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La rotta dell’America dopo le elezioni. Intervista a Dennis Redmont

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La rotta dell’America dopo le elezioni. Intervista a Dennis Redmont

All’indomani dell’assegnazione definitiva di tutti gli Stati rimasti in bilico dopo le presidenziali statunitensi, abbiamo provato a tracciare un bilancio complessivo di una delle elezioni più particolari di sempre con l’aiuto di un esperto di questioni a stelle e strisce.

Si tratta di Dennis Redmont, giornalista statunitense, responsabile Comunicazione, media e sviluppo del Consiglio per le relazioni fra Italia e Stati Uniti, consulente della società Edelman e per 25 anni alla guida dell’Associated Press per l’area del Mediterraneo.

Durante la sua attività, il nostro ospite ha avuto modo di conoscere personalmente molti protagonisti della politica internazionale, compreso il presidente eletto Joe Biden, poco prima che, nel 2008, iniziasse la sua corsa per la vice presidenza al fianco di Barack Obama.

Denis Redmont (Credits Festival Internazionale del Giornalismo)

Le ultime elezioni presidenziali hanno segnato un record: secondo le stime disponibili circa 160 milioni di americani sono andati a votare, di persona o per posta. Si aspettava un’affluenza così elevata?

Ci si aspettava un’affluenza alta, ma non così tanto. Siamo sul 67%, due terzi degli aventi diritto: percentuali europee. Perciò non si possono più criticare gli Stati Uniti dicendo che la metà degli elettori non va alle urne. Questo dato è ancora più notevole considerando che in America per votare occorre andare a registrarsi. E che oltretutto non c’è un sistema federale di voto, ma ogni Stato ha le sue regole particolari.

Una simile affluenza ha permesso ai principali sfidanti, Biden e Trump, di essere i due candidati più votati di sempre. Però, anche alla luce di una campagna elettorale molto tesa, questo non può essere segno di un’America profondamente divisa?

Questa divisione in realtà non è così netta come nel voto. Il fatto che ci siano due parti del Paese una contro l’altra è un po’ una leggenda. Prendiamo l’elettorato di Trump: una parte lo segue ciecamente, ma ci sono anche molte persone che lo hanno voluto premiare per aver fatto decollare l’economia prima del Covid e per aver realizzato il piano di helicopter money a pandemia in corso. Oltre che per le sue promesse di ridurre ulteriormente le imposte.

Quindi se per assurdo si fosse votato un anno fa, prima del Covid, Trump avrebbe avuto molte più possibilità di vittoria?

Non c’è dubbio. Infatti io definisco questa la prima elezione del mondo “sul Covid”. È stato il fattore che ha fatto perdere Trump. I democratici hanno chiesto al popolo americano: “Voi approvate la politica del presidente in relazione alla pandemia?”. E, con più di 230mila morti, 100mila contagi al giorno, oltre 10 milioni di casi totali, le persone, votando, hanno risposto in questo modo.

Ora però lo stesso Trump rifiuta di concedere la vittoria all’avversario e, tramite i suoi legali, ha annunciato ricorsi a raffica. È a tutti gli effetti un’anomalia costituzionale?

In realtà nel 1876 c’è stato un caso comparabile ma, certo, parliamo di quasi un secolo e mezzo fa.

La cosa significativa ora è questa. Trump all’inizio diceva: “Abbiamo ottenuto una grande vittoria”, poi ha cambiato linea e ha detto: “Ci sono stati dei brogli”. Ma non afferma più di avere vinto. Ora, la maggior parte dei suoi ricorsi è stata già rigettata. Mentre in Georgia partirà a breve un riconteggio manuale dei voti. Il che fa gioco a Trump, perché mantiene la situazione in qualche modo aperta.

C’è un meccanismo procedurale, poi, che gli dà una minima possibilità di sperare ancora. Sappiamo infatti che l’8 dicembre gli Stati devono nominare, attraverso i loro parlamenti, i grandi elettori che andranno materialmente a scegliere il presidente il 14 dello stesso mese. Normalmente questo è un passaggio automatico, ma dato che gran parte degli Stati ha assemblee a maggioranza repubblicana, in teoria qualcuno di questi potrebbe nominare grandi elettori repubblicani anche in uno Stato vinto dai democratici. È poco probabile, ma potrebbe pur sempre succedere. Intanto Trump continua ad aizzare la sua base, il che è anche funzionale al fatto che a gennaio ci sono due ballottaggi proprio in Georgia, che per i repubblicani sono fondamentali per mantenere la maggioranza in Senato.

Ma un simile atteggiamento non rischia di portare a scontri di piazza?

