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La Cina e la repressione degli uiguri: genocidio o questione politica?

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La Cina e la repressione degli uiguri: genocidio o questione politica?

Uno degli argomenti di cui più si è più parlato negli ultimi anni, riguardo alla Cina, è ciò che è stato definito un “genocidio” da parte del Partito Comunista Cinese contro la minoranza degli uiguri, che nella regione dello Xinjiang rappresenta l’etnia numericamente più consistente (circa 12 milioni di unità). I media occidentali hanno ampiamente diffuso la notizia di questo supposto genocidio, talvolta paragonandolo esplicitamente all’Olocausto: si è detto che numerosi “campi di concentramento” sono stati costruiti nello Xinjiang, dove i musulmani uiguri venivano “castrati”, “costretti a mangiare maiale e bere alcool”, condotti ai “lavori forzati”.

Per via di queste accuse, la regione cinese è stata messa sotto i riflettori dai media occidentali a partire circa dal 2018, quando i Paesi Nato hanno iniziato a parlare di “violazione dei diritti umani”. D’altra parte, il PCC ha costantemente rifiutato tali accuse, invitando numerose delegazioni di giornalisti, ambasciatori e autorità dei governi occidentali a recarsi ufficialmente sul posto e verificarne la falsità. Spesso questi inviti sono rimasti senza risposta.

Nel dibattito pubblico del nostro Paese, si è a lungo sostenuta l’esistenza di un genocidio nello Xinjiang, ma si è dato poco o nessuno spazio a chi sosteneva la tesi opposta: ovvero che tale narrazione sia frutto di una campagna propagandistica appoggiata dagli Stati Uniti per screditare il suo principale avversario economico, politico e commerciale, ovvero la Cina.

Solo qualche giorno fa – a dimostrazione dell’insofferenza verso le voci dissidenti – un articolo controcorrente scritto da Fabio Massimo Parenti (docente di economia politica internazionale a Pechino) è uscito nel Blog di Beppe Grillo, suscitando persino le ire di Enrico Mentana, che nella sua testata Open ha pubblicato un articolo con tanto di commento: “vergogna”.

Ad ogni modo, il collettivo Qiao ha elaborato una esaustiva raccolta, ben documentata e strutturata, di testimonianze ben lontane dalle costruzioni mediatiche a supporto della tesi sullo “sterminio”. Il presente articolo rimanda a tale raccolta per qualsiasi approfondimento.

Per cominciare, sottolineiamo un dato importante, solo raramente citato: quando gli Stati Uniti e i suoi alleati (tra cui anche l’UE) sostengono lo sterminio degli Uiguri, essi sono una minoranza. Nel 2019 e nel 2020, si sono tenute infatti due importanti sedute del Consiglio sui Diritti Umani delle Nazioni Unite e, in entrambe le occasioni, i Paesi in posizione di accusa erano in netta minoranza rispetto a quelli che difendevano le politiche della Cina nello Xinjiang.

Tabella che elenca gli Stati che hanno espresso posizioni di condanna e di difesa della Cina in materia di diritti umani. Qui la fonte originale.

Quel che è importante sottolineare è che la maggior parte dei Paesi a maggioranza islamica (come è possibile vedere nella tabella) non muove alcuna critica nei confronti delle politiche cinesi nello Xinjiang. Il che è reso ancor più paradossale dal fatto che il maggior sostenitore di tali accuse siano proprio gli Stati Uniti, che tramite le numerose guerre in Medio Oriente hanno portato alla morte di decine di milioni di musulmani tra militari e civili, causando instabilità politica, economica e sociale nella regione.

Dopo decenni di guerre in Medio Oriente, gli Stati Uniti possono dunque vantare qualche tipo di superiorità morale nel rispetto dei diritti umani di minoranze islamiche? Non sarà invece che queste accuse mosse alla Cina siano il pretesto per attaccare il proprio avversario e screditarlo di fronte all’opinione pubblica internazionale? Non è affatto una coincidenza, come sottolinea il collettivo Qiao, che questa campagna diffamatoria sia iniziata in un periodo di escalation del conflitto sino-americano, che con Trump prima e Biden adesso sta toccando livelli preoccupanti.  

In effetti non sarebbe la prima volta che gli Stati Uniti adottano questa strategia per screditare i propri avversari. Basta citare un solo caso, clamoroso ma mai ricordato abbastanza, di contraffazione della realtà in tal senso: Nayirah al-Ṣabaḥ, quella che poi si scoprì essere la figlia dell’Ambasciatore del Kuwait negli Stati uniti, presenziò al Congresso degli Stati Uniti mentre in lacrime raccontava di soldati iracheni che uccidevano neonati del Kuwait scaraventandoli sul pavimento. Queste accuse, che si rivelarono essere completamente inventate, furono poi usate per giustificare all’opinione pubblica la seconda invasione dell’Iraq.

Proprio per questo, è sempre importante verificare le fonti da cui vengono attinte le notizie, che nel caso del “genocidio” degli Uiguri si sono rivelate spesso false, tendenziose o completamente inventate: in alcuni casi sono stati stimati persino 9 milioni di detenuti in “campi di concentramento”, su una popolazione di 12 milioni di uiguri. Un dato che non può essere preso sul serio: non solo la regione dello Xinjiang ha ricevuto (nel 2019) più di 200 milioni di turisti, ma anche circa 1000 visite ufficiali da osservatori stranieri (delegazioni diplomatiche ufficiali, giornalisti ecc.).

