del razzo Ariane 5 per raggiungere e attraccare a una stazione spaziale europea semi-automatica – il Man Tended Free Flyer – in orbita permanente intorno alla Terra. In quegli anni, l’Europa dello Spazio pensava in grande con progettualità strategiche di ampio respiro. Si gettavano anche le basi del GNSS poi diventato Galileo, un progetto strategico che però poi ha richiesto trent’anni di difficili negoziati e finanziamenti a “patchwork” per essere realizzato. Se facciamo un bilancio di cosa è rimasto adesso di quelle progettualità strategiche forse rimaniamo un po’ delusi. Il progetto Hermes fu chiuso dopo aver speso 1 miliardo di euro in studi di fattibilità, il Man-Tended-Free-Flyer fu “trasformato” nel singolo modulo pressurizzato Columbus della ISS e il solo progetto che ha visto la luce, per quanto modificato, è stato il razzo Ariane 5 che doveva portare gli astronauti europei nello Spazio e invece è diventato un vettore per satelliti commerciali. Nonostante sia un veicolo altamente affidabile ed efficiente ha perso drammaticamente quote di mercato, al punto che nel 2016 la Francia ha deciso di mandarlo in naftalina per costruirne uno nuovo. L’assurdo è che tutti sanno che il nuovo vettore non sarà mai competitivo con il Falcon della SpaceX, e non lo dico io ma gli stessi esponenti politici e industriali di Parigi, però si va avanti lo stesso perché alla base c’è il concetto di “autonomia nell’accesso allo Spazio” che per Parigi è, giustamente dal suo punto di vista, un obbligo strategico. I sistemi spaziali sono realizzati dal medesimo comparto industriale che alimenta la “Force de Frappe” nucleare e quindi il mantenimento delle capacità, tecnologiche e umane, è esiziale. Insomma dico tutto ciò perché se non si conosce il passato non si legge con consapevolezza quello che il presente può rappresentare in prospettiva per l’Europa. Parlare quindi di budget UE e del recente taglio potrebbe indurre considerazioni contingenti se non si inquadra il contesto storico, politico e strategico, anche perché è vero che la UE ha limato il budget per lo Spazio ma è altresì vero che l’anno scorso l’ESA ha avuto dai paesi membri un finanziamento record pari a oltre 14 miliardi di euro per tre anni. Quindi i fondi ci sono, ma il punto è per fare cosa. La proposta della Commissione di Bruxelles per lo Spazio prevede una ripartizione che si basa al 90% sulla spesa corrente per i due programmi spaziali, Galileo e Copernicus, che sono già in orbita, e quindi non riuscirà a dare concreti vantaggi competitivi perché i fondi restanti dedicati all’innovazione tecnologica saranno residuali. Per essere franchi, non vedo progettualità innovative che proiettino il nostro continente nel XXI° secolo per competere con USA, Cina, Giappone o India, ma solo una strategia di “galleggiamento”, direi. Facciamo un esempio concreto: nel mese di luglio sono partite varie missioni per il pianeta Marte perché c’è la congiunzione tra i due pianeti che minimizza il tempo di viaggio. È un appuntamento ovviamente ben noto e infatti Cina, USA, Giappone, Emirati Arabi hanno tutti lanciato le loro missioni…chi manca? L’Europa.