Questa è la domanda da un milione di dollari. Certo, già si temeva che le persone si presentassero armate ai seggi e non è successo, almeno non su grande scala. Anche al momento del conteggio dei voti non ci sono stati scontri. Credo per questo che al momento le parole d’ordine dei democratici siano: “Niente provocazioni”. Sicuramente adesso, anche per via della pandemia, molta gente sta in attesa. Vedremo se succederà qualcosa nei momenti chiave del post-elezioni: il voto dei grandi elettori, il 14 dicembre, l’insediamento del nuovo Congresso, il 6 gennaio, infine l’entrata in carica del nuovo presidente, il 20 gennaio. A proposito, foriero di tensioni può essere anche il fatto che l’amministrazione attuale non ha sbloccato alcun fondo per la transizione presidenziale. Per dire, chi paga la bolletta del telefono quando Biden parla con Macron?

In tutto ciò cosa farà il Partito Repubblicano? Continuerà a seguire Trump o finirà per scaricarlo?

I membri repubblicani del Congresso sono ancora con lui, almeno ufficialmente, ma ci sono delle crepe che stanno cominciando ad aprirsi all’interno del red wall. Alcune personalità molto influenti del partito, come il governatore dell’Ohio Mike DeWine, l’ex candidato presidente Mitt Romney e l’ex consigliere di Bush Jr., Karl Rove, stanno dicendo a Trump che è il momento di concedere la vittoria a Biden.

Quanto è credibile invece l’ipotesi che Trump, ammessa o meno la sconfitta, si ricandidi alle presidenziali del 2024?

Bè, può darsi. La sua tattica è quella di occupare la scena, togliere l’ossigeno a tutti gli altri. Per esempio, pare che potrebbe comprare un network televisivo. Lui infatti crede che la via migliore sia comunicare con gli elettori direttamente, e non attraverso i media mainstream. In più, vuole sempre mantenere un profilo da outsider, anche dopo quattro anni di presidenza.

E a proposito di quest’ultimo aspetto: alcuni sostengono che la presidenza di Trump sia stata un’accidente della storia, altri, viceversa, che sia il segno dei tempi. Lei per quale interpretazione propende?

Direi per la seconda. Gli oltre 70 milioni di voti che ha preso a questa elezione lo dimostrano piuttosto chiaramente.

Passiamo al presidente eletto, Joe Biden. Sembrava una sorta di vecchio arnese della politica, e invece ha avuto un seguito enorme. Come ci è riuscito?

Ha convinto la base che era l’unico che poteva mettere insieme i voti dei centristi e dei progressisti, e poteva farlo specialmente negli swing States. Ci è riuscito meno in Florida, magari, dove il voto dei latini è andato abbastanza inaspettatamente ai repubblicani, ma nei tre Stati chiave della Rust belt (Michigan, Wisconsin e Pennsylvania) la sua visione è stata corretta. La Pennsylvania, in particolare, è lo Stato in cui Biden è nato, lì è molto conosciuto e ci è andato tredici volte nelle ultime settimane, ciò significa che, grazie ai sondaggi, conosceva molto bene quale era la posta in gioco (come Trump, d’altronde).

Alla fine però Biden, con il suo modo di fare, ha preso molti voti più di Hillary Clinton dalle donne e anche dagli afroamericani.

Il dato sulle donne è curioso. Quello sugli afroamericani magari si spiega con il deciso appoggio di Barack Obama, di cui Biden è stato vicepresidente?

Naturalmente. Infatti è proprio per questo che negli ultimi giorni sono entrati in modo deciso nella corsa Barack Obama ma anche la moglie Michelle, che ha tenuto vari discorsi. E ad esempio nell’area urbana di Philadelphia, dove sono arrivati molti voti per posta decisivi per la vittoria democratica, vivono tantissimi afroamericani.

E la vice Kamala Harris, invece? Magari è stata un po’ più in ombra durante la campagna?

Sì, ma questo perché i vice presidenti in America non “tirano” molto in televisione, anche se poi in realtà sono attivi. Però c’è stata una rete di donne afroamericane che si sono mobilitate molto per le elezioni. Questo è sicuramente un aspetto che andrà studiato, anche perché, almeno in alcuni Stati, sembrava invece che agli afroamericani uomini piacesse lo stile un po’ macho di Donald Trump.

Sulla Harris, poi, vorrei sottolineare un paio di aspetti che sono stati un po’ sottovalutati, ma che secondo me sono molto interessanti. Primo: lei è sposata con un avvocato ebreo, che diventa il primo second gentleman della storia, nonché la prima persona ebrea ad avere tale ruolo. E sarà molto interessante studiare l’impatto sociologico di un dato del genere. Secondo: lei è afroamericana per metà, per via del padre giamaicano, ma sua madre è indiana. La Harris ha legami abbastanza stretti con l’India, ci andava ogni paio d’anni o giù di lì. Quindi conosce la politica internazionale e la geostrategia molto di più di quello che lascia trasparire.

Questo dettaglio mi dà l’occasione di ricollegarmi a una domanda sulla politica estera dell’amministrazione Biden. Quanto cambierà rispetto a quella trumpiana?

