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La “Rete celeste”: la guerra alla corruzione nella Cina di Xi Jinping

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La “Rete celeste”: la guerra alla corruzione nella Cina di Xi Jinping

La lotta alla corruzione è centrale nel grande progetto di lungo periodo con cui Xi Jinping intende cambiare la Cina. Quali sono stati i risultati e quali le problematiche di una sfida a tutto campo ritenuta decisiva dai vertici del Partito Comunista di Pechino? Ce ne parla oggi Lorenzo Villani.

Fattore intrinseco all’emersione della Cina in qualità di potenza mondiale, talvolta trascurato o non sufficientemente considerato, è l’ampio processo di epurazione anti corruttiva messo in atto e perseguito da ormai diversi anni dai vertici del Partito Comunista Cinese.
Processo innanzitutto riconducibile alla linea politica perseguita da Xi Jinping, avente una pluralità di aspetti che ambiscono, da un lato, ad un maggior consolidamento della leadership dell’attuale segretario, dall’altro, a far fronte ad una delle più grandi piaghe riscontrabili sia nei Paesi in via di transizione che nelle democrazie consolidate.

La sfida alla corruzione di Xi Jinping

Occorre in primis porre l’accento sulla variabile della corruzione in qualità di elemento determinante nelle scelte politiche volte ad una sua eliminazione strutturale. Statistiche alla mano, il complesso fenomeno della corruzione risulta dilagante in maniera maggiore nei Paesi in via di sviluppo; non a caso i livelli più alti sono osservabili soprattutto nell’area dei BRICS (all’interno dei quali paesi come l’India e la Russia manifestano i livelli più elevati). Non è da escludere tuttavia che la presenza della corruzione viene presentandosi in maniera elevata anche all’interno di paesi dal sistema politico consolidato; divenendo talvolta, in tali contesti, fattore strutturale nelle dinamiche del funzionamento del sistema politico stesso. S’intende così che in qualsiasi sistema, in misura più o meno elevata, si verifichino atti illeciti nell’ambito della corruzione a qualsiasi livello della piramide sociale e, nello specifico, politica e amministrativa. Va aggiunto che un tale ragionamento fonda le sue premesse su analisi effettuate su campioni rilevati da sondaggi d’opinione, entrando dunque nel merito della tematica della percezione del fenomeno da parte della cittadinanza. In riferimento alla rilevazione del 2016 effettuata a livello globale, secondo Transparency International “il 69% dei 176 Paesi analizzati nell’Indice di Percezione della Corruzione nel settore pubblico e politico, ha ottenuto un punteggio inferiore a 50, mostrando come la corruzione nel settore pubblico e nella politica sia ancora percepita come uno dei mali peggiori che infesta il mondo“(1).
Nell’ottica della rilevazione appena menzionata la Cina si colloca al 79° posto. Nel tentativo di delineare un quadro generale del processo di epurazione cinese, e il suo impatto sulla politica nazionale, è però utile prendere in esame alcune variabili determinanti, quali: l’anno in cui è stata condotta la rilevazione; l’analisi delle successive statistiche comparabili; il potenziale margine di errore derivante dalla statistiche.

Fattori, questi ultimi, che consentono di delineare una prospettiva generale relativa al terreno sul quale la Cina intende muoversi.
Non è però mia intenzione, in tale articolo, esprimere giudizi sulla politica anti corruttiva della RPC, quanto piuttosto evidenziare gli obiettivi perseguiti, le contraddizioni intrinseche a tale processo e le prospettive che esso intende aprire.