Eppure sono più di dieci anni che ci si prepara, la missione Exomars dell’ESA è stata concepita nel 2001, è stata avviata nel 2010 e doveva mandare su Marte due rover, il primo nel 2016 purtroppo si è schiantato al suolo ma il secondo doveva partire adesso. E dico doveva anche perché sono stati spesi già 1,5 miliardi di euro dei contribuenti europei, però la missione è stata rinviata per problemi (ben noti) con il paracadute, cioè non proprio una tecnologia futuribile. Non voglio minimizzare le difficoltà perché è ovvio che atterrare su Marte arrivando dalla Terra a 40.000 Km/h non sia uno scherzo, tutt’altro, ma l’appuntamento è stato mancato. A Bruxelles e nelle altre capitali europee, soprattutto a Roma, invece di chiedersi perché per Marte bisognerà attendere il 2022 spendendo altri soldi, ci si balocca con la retorica di quanto l’Europa sia brava e di come la Space Economy sia una nuova fonte di progresso che ci porterà verso un futuro luminoso. Ovvio che la Francia stia prendendo le redini del comparto spaziale europeo per orientarlo sempre di più verso sistemi “duali”, eufemismo per definirli militari, che le sono congeniali e strumentali alla sua geopolitica terrestre. Non è un caso che il vero “capo” dello Spazio europeo sarà sempre più il francese Thierry Breton che a Bruxelles dirige la Direzione con uno dei portafogli più ampi della Commissione: mercato interno, Digitale, Spazio e Industria della Difesa. Sarà interessante vedere come Parigi gestirà questa “transizione” di governance tra ESA e UE, ma temo che sarà comunque purtroppo sempre sincronizzata con il metronomo euro-centrico e quindi con tempi e modi preistorici rispetto a USA, Cina, Giappone o India. Ovviamente spero di sbagliarmi.

Sul fronte industriale, come si sovrappongono a suo parere i temi delle filiere industriali della Difesa e del comparto spaziale? In che misura alleanze, convergenze di interessi e partnership si sovrappongono e in che parte, invece, l’industria spaziale ha le sue specificità? L’Europa si trova a dover decidere tra una filiera “autonoma” e una di matrice atlantica?

Sono domande che hanno giusti denominatori comuni: Difesa e Spazio, NATO (cioè atlantismo) o autonomia strategica (riflusso di un moderno neo-Gaullismo). A mio avviso è indubbio che, come detto prima, la Commissione Europea avrà un ruolo sempre più decisionale per lo Spazio, nei suoi piani c’è persino la costituzione di una Agenzia Spaziale comunitaria per andare oltre l’ESA che non è un ente della UE ma che soprattutto non può per statuto sviluppare sistemi militari. Questo tema della governance strategica si lega poi all’aspetto industriale. In Europa lo Spazio ruota intorno alla Arianegroup, la JV tra Airbus Defence & Space e Safran, un gruppo multinazionale che non aspetta altro che integrare la Thales Alenia Space franco-italiana per formare il “campione” europeo aerospaziale. I negoziati in questo senso sono avanzati, staremo a vedere. A livello geopolitico la Brexit ha evidenziato come UK voglia ancorarsi agli USA e che il Regno Unito intenda recuperare quelle capacità tecnologiche spaziali che aveva sino agli anni novanta con le aziende BAE Systems e Marconi. Londra manifesta obiettivi ambiziosi per lo Spazio e ciò potrebbe aprire spiragli di collaborazioni industriali interessanti anche per l’Italia. La Francia persegue il suo obiettivo strategico di essere l’arsenale nucleare protettivo e proiettivo dell’Europa per cui i sistemi spaziali sono un elemento imprescindibile. Quando Macron dichiara che la NATO è in “coma cerebrale” mette in chiaro questa strategia. La Germania nel settore spaziale è ancorata alla Francia attraverso il Trattato di Aquisgrana, ma mostra segni di insofferenza industriale, ha una potenza economica superiore a quella di Parigi e sostiene una sua industria nazionale che costruisce satelliti in concorrenza con quelli francesi e vuole realizzare un suo vettore di lancio (lo chiamano micro-lanciatore per non urtare la suscettibilità francese) che è forse solo il primo passo di un percorso che non sappiamo dove porterà. Sul fatto che l’Europa, parlo del blocco franco-tedesco che la guida, resti atlantista a ogni costo molto dipenderà dall’atteggiamento americano ma soprattutto, temo, dalla pervasività lobbistica cinese che già oggi a Bruxelles, e non solo, gode di buone basi di appoggio.

E l’Italia com’è messa? Nel corso della pandemia abbiamo assistito a voci di corridoio su un possibile interessamento francese per uno dei nostri gioielli, Avio. Come si muove il Paese per promuovere le sue manovre nella space economy e nella competizione geopolitica per l’esplorazione spaziale?