Mappa che segnala gli Stati che hanno espresso posizioni di condanna e di difesa della Cina in materia di diritti umani. Fonte: The Economist

Invece, la maggior parte degli articoli di denuncia sulla questione rimandano a due principali fonti: da una parte, l’antropologo tedesco Adrian Zenz, il quale è conosciuto per le sue posizioni di estrema destra, e per aver detto di esser “guidato da Dio” nella sua missione contro la Cina per “occidentalizzarla”; dall’altra, viene spesso citato uno studio del Chinese Human Rights Defenders, un’organizzazione non governativa appoggiata da Washington che ha intervistato anonimamente otto persone, inferendo da tali interviste (non verificate) l’incarcerazione da 1 a 3 milioni di Uiguri.

Se le cose stanno davvero così, la tesi di un “genocidio” o “etnocidio” non è affatto sostenibile e a dirlo è la stessa Banca Mondiale, così come la maggior parte dei Paesi a maggioranza islamica. Ad appoggiare questa narrazione sono invece, guarda caso, solo i Paesi Nato, e in particolare gli Stati Uniti.

Ma per essere ancora più chiari: si può non essere affatto d’accordo con le politiche della Cina nello Xinjiang (che prevedono sì campi di rieducazione e forte presenza del Partito nel territorio), ma prima ancora di giudicarle, è necessario contestualizzare una situazione tutt’altro che facile per la regione cinese. Lo Xinjiang è stato infatti interessato per lunghissimo tempo da radicalismo islamico, attentati terroristici e massacri, i cui principali bersagli non erano i cittadini cinesi, ma innanzitutto la minoranza uigura.

Nei circa 200 attentati terroristici dal 2000 a oggi, si sono registrati migliaia di morti e ancor più feriti. Nel luglio del 2014 è stato persino assassinato l’Imam Jume Tahir, presso la moschea più grande della Cina. L’Imam era anche un deputato del Congresso Nazionale del Popolo e vice presidente dell’Associazione Islamica Cinese. Prima di essere ucciso, auspicava pace e stabilità per la regione in grave tumulto a causa del radicalismo.

La situazione si è fatta ancor più critica dopo l’inizio della guerra in Siria, quando molti combattenti uiguri sono tornati dalla guerra radicalizzati e addestrati all’uso delle armi, pronti a nuove azioni terroristiche. L’Ambasciatore siriano in Cina ha persino affermato che più di 5000 uiguri avessero lottato in gruppi islamici radicali come l’Isis e che quindi costituivano un potenziale pericolo per la stabilità della regione.

La Cina ha così optato, in via di necessità, per un programma di de-radicalizzazione dei nuclei terroristici nel territorio. Non è certo il primo Paese a farlo: anche la Francia, e dopo di essa la Danimarca e il Regno Unito, hanno adottato questo tipo di politiche e, pur avendo suscitato critiche da parte dei cittadini, nessuno ha accusato questi Paesi di genocidio culturale contro le proprie minoranze islamiche.

Al contrario di quel che si potrebbe pensare, invece, non sono in pochi ad aver definito le politiche cinesi come altamente efficaci e pacifiche: la Banca Mondiale ha finanziato e supportato le politiche di “educazione vocazionale e istruzione” nello Xinjiang dal 2007 in avanti. Questo ha permesso, fino al 2019, a 113,000 studenti di iscriversi nelle scuole finanziate dal progetto, di cui più della metà erano appartenenti a minoranze etniche. Nel novembre del 2020 la regione dello Xinjiang ha persino annunciato la fine della povertà assoluta, a beneficio soprattutto dei cittadini uiguri.

Detto ciò, va detto che la Cina non ha mai negato l’esistenza di scuole e centri di rieducazione e integrazione lavorativa per criminali comuni e per individui che condividevano posizioni aderenti all’estremismo islamico. Questi centri erano e sono indirizzati al reinserimento di questi individui nel tessuto sociale e lavorativo cinese.

Ma non c’è alcuna evidenza che in essi avvengano torture, lavori forzati, o che gli uiguri vengano sottoposti a sterminio etnico, o costretti a mangiare maiale e bere vino, o persino, come sostiene Adrian Zenz, a essere sterilizzati. Checché se ne pensi delle politiche del Partito Comunista Cinese, non c’è dubbio invece che abbiano portato alla riduzione della povertà nella regione dello Xinjiang e che sono state elogiate da molti Paesi a maggioranza islamica.

Dobbiamo invece contestualizzare le accuse contro la Cina nell’ambito del conflitto geopolitico internazionale: più di una volta i Paesi Nato hanno appoggiato bugie e falsità contro i propri avversari militari e commerciali, allo scopo di demonizzare quei Paesi e giustificare alle proprie popolazioni le sanzioni, le ingerenze e in qualche caso anche l’inizio di vere e proprie guerre.

Studente di filosofia all'Università di Catania, nasco ad Agrigento, città di Empedocle e Pirandello, collaboratore di "Kritica Economica". Da buon appassionato di Hegel e Marx, rimango un sincero rompiscatole per tutti i fedeli del pensiero unico filosofico, economico, politico.

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