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Costituzione italiana e trattati europei: una convivenza difficile?

Costituzione italiana e trattati europei: una convivenza difficile?

Con piacere vi presentiamo questo contenuto di Stefano Giurisato sul conflitto tra Costituzione italiana e trattati europei. Buona lettura!

La crisi del Coronavirus si inserisce, a pieno titolo, come un evento senza precedenti nella Storia degli ultimi 30 anni, paragonabile solo al crollo dell’URSS. Non tanto per essere una delle tante, ennesime, pandemie che hanno scosso il mondo e, nel nostro caso, l’Europa, ma per aver portato alla luce una serie di contraddizioni storiche che erano solo sopite e, spesso, notate solo da una parte del ceto intellettuale. Sarebbe interessante anche studiare se e come il coronavirus, mettendo in quarantena un miliardo di persone in tutto il pianeta e paralizzando la produzione industriale di molti Stati, abbia inferto colpi strutturali al sistema economico globalizzato. Un sistema che è caratterizzato da intricatissime supply chain globali che consentono ai sistemi di produzione di dipendere gli uni dagli altri (emblematica la fabbrica della FIAT in Serbia che chiuse perché non ha ricevuto più i pezzi dalla Cina). Difficile sostenere che si possa già parlare di una effettiva “crisi della globalizzazione”. La rilevazione di questa crisi, oggi, è al di là di qualsiasi stabile presa di posizione. Tali contraddizioni riguardano i valori che ispirano la Costituzione Italiana e i valori che ispirano i trattati di Maastricht dell’Unione Europea. Possiamo dire, in modo generico, che i nostri anni si caratterizzano per uno scontro dialettico fra due posizioni ideologiche: quella europeista, quella sovranista. Per addentrarci meglio nella stratificazione dei problemi attuali vanno prima chiarificati alcuni significati fondamentali, ovvero: A) il significato di Sovranità; B) il significato di Stato (modernamente inteso).

A) Per Sovranità si intende la suprema facoltà politica che consente l’autodeterminazione storica di un soggetto politico (sia esso uno Stato monarchico oppure uno Stato repubblicano). Essa si estrinseca nella produzione legislativa e nel monopolio della forza da parte di una specifica istituzione. Per definizione l’autorità sovrana non ha superiori.

B) Per la definizione di Stato moderno ci si affida ad autorevoli definizioni di autori post-hegeliani come Wolfgang Reinhard (“Storia del potere politico in Europa”). Egli sostiene che lo Stato moderno comprenda: “le seguenti caratteristiche o esigenze: 1) un territorio, come esclusivo ambito di dominio; 2) un popolo, come stabile unione di persone legate da un solido sentimento di appartenenza; 3) un potere sovrano che a) all’interno significa monopolio legittimo della forza fisica, b) all’esterno significa indipendenza giuridica da altre istanze”. Tale definizione si trova mediamente in qualsiasi manuale di storia moderna[1].

Come si applicano tali corrette definizioni di Stato e di Sovranità nell’attuale contesto politico europeo? Innanzitutto va ricordato l’articolo fondamentale, non a caso posto al vertice della Costituzione della Repubblica italiana, che spiega come si estrinseca la Sovranità in Italia: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”[2]. I Padri Costituenti hanno ritenuto opportuno porre al vertice della Costituzione, vero e proprio lume orientativo di tutto il resto del testo, tanto la Sovranità del popolo, quanto il lavoro e la dignità che esso conferisce a chi lo pratica. Tale dignità deriva dal lavoro in quanto è considerato vettore principale dell’uscita dallo stato di miseria materiale e spirituale che ne causerebbe l’assenza. Inoltre, e qui riscopriamo un ulteriore punto fondamentale, nell’articolo 11 si dice: “… [L’Italia] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”. Quindi si pone una questione fondamentale: la parità tra Nazioni è la condizione di possibilità per la cessione di Sovranità ad organismi internazionali o, nel nostro caso, sovranazionali! Questo è ciò che prescrive la nostra Costituzione sorta dalle ceneri della Seconda guerra mondiale. Il conflitto, tra lo Stato-nazionale Italia e l’Unione Europea, come vedremo, sta tutto qui. Vi sono oggi, per l’Italia, le condizioni di possibilità per la cessione di Sovranità che richiede la nostra Costituzione? A chi si cede la Sovranità? Per rispondere bisogna mostrare che cosa sia effettivamente e in concreto l’Unione Europea. L’analisi, in questo campo in particolare, deve essere quanto più possibile scevra dalla mera tifoseria partitica, la quale è sterile in sede di analisi storico-politica. Per rendere l’idea della complessità dell’argomento basti pensare che la critica all’Unione Europea è spesso riscontrabile in membri appartenenti a partiti, o movimenti, diversi (tanto di destra, quanto di sinistra). Non si tratta di parteggiare per qualcuno, europeista o sovranista che sia. Si tratta di comprendere le strutture fondamentali di istituzioni che incarnano lo spirito di un tempo passato e, allo stesso tempo, vedere quale spirito attuale, tali istituzioni incarnate, disvelino a loro volta.

