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Dal Vaticano a Villa Nazareth, le nuove relazioni tra la Chiesa e la politica italiana

Papa Francesco e Conte in Vaticano

Dal Vaticano a Villa Nazareth, le nuove relazioni tra la Chiesa e la politica italiana

Con piacere presentiamo questa conversazione avuta con il giornalista Nico Spuntoni, specializzato nelle dinamiche riguardanti il Vaticano. Spuntoni, nato nel 1990, si è laureato in Scienze storiche, medioevo, età moderna, età contemporanea presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Si è occupato in modo particolare del pontificato di Benedetto XVI, a cui ha dedicato il saggio Vaticano e Russia nell’era Ratzinger, edito da Tau Edizioni nel 2019. Con lui parliamo dei nuovi equilibri tra il Vaticano e l’Italia e delle prospettive politiche dei cattolici italiani.

  • Ciao Nico e grazie mille per la disponibilità. Vorremmo dialogare con te delle prospettive e degli equilibri politici in via di evoluzione tra le due sponde del Tevere, tra i palazzi del potere italiani e quelli vaticani. Partiamo in medias res chiedendoti come giudichi la strategia di Giuseppe Conte di cercare con forza la legittimazione dei vertici ecclesiastici e della Santa Sede. Conte è uomo gradito nei palazzi di Oltretevere?

Papa Francesco ha espresso parole di apprezzamento per Conte già ai tempi del governo gialloverde, quando lo definì “un uomo intelligente” che “sa di cosa parla”. Un giudizio che non è svanito con l’avvio della stagione giallorossa, come dimostrato da alcuni episodi simbolicamente significativi avvenuti nei momenti più difficili della giovane carriera politica del professore: l’incontro concesso a margine del funerale del cardinal Silvestrini all’allora premier incaricato ancora alle prese con l’incerta formazione del suo secondo governo; l’udienza privata concessa in piena emergenza coronavirus; la (non confermata) telefonata dopo la dura nota della Cei sulla mancata riapertura delle Messe cum populo. Detto questo, credo che l’interlocutore italiano privilegiato del pontefice stia al Quirinale e non a Palazzo Chigi. Dal momento che il mandato per il bis (come per la precedente esperienza di governo) gli è stato affidato dal Colle, è possibile che il credito di cui ha beneficiato Conte a Santa Marta sia soprattutto una dimostrazione di fiducia nei confronti del presidente Mattarella, figura altamente stimata da Francesco.

Conte, caso unico nella storia repubblicana, ha varcato la porta di Palazzo Chigi da (quasi) perfetto sconosciuto agli occhi della politica nazionale con l’aggravante di dover guidare un governo malvisto dai cosiddetti ambienti che contano. Per cercare una legittimazione nel campo allora ostile si è giocato da subito la carta del “cattolico democratico” in virtù della sua passata esperienza a Villa Nazareth. In realtà, a differenza di quanto è stato scritto allora e spesso continua ad essere ripetuto anche oggi, il presidente del Consiglio fece domanda per l’ammissione ma non venne accolto come studente del Collegio universitario. Il premier frequentò le attività comunitarie dopo la laurea ed ebbe modo di conoscere il cardinale Silvestrini, punto di riferimento dell’istituto e dell’universo catto-dem in generale, nonché protagonista di primissimo piano della politica estera vaticana. Il cattolicesimo democratico, come giustamente ricordò l’attuale Capo dello Stato in un articolo del 1998, è uno dei due filoni in cui si articola la storia dei rapporti del movimento cattolico con la politica del nostro Paese. Conte ha rivendicato la sua appartenenza a quella tradizione, ma finora ha mostrato scarso interesse per temi che le dovrebbero essere cari: proibizione della partecipazione del popolo alle Messe, aiuti alle famiglie e sostegno alle scuole paritarie. Non a caso, su queste materie ha fatto alzare la voce anche ad una Cei generalmente collaborativa.

  • Dalla diaspora dei cattolici dopo la fine della Democrazia Cristiana il triangolo istituzioni italiane-Vaticano-CEI si è risolto più volte in una relazione complessa. Quali sono – oggigiorno – gli equilibri in definizione?

Dagli anni Sessanta la Conferenza Episcopale Italiana detiene la sovranità sugli affari italiani ed in determinate fasi storiche – l’era di Siri e quella di Ruini su tutte – l’ha fatta pesare non poco, sebbene non siano mancati politici che hanno scavalcato questa distinzione di responsabilità per rivolgersi direttamente al papa o alla Segreteria di Stato. Dopo la fine della presidenza Ruini, un’alterazione di queste dinamiche si registrò nel 2007 con la lettera inviata da Bertone a Bagnasco, neoeletto capo dei vescovi italiani, nella quale l’allora Segretario di Stato rivendicava a sé la gestione dei rapporti con la politica. Sin dalla sua elezione, Papa Francesco ha dimostrato di avere un occhio di riguardo per la situazione italiana e riceve frequentemente in udienza rappresentanti istituzionali. Recentemente, ad esempio, ha incontrato la presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, il governatore del Lazio, Luca Zingaretti e la sindaca di Roma, Virginia Raggi. Con un papa che s’interessa più direttamente alle questioni italiane, la Conferenza Episcopale Italiana appare inevitabilmente meno incisiva rispetto a quanto ci avevano abituato la stagione ruiniana e gli anni iniziali del mandato di Bagnasco. Per la definizione degli equilibri futuri potrebbe essere fondamentale anche l’esito del dibattito ecclesiale in corso sullo svolgimento o meno di un Sinodo della Chiesa italiana: auspicata fortemente da alcuni degli uomini più vicini a Francesco, l’indizione di quest’assise non entusiasma tutto l’episcopato italiano.