Il processo di epurazione anti corruttiva su larga scala è emerso con l’arrivo al potere di Xi Jinping, nel 2012. In particolare, la campagna trae origine dal 18° congresso del Partito Comunista Cinese, il medesimo che ha designato Xi nel ruolo di nuovo segretario. Da quel momento si calcola che circa 1,5 milioni di funzionari (ma i dati sono in costante aggiornamento) siano stati puniti a causa di un’ampia gamma di reati legati alla sfera della corruzione, oltre poi a molteplici fattori relativi ad una serie di violazioni inerenti alla disciplina di partito, dunque concernenti il deviazionismo circa la linea politica di quest’ultimo. A grandi linee, il processo, inaugurato e promosso dall’attuale segretario, anche se prende come riferimento l’eredità lasciata dal suo predecessore Hu Jintao, si pone l’obiettivo di colpire non solo i vertici del partito ma anche i singoli funzionari amministrativi in contesti locali. Dunque viene così esplicitata l’intenzione di intaccare l’intera gerarchia partitica e burocratica che governa la Repubblica Popolare; considerando che, tendenzialmente, maggiore è il livello di appartenenza di un determinato funzionario accusato di corruzione e maggiore sarà il reato che egli avrà commesso. A dimostrazione di tale ultima osservazione, basti pensare che, ad esempio, il reato maggiormente riscontrabile all’interno dei gradini più bassi della nomenclatura cinese sia l’utilizzo improprio dei veicoli ufficiali. Ma se in rapporto ai vertici di partito tale campagna potrebbe adempiere anche ad una duplice finalità relativa cioè all’eliminazione di personalità politiche contrarie alla linea dell’attuale leader del PCC, un discorso analogo non sarebbe compatibile con l’accanimento che l’intervento anti corruttivo manifesta nei riguardi delle cosiddette “mosche“, ossia i funzionari di basso rango individuati come uno dei tasselli chiave nell’alimentazione della tendenza corruttiva, descritti come colpevoli di peggiorare la vita quotidiana del popolo. Da qui la celebre frase del segretario del partito “colpiremo sia le mosche che le tigri“.

Tuttavia fra le personalità di rilievo all’interno del sistema politico cinese coinvolte all’interno del processo punitivo si riscontrano Bo Xilai, Zhou Yongkang, Ling Jihua, talvolta individuati come le tre principali “tigri” (laohu) finite in gabbia nell’ambito della grande campagna anticorruzione. Caratteristica comune a molti dei soggetti coinvolti, specie se appartenenti alle élite politiche e sociali, è la scarsa presenza mediatica che viene concessa loro nel corso del processo.

“Da un lato dobbiamo essere risoluti nell’investigare anche su quelle figure di spicco del Partito. Dall’altro dobbiamo affrontare dal punto di vista pratico tutti quei comportamenti scorretti che creano piaghe nella vita ordinaria di tutti i giorni. “. (Discorso di Xi Jinping in occasione del Congresso del Partito Comunista Cinese, 2012).

Ai fini della nostra analisi è poi utile prendere in esame alcuni aspetti del dibattito incentrato sul tema della pena di morte relativa a crimini commessi in materia di corruzione. Una delle poche voci a riguardo è relativa ad una stima della Sui Hui Foundation, organizzazione non governativa con sede negli Usa, la quale sostiene che nel 2016 siano state circa 2000 le condanne a morte eseguite in Cina. Va innanzitutto affermato che secondo il codice penale attuale sono 46 i reati soggetti alla pena di morte, 1/3 dei quali riguardano illeciti quali la corruzione, l’uso, il trasferimento e lo scambio di tangenti. Nonostante la riforma del codice avvenuta nel 2015, in occasione della quale il Congresso Nazionale del Popolo ha eliminato 9 reati alla disciplina della pena di morte (relegandoli all’ergastolo senza condizioni), abbia mostrato la volontà del PCC di compiere passi in avanti in tale direzione, è chiaro che si tratta comunque di un numero ingente di reati e che una tale politica sia insufficiente, oltre che inumana, nel contrastare in maniera sostanziale il problema.

La sfida globale secondo la Rete Celeste

La Rete Celeste 2019 è la risultante di un processo di prosecuzione che prosegue lungo la direzione dell’annullamento della corruzione. La Rete però va oltre la campagna preliminare del 2012, essa intende spostarsi sul terreno della lotta alla corruzione internazionale (o almeno così viene presentata). Essa è infatti una campagna architettata ad hoc per fare fronte soprattutto alle macroaree ove si sviluppa la corruzione. Per riuscire in tale impresa il governo cinese ha portato a termine un piano che vede come suoi protagonisti indiscussi il Ministero della Pubblica Sicurezza, la Corte Suprema del Popolo e il Comitato di Stato per la Supervisione. Tre attori che operano congiuntamente in ambiti differenti con la  precisa finalità di scovare, sorvegliare e punire i presunti responsabili.  La RC19 va intesa come il coronamento del più ampio processo di eliminazione corruttiva, nonché come ampliamento del progetto originario. Infatti, se quest’ultimo intendeva semplicemente colpire sindaci, militari d’alto grado, leader politici, la Rete intende conferire un completamento agli sforzi condotti fino ad ora e così intaccare i responsabili di atti corruttivi spostando la partita in un contesto globale; nonché, ad esempio, i funzionari fuggiti all’estero. Nel corso della leadership di Xi Jinping vi sono state alcune forme sperimentali di un processo simile. Ad esempio, nel 2015 Pechino aveva già mostrato interesse verso dinamiche analoghe, ottenendo risultati discreti individuando circa 5000 presunti responsabili in più di 100 stati; procedendo dunque a numerose trattative con i Paesi interessati al fine di richiedere l’estradizione dei soggetti coinvolti.