L’UE è un’organizzazione politica fondata dai trattati di Maastricht del 1992, alcuni Stati (i principali) hanno adottato una moneta unica nel 2001. Essa è dotata di una Commissione Europea che svolge il ruolo dell’esecutivo, è dotata di un Parlamento (che non ha potere legislativo effettivo ma di ratifica delle proposte della Commissione, ad esempio su temi caldi come la fiscalità[3]), di un Consiglio di Stati membri che si consultano per trovare accordi in ottica pan-europea (ma che spesso si risolvono in accordi bilaterali interni), è dotata infine di una Banca Centrale Europea (BCE) che non ricopre il ruolo di prestatrice di ultima istanza. Chiunque voglia sostenere che il Parlamento europeo abbia un potere determinante nel gioco di specchi della politica europea, si deve incaricare di mostrare a tutti i partiti “più-europeisti” del continente, i quali tutti propongono di dare poteri legislativi effettivi al Parlamento Europeo, che fondano irrazionalmente le loro proposte. Credo sia importante rivelare come ad oggi, nel 2020, dopo 28 anni dalla sua istituzione, l’UE non sia ancora uno Stato federale compiuto. Il modello degli Stati Uniti d’Europa non è stato raggiunto, e la sua attuazione rimane lungi dagli intenti politici dei rispettivi Stati-nazionali del continente. Il ritenere che l’Unione Europea possa essere uno Stato (qualora anche fosse federale) significherebbe misconoscere la definizione, inoppugnabile, di Stato data da Reinhard. Il tentativo di creare un super-Stato europeo federale, conferendo a tale Stato le caratteristiche dello Stato moderno reinhardiano, è alimentato dalla credenza ideologica che gli Stati Uniti d’Europa potessero essere effettivamente uno Stato strutturato nelle sue componenti essenziali. Questo fatto ha prodotto un limbo politico con pochi precedenti nella storia, con una conseguente Babele di lingue e di popoli che non comunicano fra di loro. Vanno poste le seguenti domande: l’Unione Europea è abitata da un popolo singolo (il fantomatico “demos europeo”), che abita un territorio comune, che esercita un potere sovrano, che detiene il monopolio della forza fisica? Sono elementi che, inseparabilmente l’uno dall’altro, costituiscono la struttura fondamentale di uno Stato. L’Unione Europea è categoricamente sprovvista di tutto ciò! Non esiste un demos europeo (davvero difficile sostenere che il popolo spagnolo sia il medesimo che il popolo polacco), non abita nessun territorio comune (il popolo spagnolo continua ad abitare in Spagna e non in Polonia), esiste solo il potere della Commissione Europea, nominata dal consiglio degli Stati membri, che si può dispiegare con metodi difficilmente raggiungibili dagli ordinamenti democratici, quindi parlamentari e nazionali. Tutti i sogni avveniristici, le aspirazioni unioniste, sono lasciate alla dimensione meramente desiderativa di gran parte degli europeisti. Concretamente, effettivamente, l’UE non ha le caratteristiche per fondare uno Stato. Se vi fossero tali condizioni, con gli accordi presi sin dall’Atto Unico Europeo del 1986, sarebbero già realizzate. La stratificazione della complessità istituzionale dell’architettura europea, labirintica e kafkiana, fa apparire tale architettura, a milioni di cittadini europei, come totalmente altra dal proprio ordinamento nazionale. Spesso si fa il parallelismo fra Stati Uniti d’Europa e gli Stati Uniti d’America, visti come il modello ispiratore dell’unificazione. Gli USA, pur essendo uno stato federale, sono uno Stato che coincide con una Nazione ben precisa (non esiste nessun discorso di un Presidente americano che non si concluda con una benedizione “…to our Nation”), con un popolo che si ritiene comunemente statunitense, con un Presidente e un Congresso, un esercito, una Banca Centrale (FED) prestatrice di ultima istanza e, ultima ma non per importanza, un’unica lingua. L’unione europea è composta da 27 Stati membri, ciascuno con il proprio orientamento giuridico (prodotto di specificità culturali tipiche di ciascun paese), la propria lingua, il proprio esercito, la propria Costituzione (o Legge fondamentale nel caso tedesco), il proprio debito pubblico, il proprio popolo. L’Unione Europea è, essenzialmente, il tentativo di rendere un continente un unico Stato. Questo tentativo non avviene in America, dove gli Usa non hanno nessuna intenzione di ritenere parte del proprio Stato l’Argentina o la Colombia o il Canada. Per quanta differenza vi sia tra un cittadino nato nel Montana e un cittadino nato in Georgia, questa non sarà mai paragonabile alla differenza che intercorre tra un cittadino portoghese e un cittadino lettone o tra un cittadino svedese e un cittadino greco. La storia degli Stati Uniti è totalmente diversa, ha potuto attingere, per costituirsi, ad una spinta propulsiva e creatrice, genuina e innovatrice, dettata dalla contingenza storica della grande disponibilità di territorio libero (o reso libero) e dalle nuove energie. Infine va ricordato che gli USA hanno sancito definitivamente l’Unità federale dopo una sanguinosissima guerra civile dell’una parte prevalente sull’altra. Parti che parlavano entrambi inglese. Gli Stati europei sono il frutto di una eredità culturale in alcuni casi bimillenaria e con differenze reciproche che anche in epoca moderna si sono rivelate con forza e spesso confliggendo (l’Italia esiste come stato unito “solo” dal Risorgimento, ma caratteristiche nazionali comuni sono sempre state individuate dalle aristocrazie intellettuali di tutti i secoli: Dante, Macchiavelli, Leopardi, De Sanctis, Croce, Gentile). Per tanto non è possibile: 1) affidare il proprio sentimento patriottico ad un non-Stato in situazione di limbo da quando è nato-abortito; 2) trovare soluzioni sovranazionali in contesto pan-europeo perché la struttura dell’Unione crea sistemici stalli alla messicana in caso di crisi esogena (come mostra il blocco agli eurobond da parte dell’asse olandese-tedesco-austriaco); 3) concepire l’UE come unico spazio in cui muoversi in futuro. È assolutamente plausibile, non certo, che l’attuale stallo si traduca con una rottura dell’Europa di Maastricht vista l’entità epocale della crisi; 4) concepire che lo Stato italiano non possa intervenire per risollevare l’economia. Sull’ultimo punto, non per importanza, è necessario mostrare che vi sono due narrazioni attualmente in vigore degli eventi storico-economici.