  • Che ruolo ha l’Italia nella “grand strategy” vaticana? L’evoluzione dei rapporti della Santa Sede con Stati Uniti, Russia, Cina si avvale di una sponda italiana?

    Dal Dopoguerra fino al crollo dell’Urss avvenne l’opposto: l’andamento dei rapporti tra Roma e Washington – come ha spiegato Massimo Franco nel suo “Imperi paralleli – dipendeva dal gradimento riservato dalla Santa Sede all’inquilino di turno di Palazzo Chigi. Oggi non è più così, ma il Vaticano continua a non aver bisogno dell’Italia per l’evoluzione delle sue relazioni internazionali. D’altra parte, la diplomazia pontificia nacque addirittura in tarda antichità, mentre le prime nunziature permanenti vennero istituite già nel 1500. La funzione della politica estera vaticana è particolarmente delicata se si tiene conto dell’intreccio esistente tra ordinamento canonico ed ordinamento temporale: spesso si dimentica che Santa Sede e Città del Vaticano sono due entità distinte, dotate entrambe di una soggettività giuridica internazionale. Un nunzio apostolico, inoltre, è doppiamente impegnato rispetto ad un ambasciatore dal momento che nello svolgimento della sua missione deve occuparsi non solo dei rapporti Chiesa-Stato, ma anche della vita delle Chiese locali.

  • Sul piano interno, come ritieni si sia evoluta la strategia comunicativa della Chiesa verso le istanze di matrice politica? Da Camillo Ruini a Matteo Zuppi, sono sempre meno gli alti uomini di Chiesa che parlano in maniera diretta a precise aree politiche. Cosa segnalano questi sviluppi?

Il processo d’internazionalizzazione della Curia e del Collegio cardinalizio unito a quello di secolarizzazione della società hanno determinato, forse fisiologicamente, una perdita d’autorevolezza dell’episcopato italiano. Non è un fenomeno esclusivamente italiano, ma direi piuttosto europeo sebbene da noi risulti più evidente visto il rilevante contributo dato dalla Chiesa alla vita pubblica nazionale. È vero che all’orizzonte non si vedono figure della caratura di Ruini o Silvestrini, così come latitano personalità del calibro di Biffi o di Martini. Bisogna precisare, però, che Ruini non parlava soltanto ad una precisa area politica ma – piuttosto – indicava, con forza e caparbietà, temi e valori su cui poi gli schieramenti o i partiti erano invitati a convergere. Allo stesso modo, non ritengo Zuppi un prelato “di parte” ma, al contrario, gli riconosco la rara capacità di poter dialogare con tutti. L’arcivescovo di Bologna avrà pure le sue idee, ma non ha alcun pregiudizio – né politico, né ecclesiale – e lo ha dimostrato in più occasioni: ricordo, ad esempio, che da vescovo ausiliare di Roma celebrò due volte la Messa secondo la forma straordinaria dell’unico rito latino e due anni fa, già insediatosi a San Petronio, partecipò ad un dibattito con l’esponente leghista Lucia Borgonzoni.

  • Ritieni credibile la presenza di una polarizzazione tra i cattolici italiani tra un cristianesimo “istituzionale” e una religione “di popolo” che leader come Matteo Salvini hanno provato più volte ad accarezzare nel loro percorso politico?

Anche nella comunità ecclesiale italiana degli anni ’60 e ’70 non mancarono tensioni tra Chiesa-base e Chiesa-autorità. Lo scenario odierno è molto diverso e per certi versi opposto a quello dell’epoca, ma una tendenza al distacco del gregge dai pastori è indubbiamente presente. È una reazione quasi istintiva di fronte a uomini di Chiesa che si allontanano dalla Verità nelle parole, nei gesti e nei comportamenti. Tuttavia, essendo la Chiesa comunione organica, non è concepibile una polarizzazione tra Istituzione e Popolo. E poi non sono i leader politici a poter compensare questo sentimento di smarrimento dei cattolici italiani, anche perché qualsiasi tipo di tentazione cesaropapista non farebbe altro che peggiorarlo. Non credo che Matteo Salvini abbia realmente mai accarezzato questo progetto. Gli è stato addebitato per l’esposizione dei simboli religiosi, eppure – al di là del giudizio che si può nutrire per simili atteggiamenti – non è il primo politico di primo piano a farlo nella storia repubblicana: Oscar Luigi Scalfaro, ad esempio, nei comizi democristiani del Dopoguerra era solito tenere tra le mani un Rosario ed invocare la Madonna con l’appellativo di “Castellana d’Italia”. Resto convinto che la fede non possa essere direttamente parte del dibattito politico, ma debba illuminare indirettamente l’azione politica attraverso la ragione.

  • In definitiva, come ritieni che nei prossimi anni la cultura politica cattolica potrà trovare spazio nell’Italia contemporanea e in che modo potrà organizzarsi per influenzare efficacemente lo sviluppo del Paese?

È necessario che la futura partecipazione dei cattolici alla vita pubblica del Paese faccia memoria della lezione ereditata nell’Octogesima adveniens dove San Paolo VI scrisse che “la politica è una maniera esigente – ma non è la sola – di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri”. Dunque, un incoraggiamento all’impegno politico dei laici cattolici ma anche il suggerimento di non considerarlo il campo esclusivo in cui esercitare la propria vocazione al servizio. C’è, ad esempio, da recuperare l’irrilevanza a cui sembrano destinati ad essere confinati i cattolici nel mondo della cultura, del giornalismo, dell’educazione, della finanza e della giustizia. Tutti campi in cui avevano svolto un ruolo fondamentale fino ad un non lontano passato grazie alle doti di equilibrio e prudenza favorite dalla fede.

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Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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