L’Italia vive nel settore spaziale le medesime situazioni politiche che vediamo quotidianamente nei telegiornali o leggiamo sui quotidiani quando ci si confronta con i partner europei. Come altri settori lo Spazio è un comparto strategico e quindi anche in questo caso l’Europa non è un luogo di benefattori o di amici disinteressati, tutt’altro, l’interesse nazionale è preponderante per tutti i paesi, in Francia il termine “souveraineté nationale” è nel DNA di tutti, mentre da noi il solo termine “sovranità” sembra far accapponare la pelle. Provincialismo e ipocrisia si mischiano in un complesso mix in cui anche le attività spaziali si ritrovano talora a essere coinvolte. Però il nostro paese si è ritagliato negli anni un ruolo di eccellenza industriale e accademica, sia grazie alle collaborazioni europee dell’ESA ma grazie anche a programmi extra-europei e penso in particolare agli accordi ASI-NASA degli anni novanta e ancora prima al programma San Marco. Però, ripeto, lo Spazio in Europa è lo specchio della politica comunitaria, l’Italia è il paese più piccolo tra i grandi, Francia e Germania, e il più grande tra i piccoli, Spagna, Austria, Olanda ecc., e quindi fatica a trovare collocazioni soddisfacenti tra vincoli e diktat strutturati dal sistema decisionale del blocco franco-tedesco cui si aggregano per convenienza i paesi minori. Non sopporto il termine di paesi “frugali” in voga ultimamente, li definirei piuttosto minori e come tali dovremmo trattarli. Ma al di là di questo, è ovvio che Avio sia nel mirino, ha sviluppato capacità sistemistiche di lancio, realizza un vettore efficiente che se fatto evolvere adeguatamente farebbe concorrenza all’Ariane, e infatti i cugini d’oltralpe si sono assicurati la gestione commerciale del vettore e di fatto ne scandiscono le pianificazioni di lancio (visto che la base di Kourou è un territorio francese), tutto ciò comporta di fatto un non-autonomia italiana nella gestione di questo prodotto, ma su questo apriremmo un capitolo a sé. Vedremo come andrà, mi pare che la recente acquisizione del 30% di Avio da parte di Leonardo, che detiene il 30% della Thales Alenia Space, si possa leggere in un’ottica negoziale vis-a-vis di una possibile fusione con la Arianegroup. Ma la situazione potrebbe cambiare, in fondo la componente italiana della Thales Alenia Space ha ottime prospettive di collaborazioni strategiche con gli USA, vedasi il programma Artemis, che le aprirebbero porte di sviluppi innovativi che in Europa non si vedono. Sarebbe una prospettiva da perseguire anche senza i partner europei.

Per venire alla sua ultima domanda su come si sta muovendo il paese, devo dire che negli ultimi anni la consapevolezza dell’importanza strategica dello Spazio è ormai ben maturata nei settori istituzionali nazionali dove la componente militare è sempre più coinvolta nei processi decisionali strategici, e questo è un bene. Lo Stato Maggiore della Difesa ha da poco costituito un nuovo Ufficio Generale Spazio, e nell’ultima relazione annuale dei Servizi segreti, presentata un paio di mesi fa a Palazzo Chigi, c’è un ampio riferimento allo Spazio, assurto – vi si legge – a nuovo terreno di confronto, sul duplice piano militare ed economico. Tutto ciò si inserisce perfettamente nell’elaborazione strategica delle linee governative intraprese per inserire i sistemi spaziali, intesi come prodotti e servizi, all’interno di un’area di sicurezza del Governo in linea con il documento di strategia e di sicurezza dello Spazio emesso dalla Presidenza del Consiglio nel 2019. Dico tutto ciò perché Space Economy vuol dire anche e soprattutto nuovi prodotti e servizi basati su concetti innovativi che si sviluppano in aree dove il confine tra usi civili e di difesa è privo di senso perché l’innovazione spinta richiede sostegno strategico. Qui la vera sfida politica per il nostro paese è nell’abilità di configurare a breve termine una struttura “pensante” che indichi una visione strategia industriale e di ricerca per lo Spazio con obiettivi di prodotto che poi, se vincenti, diventeranno remunerativi anche sul piano commerciale oltreché strategico, senza per forza restare totalmente ancorati all’ambito europeo.

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Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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