La prima narrazione è il frutto della fiducia nella correttezza delle tesi della scuola neoliberale (o neoliberista). È molto difficile comprendere in un unico termine tutte le sfaccettature che il pensiero liberale ha proposto nel corso dei decenni passati. Neoliberale è quindi un’etichetta che usiamo in questa sede in modo convenzionale, ed è sufficiente ad indicare alcune teorie comuni all’interno del variegato mondo di questa scuola economica. Uno dei tratti comuni, e più distintivi, di tale scuola di pensiero è l’avversione per lo Stato e per il suo ruolo nell’economia. Tale convinzione diventa una vera e propria ideologia che considera come patologico qualsiasi intervento dello Stato nella sfera economica: il suo intervento deve essere garantito in minima parte per tutelare i servizi essenziali. Tutto ciò che bisogna fare per risollevare l’Italia dalla crisi è favorire l’iniziativa privata, mettendo a frutto il maggior numero possibile di capitali, tanto nazionali quanto internazionali, il cui dispiegamento creerà posti di lavoro e benessere. Le posizioni di stampo neoliberale sono divenute dominanti negli ultimi 30 anni di storia poiché sono le posizioni che animano l’architettura giuridica dei trattati di Maastricht. Secondo tale ideologia ogni forma di finanziamento pubblico è vista come un’oppressione da parte di uno Stato vessatore, che eserciterebbe poteri totalitari, e che non consente ai privati di muoversi liberamente guadagnando dalla propria libera impresa. Se lo Stato finanziasse l’industria, o altri settori strategici, avrebbe sempre maggiore bisogno di controllare l’economia, ne diventerebbe così dirigente e attore principale. Questo fatto, quindi, scavalcherebbe le libertà individuali degli uomini che si vedrebbero oppressi dalla tirannia impersonale di uno Stato che ha sempre maggior bisogno di tasse vessatorie.

