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Alle radici della società della sorveglianza

Alle radici della società della sorveglianza

Come siamo arrivati ad accettare che lo stato ci imponesse la distanza fisica, la limitazione sociale, il controllo bio-politico, in nome della sicurezza? Come è possibile che una larga parte della popolazione giunga a legittimare tali misure draconiane anche quando queste, esaurita l’emergenza, vengano imposte come i principi del mondo post-covid?

La chiave di lettura che suggerisco è che l’esito “tecnico” verso cui ci stiamo indirizzando, sia in perfetta continuità con le tendenze economiche, sociali e psicologiche del capitalismo neoliberista (come già accennato qui). In tal senso la società neoliberista, fondata sul principio dell’utilitarismo economico, e composta da monadi consumiste aveva già sufficientemente indebolito i rapporti sociali e sfibrato il tessuto comunitario, offrendo le condizioni ideali per l’invasione delle “macchine” (della tecnologia) nelle nostre vite. La crisi del covid accelera queste tendenze preesistenti, e consente di istituzionalizzare il primato delle tecnologie come il mezzo di ogni fine, inclusi quelli sociali e personali.

Il Neoliberismo e il trionfo dell’individuo

Con il passaggio di fine anni ’70 dal compromesso keynesiano-fordista al ritorno del marginalismo monetarista, a cambiare volto non è solo l’economia ma soprattutto la società. Come affermò Margaret Thatcher, indiscusso protagonista di quella stagione politica, “l’economia è lo strumento, il fine è la società”. S’inaugura una nuova dottrina politica: il neoliberismo. Con esso lo stato smette di essere lo strumento di mediazione del conflitto distributivo, e si trasforma in braccio armato del capitale[1]. D’ora in avanti la società dovrà incentrarsi sul mercato, dove reciprocità e cooperazione lasciano il posto all’egoismo e alla competizione. In un mondo cosi, come affermò la stessa Thatcher, “non esiste una società, ma esistono individui”.

L’individualismo consumista

Nel mondo neoliberista, dominato dalla logica dei mercati perfetti ed efficienti, lo scopo di qualunque azione deve essere intrinsecamente motivata dall’unica ragione che la moderna antropologia dell’homus economicus attribuisce alla natura umana: l’arricchimento individuale (sia esso in forma di profitto o potere). Si viene cosi a costituire una società di monadi consumiste sciolte dei propri legami e uniti da rapporti commerciali, utilitaristici e di profitto. Individui “individualizzati”, che conducono una vita “fai-da-te”, in un processo d’“immunizzazione relazionale” (Zamperini). 

Povertà relazionale

In un sistema dominato dal mercato, è arduo trovare posto per le relazioni sociali, essendo queste un bene difficilmente trasformabile in merce di scambio. È difficile immaginare come i bisogni di amore, fiducia, empatia o amicizia possano essere soddisfatti al seguito di una transazione monetaria. Verrebbero infatti a mancare le motivazioni intrinseche che rendono quelle relazioni autentiche. Di conseguenza l’invasione dei valori del mercato in tutte le sfere del sociale e l’esistenza commerciale (consumismo) contribuiscono a processi di “reificazione dell’altro” e producono povertà relazionale (Bartolini).  

Crisi dei legami ed utilitarismo

Come argomentano Benasayag e Schmit ne “L’epoca delle passioni tristi”, i legami sono “sotto attacco”. Attacco da cosa? Da quello stato di ansia, confusione e impotenza generato (soprattutto nei giovani) dal neoliberismo, il quale impone ovunque la regola della competizione, e al fine di quest’ultima scandisce la gerarchia dell’utile. Le scelte di vita non vengono più spinte dal desiderio ma imposte dal criterio mercantilista dell’utilità (come ad esempio scegliere cosa studiare non per il desiderio di farlo ma in vista del futuro compenso monetario). I legami, purtroppo, non rispondono convenzionalmente alla “visione utilitaristica” propria dei mercati, secondo la quale una qualsiasi azione deve trovare giustificazione necessariamente in qualche forma di profitto.  

Efficienza e tempo

Tutti gli aspetti della vita umana inoltre devono essere condotti in nome dell’efficienza, o della produttività, come se le persone fossero delle aziende e le proprie vite fossero delle linee produttive. Come in qualunque processo produttivo si punta a minimizzare i costi. Nella vita quindi si punta a minimizzare i tempi morti o il tempo dedicato ad attività non utili all’arricchimento materiale dell’individuo. Bisogna “tagliare” il tempo inutile cosi come bisogna “tagliare le inefficienze dello stato”, secondo la stessa ideologia. Perciò quando si effettuano tagli al proprio tempo, fra le voci di spesa più facilmente decurtabili vi sono proprio le relazioni. La tendenza all’efficienza pone una pressione generale sul tempo: tutti hanno tutto da fare. Non c’è mai tempo per i legami e per sé stessi. Non c’è mai tempo di pensare a come costruire la propria felicità.

Società liquida

Il trionfo dell’individualità ha portato come effetto collaterale la solitudine. Come sottolinea Bauman[2]:

“[L’individualità] E’ diventata spiacevole quando il sogno si è avverato e l’individuo – nel suo trionfo o nella sua umiliazione – è stato lasciato solo sul campo di battaglia”.

