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La sfida geostrategica dell’Artico

La sfida geostrategica dell’Artico

La storia dei popoli, affermava il grande giurista tedesco Carl Schmitt, è sempre una storia di appropriazione della terra. La conquista/acquisizione di nuovi spazi influisce sempre in modo determinante sulla posizione geopolitica degli Stati. Questa, infatti, implica sempre il rischio di destabilizzare un preciso status egemonico o un ordine stabilito. In una superficie terrestre quasi del tutto occupata dall’uomo, due rimangono le aree di competizione tra le grandi potenze: la regione artica e lo spazio circostante al globo. In questa occasione ci si occuperà della prima.

Ha recentemente fatto scalpore la proposta del Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump di acquistare la Groenlandia e la successiva cancellazione dell’incontro di Copenaghen con i vertici politici danesi una volta che questi hanno rifiutato l’offerta.

Quella che sembrava essere l’uscita estemporanea di un Presidente “poco ortodosso”, tuttavia, aveva in realtà delle ben precise motivazioni geopolitiche. E per meglio comprendere tali motivazioni sarà utile esaminare nel dettaglio le dichiarazioni rilasciate da Mark T. Esper (Segretario di Stato alla Difesa) al London’s Royal United Services Institute ed il rapporto al Congresso USA sulla strategia artica del Dipartimento di Difesa dello scorso giugno.

Le dichiarazioni di Esper, nello specifico, sono particolarmente eloquenti. Il Segretario alla Difesa, infatti, ha citato a più riprese il pericolo che l’aggressività russa ed il potere economico cinese costituirebbero per la sicurezza e l’ordine globale attuali.

“La competizione tra le grandi potenze – ha affermato Esper di fronte al pubblico londinese – è la preoccupazione primaria per la sicurezza nazionale statunitense”. Gli Stati Uniti, secondo l’ex studente di West Point, si stanno già confrontando con questo pericolo ma si rende necessario che le Nazioni amanti della liberta (freedom loving nations) riconoscano tali minacce e facciano la loro parte per mantenere il mondo sicuro.

Cina e Russia, inoltre, porrebbero delle precise minaccie alla “prosperità americana”. Minacce che potrebbero ulteriormente intensificarsi in futuro qualora non venissero prontamente affrontate.

In conclusione, Esper, in assoluto rispetto della linea trumpista, ha suggerito agli alleati degli Stati Uniti, ed in particolare agli Stati membri della NATO, di aumentare le loro spese militari.

Le dichiarazioni del Segretario alla Difesa ricalcano alla perfezione il contenuto del già citato rapporto al Congresso sulla strategia artica in cui si parla espressamente del comportamento “maligno e coercitivo” di Russia e Cina, di un “approccio olistico” per la protezione degli interessi nazionali statunitensi nella regione artica e dell’accrescimento dell’influenza di Washington nell’area. Tale rapporto, a sua volta, riprende il documento sulla strategia di sicurezza nazionale del 2017 in cui si pone particolare enfasi sulla “protezione dello stile di vita americano” e, ancora una volta, sulla “promozione della prosperità americana da preservare anche tramite la forza”.

Il rapporto al Congresso dello scorso giugno, inoltre, riprende quasi in toto il documento sulla strategia artica del 2013 rilasciato sotto l’amministrazione Obama; a dimostrazione, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che, a prescindere dagli aspetti esteriori e dalla spettacolarizzazione della politica imposta da Donald Trump, vi sia una sostanziale linea di continuità tra le due presidenze.

A questo proposito, è innegabile anche il fatto che gli USA, ben prima dell’elezione di Trump, avessero già iniziato a non rispettare l’accordo sul nucleare con l’Iran.

Chi scrive ha spesso sostenuto che il trumpismo non sia altro che un (più o meno) disperato ultimo tentativo di salvare la “globalizzazione americana” e che il motto elettorale Make America Great Again si sia risolto semplicemente in una nuova corsa agli armamenti ed alla militarizzazione più o meno forzata delle regioni soggette alla competizione strategica tra le potenze.

Il rinnovato interesse per l’Artico rientra a pieno titolo in questo contesto. Limitare o impedire l’espansione sino-russa nella regione significa, in primo luogo, eviatare una di quelle “acquisizioni di nuovi spazi” che potrebbero mettere in crisi l’egemonia globale nordamericana.

Il valore dell’Artico

L’Artico, posto all’intersezione di 3 piattaforme continentali, con i suoi 14 milioni di Km quadrati, il 13 % delle riserve mondiali di petrolio ed il 30% di riserve di gas non ancora sfruttate, rappresenta un’area dall’enorme valore geostrategico. Lo sfruttamento di una simile ricchezza, anche in termini di rotte commerciali-militari, consentirebbe o il mantenimento inalterato dell’egemonia nordamericana o il suo definitivo superamento qualora Washington perda la sfida con i suoi competitori.

Dunque, non sorprende che nel citato rapporto al Congresso sulla strategia artica si faccia palese menzione all’obiettivo di “limitare l’abilità di Cina e Russia nello sfruttare la regione come corridoio per la competizione strategica alla proiezione globale di potenza degli Stati Uniti”.