In realtà non così tanto. Per dire, non credo che Biden spingerà per rimettere l’ambasciata statunitense in Israele a Tel Aviv. Così come continuerà a chiedere maggiore partecipazione dei Paesi europei alle spese della Nato. Credo anche che voglia continuare con la diminuzione del ruolo militare americano a livello internazionale, puntando maggiormente sull’utilizzo della diplomazia. Si sta parlando ad esempio di creare un vertice delle democrazie, un G10, o qualcosa del genere, che possa prendere il posto del G7 e mostrare con l’esempio gli effetti positivi del metodo di governo democratico.

E invece i rapporti con la Cina? Come evolveranno?

La Cina continuerà a essere un avversario. Magari non un nemico, ma un avversario sì. Biden, e di questo magari non molti commentatori si sono resi conto, conosce benissimo Xi Jinping. Ha passato ore e ore a parlare con lui sotto la presidenza Obama. Non per questo la rivalità sparirà, però potrebbe essere un po’ meno esasperata. Anche se le tensioni continueranno a esserci: i dazi verranno confermati, così come le operazioni di reshoring delle aziende nazionali trasferitesi in Cina. Tra l’altro è stato un grande imbarazzo per il popolo americano il fatto di non avere né mascherine né ventilatori nel momento in cui la pandemia è esplosa negli Stati Uniti.

Veniamo alla politica interna. Stante il profilo da moderato di Biden, nemmeno qui ci si aspetta una presidenza rivoluzionaria…

Proprio rivoluzionaria no, però alcuni cambiamenti sono convinto che li vedremo. Tra le priorità che lui esplicitamente menziona c’è quella di voler essere un presidente green. Quindi già nei primi giorni del suo mandato rientrerà negli accordi di Parigi e revocherà parecchi executive orders di segno opposto emanati da Trump. In generale, Biden ha rivendicato durante le elezioni che affronterà le scelte politiche che gli si porrano davanti utilizzando le evidenze prodotte dalla scienza. Un qualcosa di diverso quindi rispetto alla presidenza Trump, un’esigenza posta anche dalla pandemia.

E a livello fiscale? Ci saranno politiche minimamente redistributive?

Lì Biden sarà probabilmente bloccato dal Senato, che alla fine dovrebbe essere ancora a maggioranza repubblicana. Tuttavia potrebbe iniziare una negoziazione. Bisogna ricordare infatti che Biden conosce praticamente tutti i membri del Senato, non solo perché è stato vice presidente, ma anche perché è entrato proprio in Senato all’età di 29 anni. Perciò potrebbe negoziare, dicevo, per una serie di misure che stimolino l’economia e magari alzino leggermente le imposte almeno per quelli che sono nella fascia più alta di reddito, chi guadagna cioè più di 400mila dollari l’anno.

Altro aspetto importante dove potrebbe agire riguarda gli investimenti in infrastrutture, quantomeno dopo la fine della pandemia, sulla falsa riga del New deal di Roosevelt. Le infrastrutture negli Stati Uniti, infatti, sono messe molto male: tanti aeroporti sono fatiscenti, le strade sono trascurate, le reti idriche sono in gran parte in mano a Stati che non hanno fatto alcuna manutenzione. Potrebbe essere un piano capace di trovare un consenso bipartisan, che Trump aveva promesso, ma che non ha mai attuato.

Una certa attenzione andrà posta, da parte di Biden, anche alla questione razziale, che è tornata prepotentemente d’attualità dopo l’omicidio di George Floyd da parte della polizia e i conseguenti scontri (la cui gestione, probabilmente, è costata un altro pezzetto di rielezione a Trump)…

Di sicuro Biden dovrà fare qualcosa sotto questo punto di vista. Le prime valutazioni a riguardo si potranno fare solo dopo che avrà scelto il suo Gabinetto. Ma certamente dovrà emanare alcuni atti non meramente simbolici, in particolare serviranno misure punitive quando ci sono abusi da parte delle forze dell’ordine o simili.

Per concludere, secondo Lei, in questo momento Joe Biden può essere la persona giusta per guidare gli Stati Uniti d’America?

Per come ha vinto, direi di sì. In più ha esperienza, è tutto sommato fuori dalla mischia, non è minaccioso. È un po’ lo zio di tutti, ha un approccio molto folk con le persone, perciò è uno che certamente può unire. Qualche volta inoltre sorprende: per esempio durante la vice presidenza ha aperto, da cattolico, al matrimonio gay ben prima di Obama, che poi l’ha seguito. Per alcune cose lui decide più in fretta di quello che si pensi. Analizziamo quindi molto bene le priorità che sta indicando e quelle che indicherà.

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Giornalista con alle spalle una formazione giuridica, culminata in una laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia. Appassionato di storia, politica ed economia, ma anche di argomenti pop quali sport, enogastronomia e musica rock. Libero pensatore.

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