Il neoliberismo ha condotto (o contribuito) alla società liquida, in cui i corpi solidi (la famiglia, la scuola, i sindacati, i partiti ecc.) si liquefanno e lasciano posto ad una continua mutevolezza che rende le persone inevitabilmente insicure, paurose e sole. Oggi, la cultura liberal del mainstream denigra i muri come “fascisti”, eppure non ci accorgiamo dei muri che abbiamo eretto e che erigiamo quotidianamente per confinarci entro noi stessi e proteggerci dal prossimo. Una sorta di distanziamento sociale de facto. La prossimità, oggi sede di timori sanitari, ieri era già sede di ansie e insicurezze relazionali.

Alienazione tecnologica

La liquefazione della società si acuisce con l’evoluzione tecnica. Internet ha acconsentito di azzerare i tempi e annullare gli spazi. La digitalizzazione delle comunicazioni consente la sostituzione e la privazione della fisicità dai rapporti e dalle interazioni umane. Le reti sociali, una volta radicate nei territori e sostanziate nei legami, diventano piattaforme immateriali. Gli individui si parlano sempre di meno, e si vedono sempre di meno, ma sono sempre più connessi e interagiscono sempre di più virtualmente. La tecnologia procede la sua opera di invasione della vita, acquisendo il ruolo di indispensabile medium per qualunque lavoro e per qualunque comunicazione. La dipendenza verso la tecnologia ci rende inseparabili da essa, la quale giunge a diventare, come nel caso degli smartphones da cui non ci separiamo praticamente mai, una sorta di estensione della nostra realtà corporea. I progressi biotecnici porteranno i dispositivi tecnologici a far parte sempre di più dei nostri corpi. Come sottolinea Galimberti riprendendo Marx, La tecnica (e i suoi dispositivi) diventando il mezzo per qualunque fine diventa essa stessa il fine, e cosi facendo aliena gli individui.

Totalitarismo tecnico

Definendo come neoliberista una società dai tratti appena menzionati (dominata dal mercato, regolata dalla logica dell’utile, costituita consumatori solitari, in un contesto di povertà relazionale e alienazione tecnologica) allora non desta eccessivo stupore che in tale società il distanziamento sociale risulti un’opzione “accettabile”di politica sanitaria, non solo di tipo emergenziale ma addirittura permanente (post-dovid). Cosi come non stupisce che vengano legittimate misure di controllo quali i droni, le autocertificazioni e le applicazioni di tracciamento. Allo stesso modo non ci meravigliamo che i politici propongano di separare con la forza i positivi dalle proprie famiglie; o che si pensi a un futuro con micro chip sottocutanei. Tutte queste novità, che sembrano appartenere a un romanzo distopico, avevano già invaso la nostra realtà quotidiana, generalmente senza che la maggioranza di noi sene accorgesse. Quello a cui assistiamo adesso, ovvero il tentativo politico di ridisegnare antropologicamente la nostra società, può essere legittimamente interpretato come un’accelerazione, indubbiamente violenta, di tendenze già in corso. Una sorta di evoluzione ulteriore. Un gradino in più. Se non ci fossero stati i muri di ieri, quelli che inconsapevolmente ci costruivamo, oggi risulterebbe molto più difficile separare con pareti di plexiglass i clienti di un ristorante e gli studenti di una scuola. Se non stessimo subendo l’invasione delle macchine già da tempo, risulterebbe palese la natura autoritaria di una applicazione telefonica che tracci i nostri movimenti. Ma siccome “Google già possiede i nostri dati” (come si dice convenzionalmente) allora si accetta che i nostri movimenti possano essere tracciati. Da un punto di vista pratico il ragionamento è sensato. La novità sta nell’istituzionalizzazione di queste tendenze che per certi versi erano de facto già parte della nostra vita. Invece di riflettere sull’inquietante accelerazione di questi trend, come ad esempio il controllo che poche multinazionali hanno sui dati di tutti noi, accettiamo questo come un dato di fatto, come un evento ineluttabile a cui non possiamo fare altro che adattarci.
Se questa è la traiettoria su cui si muove la nostra società allora un futuro contact-less, fatto di micro-chip e droni, in cui ogni interazione è virtuale e tecnologicamente mediata, una sorta di totalitarismo tecnico, non appare come una remota fantasia frutto di una trama di un film anni 80’, ma come una possibilità concreta qual ora l’evoluzione tecnica ne consentisse l’applicazione


[1] A riguardo vedi il capitolo 5 “the state never went away”, in Mitchell e Fazi (2017).

[2] Vedi Bauman(2002) p.61.

Bibliografia

Bartolini, S. (2010). Manifesto per la felicità: Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere. Donzelli Editore.
Bauman, Z., & Bettini, G. (2002). La solitudine del cittadino globale (Vol. 287). Feltrinelli Editore.
Benasayag, M., & Schmit, G. (2004). L’epoca delle passioni tristi. Feltrinelli Editore.
Galimberti, U. (2002). Psiche e techne: l’uomo nell’età della tecnica (Vol. 12). Feltrinelli Editore.Chicago
Mitchell, W., & Fazi, T. (2017). Reclaiming the state. University of Chicago Press Economics Books.
Zamperini, A. (2010). L’ostracismo: essere esclusi, respinti e ignorati. G. Einaudi.

Classe 1990. Originario di Salerno (SA), è laureato in Economia all'università degli studi di Siena, e ha conseguito un Master in Economics & Business all'università Erasmus di Rotterdam. Ha lavorato come stagista presso il Netherlands Bureau for Economic Analysis. Attualmente è Trainee presso la Banca Centrale Europea.

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