Di fatto, l’apertura della rotta artica, evitando il Canale di Suez, consentirebbe di abbreviare il tempo di viaggio dall’Asia all’Europa di 10 giorni e metterebbe in seria crisi il controllo dei flussi energetici da parte degli Stati Uniti. Inoltre, per gli obiettivi geo-strategici sino-russi, la rotta artica risulterebbe maggiormente stabile e sicura rispetto ai corridoi terrestri della Nuova Via della Seta suscettibili del passaggio in aree dalla forte presenza di gruppi terroristici ampiamente foraggiati e strumentalizzati dai servizi di intelligence delle forze ostili all’evoluzione in senso multipolare dell’ordine globale.

La rotta artica, infatti, ha un ruolo di primo piano nel progetto della Nuova Via della Seta. La Cina, osservatore permanente del Consiglio Artico, ha già investito non poche risorse nella regione. E l’interesse nordamericano all’acquisto della Groenlandia rientra proprio nel progetto di contrasto all’espansione economica cinese nell’area. Un’espansione indirizzata lungo le linee stabilite dalla Vision for Maritime Cooperation under the Belt and Road Initiativedove lo spirito del progetto infrastrutturale cinese viene interpretato nei termini di “cooperazione, apertura, inclusività, apprendimento e beneficio reciproco”. In questa dichiarazione del 2017, il rapporto tra l’uomo e gli oceani viene declinato nel senso di sfruttamento delle vie marittime per il raggiungimento di uno sviluppo comune.

Il valore strategico della Groenlandia

La Groenlandia è al centro della sfida per l’Artico in quanto si stima che il suo sottosuolo, tra le altre risorse di fondamentale importanza (oro, uranio, diamanti, petrolio), custodisca la sesta riserva al mondo di terre rare: componente fondamentale nella costruzione di apparati tecnologici e militari. Qui, un progetto di estrazione della risorsa è già cogestito da una compagnia cinese: la Shenghe Resources Holding LTD.

Proprio le terre rare costituiscono il principale fattore di interesse per gli Stati Uniti. Grazie ad esse, la Cina (che controlla tra l’85% e il 95% della produzione globale della risorsa) sta avendo la meglio nella guerra commerciale contro gli USA. Non è un caso se queste siano uno tra i pochi beni cinesi che gli Stati Uniti abbiano escluso dall’impozione di tariffe e restrizioni.

Impossessarsi della Groenlandia, dando avvio al definitivo sfruttamento delle immense risorse presenti nel suo sottosuolo, senza ombra di dubbio, permetterebbe agli Stati Uniti, da un lato, di ridurre la propria dipendenza dalla Cina per ciò che concerne le suddette terre rare e, dall’altro, di ottenere il totale controllo su entrambe le estremità artiche del continente nordamericano: l’Alaska a ovest e la cosiddetta “Isola verde” ad est.

Va da sé che sin dal 1860, William H. Seward (futuro Segretario di Stato di Abraham Lincoln), prima ancora dell’acquisto dell’Alaska dalla Russia, preconizzava che l’Artico sarebbe diventato l’avamposto settentrionale degli Stati Uniti.

Come anticipato in apertura, la proposta trumpista, alla pari di quella avanzata dall’amministrazione Truman alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ottenuto una risposta negativa. Tuttavia, è ben nota la quasi totale sudditanza della classe politica dell’isola nei confronti di Washington. E non è affatto da escludere che la stessa Washington utilizzi tale influenza per impedire una eccessiva espansione cinese nel protettorato danese.

La sfida nel Grande Nord tra Cina e Usa

Ma la Groenlandia non rappresenta l’unica preoccupazione statunitense. La Cina, infatti, oltre ad aver commissionato la costruzione di 7 navi rompighiaccio, ha mostrato non poco interesse alla costruzione del tunnel sottomarino Helsinki-Tallin che le consentirebbe di ultimare una rete infrastrutturale capace di abbracciare l’intero continente eurasiatico.

Paradossalmente, in questa corsa all’Artico, gli Stati Uniti si sono ritrovati in una posizione di pesante divario tecnologico con i principali competitori. La Russia, infatti, oltre ad aver creato sin dal 2014 un Comando di Interforze Strategico per l’Artico, possiede la più ampia flotta per la navigazione in acque fredde (39 navi rompighiaccio di cui 6 a propulsione nucleare) ed ha recentemente ultimato la costruzione della prima centrale atomica galleggiante che, dopo un viaggio di 5000 km lungo l’Artico russo, è stata prontamente posizionata a Pevek, nell’estremo nord-est, dove fornirà energia agli impianti industriali e minerari della regione.

A ciò si aggiunga che, se le “previsioni geologiche” dovessero essere confermate dai fatti, lo sfruttamento della piattaforma occidentale dell’Artico russo garantirebbe a Mosca una proiezione di potenza energetica addirittura superiore a quella degli Stati Uniti. Non sorprende dunque che la Russia, per garantire la difesa della regione, abbia anche installato batterie di S-400 nelle penisole di Kola e Kamchatka.

Appare evidente che a questa doppia sfida, geostrategica e tecnologica, gli Stati Uniti risponderanno ancora una volta con una militarizzazione della regione artica imponendone i costi anche ai propri alleati. Ed appare altrettanto evidente che la corsa all’Artico possa essere interpretata come un nuovo capitolo nella lotta tra le potenze di mare e quelle di terra che sin dall’antichità ha contraddistinto la storia dei popoli. Tuttavia, almeno in questa occasione, la potenza talassocratica nordamericana sembra essere realmente costretta  alla difesa.

Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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