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Maggio 2020: l’inizio del secolo dell’Asia?

Maggio 2020: l’inizio del secolo dell’Asia?

Con piacere vi presentiamo questa traduzione di un pezzo di David P. Goldman apparso su “Asia Times” in cui si analizza la ripresa delle economie e dei sistemi asiatici dopo la crisi del coronavirus. Possiamo parlare di maggio 2020 come del mese in cui ufficialmente è iniziato il “secolo asiatico”? Nell’articolo Goldman spiega perchè non si tratta di un’ipotesi così azzardata.

Gli storici dell’economia potrebbero indicare la data d’inizio del “secolo asiatico” nel maggio 2020, quando la maggior parte delle economie asiatiche hanno ripreso il sentiero della piena occupazione mentre l’Occidente languiva nel lockdown dovuto alla pandemia di coronavirus. L’Asia è gradualmente emersa come una zona economica tanto integrata quanto l’Unione Europea, sempre più isolata da shock provenienti dagli USA o dall’Europa.

I dati quotidiani di Google sulla mobilità utilizzano la geolocalizzazione degli smartphone per determinare il numero di persone che si recano a lavoro e rappresentano di gran lunga le più accurate e aggiornate indicazioni sull’attività economica. Al 13 maggio Taiwan, Corea del Sud e Vietnam erano tornate alla normalità, Giappone e Germania rimanevano il 20% sotto il normale, mentre Stati Uniti, Francia e Regno Unito erano paralizzati. Google non può acquisire letture simili in Cina, ma le evidenze indicano che il Paese è sulla stessa pista di Taiwan, Corea del Sud, Vietnam

La ripresa economica asiatica va di pari passo col successo nel controllo della pandemia. Cina, Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Hong Kong e Singapore hanno tassi di mortalità pari a un decimo di quello tedesco e a un centesimo di quelli di Regno Unito, Stati Uniti, Francia o Spagna. Gli USA stanno lottando per riaprire la loro economia nonostante un tasso di contagio molto più alto che in Asia o Germania. Questo implica rischi sostanziali.

La ripresa di breve periodo dell’Asia segue il suo successo nella lotta al contagio. Ma il driver di lungo period della crescita asiatica è il ruolo della Cina come superpotenza tecnologica emergente. La recente sessione del Congresso del Popolo di Pechino ha approvato un piano di investimenti da 1,4 trilioni di dollari in reti 5G, automazione industriale, intelligenza artificiale e ambiti simili.

L’Asia è ora un blocco economico coeso. Il 60% del commercio delle nazioni asiatiche è col resto del continente, la stessa proporzione dell’Unione Europea. I dati della mobiltià di Google confermano ciò che si era appreso a inizio maggio coi dati sul commercio cinese. Mentre il commercio con gli Usa ristagna, quello inter-asiatico cresce anno dopo anno. La crescita del commercio cinese con Asia sud-orientale, Corea del Sud e Taiwan segnala l’estensione dell’integrazione asiatica: l’export cinese in Asia cresce più velocemente di quanto facciano i commerci tra Pechino e gli Usa.

Il mercato azionario cinese, in questo contesto di crisi, ha perso solo il 2% su base annua, un risultato notevole se confrontato con il profondo rosso delle altre maggiori borse. La forza della borsa cinese è notevole data l’escalation della guerra economica con gli Usa, che include la minaccia di rimuovere dal listino le imprese cinesi quotate nelle borse americane.

Le compagnie tecnologiche del settore healthcare, in questa fase, guidano le borse cinesi, con Alibaba Health Information che ha più che raddoppiato le sue quotazioni su base annua. L’ambizione cinese di guidare il mondo sull’analisi dei big data e sull’intelligenza artificiale ha ricevuto una spinga dalla pandemia di Covid-19. A metà maggio il Dipartimento del Commercio Usa ha imposto controlli sulla vendita di semiconduttori alle imprese cinesi segnate sulla entity list di Washington, se essi sono prodotti ovunque nel mondo con tecnologia statunitense. Il colosso cinese delle telecomunicazioni, Huawei, leader mondiale del 5G, progetta i suoi chip e ne appalta la fabbricazione alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation, la maggiore industria al mondo del settore, che usa prodotti statunitensi e cadrà sotto il bando. Come ho scritto il 18 maggio scorso, questo rappresenta un grosso azzardo da parte dell’amministrazione Trump, che ha finora fallito nel dissuadere molti dei suoi alleati dal fare affari con Huawei, indicata come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa. Una ristretta cerchia di compagnie statunitensi dominano il mercato della fabbricazione dei materiali per i chip assieme all’olandese ASML: se gli Stati Uniti prevenissero la vendita da parte delle imprese del settore di tutto il mondo a Huawei, il colosso cinese non avrebbe più fonti di approvvigionamento. Le importazioni cinesi di semiconduttori sono raddoppiate tra fine 2017 e fine 2018, segnanlando che il Paese ha per precauzione aumentato le sue scorte di chip.

Se pienamente implementato, il bando danneggerebbe notevolmente la Cina. Ma questa è l’ultima carta che Washington può giocare. I materiali per la costruzione di semiconduttori sono l’ultimo settore in cui l’America detiene il controllo nel campo delle tecnologie critiche. Nelle discussioni dei dirigenti d’azienda e nelle webchat tra ingegneri negli Usa la questione dominante è capire non se, ma quando la Cina risucirà a produrre i suoi chip sfruttando la retroingegneria sui prodotti statunitensi o olandesi. La Cina potrebbe non esser più abile di comprare chip per computer efficienti, ma potrebbe assumere tutti gli ingegneri specializzati che vuole nel mondo. La fabbricazione finale dei chip è dominata da Taiwan, e un decimo degli ingegneri taiwanesi specializzati nei chip lavorano ora nella Cina continentale al doppio della paga.

In passato la Cina ha costruito la sua autonomia nell’alta tecnologia più velocemente delle aspettative di molti osservatori. La sua seconda impresa telco, Zte, ha rischiato di fallire quando nell’aprile 2018 Washington ha posto l’embargo sulla vendita dei chip Qualcomm che danno energia ai suoi smartphone. Nel dicembre 2018 Huawei ha iniziato a produrre il suo sistema di chip Kirin, più potente dei prodotti Qualcomm. La Cina usa tuttora i software americani per progettare i chip, e dipende dalle imprese taiwanesi che usano macchinari e materiali americani. Se la Cina raggiungesse l’autosufficienza nella filiera completa della produzione di chip, anche l’ultimo caposaldo della dominazione tecnologica Usa cadrebbe.

David P. Goldman è un economista statunitense. È editorialista dell’Asia Times, dove ha scritto a lungo con lo pseudonimo di “Spegnler”.

Leggi l’articolo originario su “Asia Times”.

David P. Goldman è un economista statunitense. È editorialista dell’Asia Times, dove ha scritto a lungo con lo pseudonimo di “Spegnler”.

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