Questa sarebbe almeno la narrazione che viene fornita ufficialmente dai dirigenti del PCC. Vi sarebbe poi un’ottica alternativa che vale la pena menzionare in tale sede, la quale ritiene che al netto dei risultati ottenuti, talvolta considerati mediocri in rapporto alla severità adottata e alle risorse impiegate, il governo intenda spostarsi su altri territori. Ciò sarebbe funzionale per l’esecutivo almeno per due finalità, consistenti cioè in primis ad alimentare l’offensiva mediatica che vede l’opinione pubblica come soggetto attivo nel percorso di demonizzazione dei corrotti e, in secondo luogo, a perseguire risultati più soddisfacenti sul piano internazionale. Parallelamente è quest’ultimo punto che merita attenzione. Infatti, proprio tale obiettivo è riconducibile ai nuovi sviluppi di quella che viene identificata come la nuova guerra fredda, alla luce dei rapporti controversi e conflittuali che intercorrono fra il paese asiatico e gli Usa. A giustificare questa mia ultima osservazione, non è da escludere a priori che il PCC intenda colpire i funzionari sospettati di stringere relazioni e dialoghi con servizi statunitensi. In tale quadro il pretesto della lotta alla corruzione rappresenterebbe un’arma dal peso non indifferente in un percorso di epurazione che tenda ad emarginare politicamente i dissidenti all’interno dei quadri del partito, non escludendo eventuali purghe.

A giudicare dal Corruption Perception Index (CPI), l’indice annuale sulla trasparenza degli Stati stilato dalla già menzionata Transparency International, si nota che, malgrado le misure radicali e la severità adottata nel corso della campagna, i livelli di corruzione abbiano subito una lieve diminuzione. Basti considerare che la classifica del 2018 colloca la Cina all’87° posizione, conquistando così meno di 10 posti rispetto al 2016 (2). Risultato notevole, certo, ma giudicato da molti come insoddisfacente se analizzato in rapporto alle misure adottate.

La campagna anticorruzione riflette in maniera precisa molte sfumature intrinseche alla società cinese. Fra gli elementi evidenziabili emerge, ad esempio, la centralità della disciplina di partito, la quale ordina le relazioni interpersonali e crea le condizioni per una sistematizzazione dei rapporti sociali e istituzionali. Tutto questo va inserito all’interno del peculiare contesto storico che sta vivendo il paese. Trattasi di una fase inedita, ove il ruolo del PCC diviene egemone all’interno di ogni segmento della vita sociale, traendo legittimità da una serie di politiche sociali volte a incrementare la fiducia intorno alle sue strutture. In tale prospettiva, fra le politiche adottate dal Partito, funzionali sia in quanto strumenti di risoluzione di determinate problematiche, sia in qualità di vere e proprie armi di propaganda, vanno menzionate, oltre alla campagna anti corruttiva, anche il processo dieliminazione della povertà“, il quale ha conferito alla classe dirigente gli strumenti adatti per poter ostentare il suo funzionamento; fra i quali circa 850 mila cittadini usciti dalla soglia di povertà nel giro di 3 anni secondo la narrazione del Partito.

(1)2016 tablet, Transparency International

(2) transparency.it

Classe '98, nato a Napoli, attualmente residente a Firenze. Studio Scienze Politiche presso l'Università degli studi di Firenze. Ambisco all'osservazione delle dinamiche contemporanee, del conflitto sociale e delle diseguaglianze, adottando la "mentalità sociologica come strumento di liberazione

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