La seconda narrazione è quella che si potrebbe definire, altrettanto genericamente, di prospettiva socialista. Tale narrazione sta subendo in questi ultimi anni un intenso processo di rielaborazione intellettuale da parte di pensatori che hanno intravisto delle criticità intrinseche al pensiero dominante della sinistra degli ultimi tre decenni (si pensi solo alle controverse questioni dell’identità nazionale o della tutela dei confini). La narrazione socialista degli eventi contemporanei rimane ancora oggi molto isolata, poiché è accostata con frettolose analogie alla famiglia progressista che ha, negli ultimi tre decenni, sistematicamente favorito il progetto di integrazione europea. Tale progetto è costato alla sinistra, non solo italiana ma anche europea, la subalternità culturale al sistema neoliberale europeo, e una sistemica emorragia dei consensi che saranno raccolti dai “populismi” e dai “sovranismi”. Il crollo dell’Unione Sovietica, la dissoluzione del Partito Comunista Italiano, hanno gettato gli eredi di tale scuola in una profonda crisi di identità. Il risultato di una sinistra in piena crisi di identità è stato quello di vederla autrice delle più grandi politiche di privatizzazione della storia repubblicana (dissoluzione dell’I.R.I. per mano di Prodi). La nuova narrazione socialista, che piano piano si fa strada sfruttando social e case editrici minori, non ritiene affatto negativo il monopolio dello Stato dell’industria, poiché lo Stato è il garante della redistribuzione delle ricchezze. Tale narrazione inoltre denuncia con forza il sistema di assoggettamento degli Stati nazionali che sono costretti, privati della sovranità politica e monetaria, ad indebitarsi sui mercati finanziari ad altissimi tassi di interesse. Sempre in quest’ottica si auspica il ritorno ad una Banca Centrale italiana, perfettamente sposata con il Ministero del tesoro (riparando così il celebre divorzio del 1981) e ad una monetizzazione, più o meno totale, del debito italiano[4]. La constatazione più forte riguarda proprio la questione del debito pubblico, spesso misconosciuto e confuso con il debito privato contratto da una famiglia.

La cosa interessante da constatare è che l’assoluto predominio del libero mercato in Italia è proibito dalla Costituzione. La Repubblica italiana infatti sostiene un’economia mista. L’articolo 41 recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Tale articolo è rinforzato dall’articolo 43: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”. È davvero fondamentale notare come la nostra Costituzione sia orientata da valori che garantiscono una poderosa sintesi tra l’iniziativa privata e il dirigismo statale. Ricompresi in tale sintesi tutti i cittadini, tanto coloro che vivono della propria impresa, quanto i dipendenti pubblici, operano e vivono per la tutela dell’interesse della comunità. L’uno non esclude l’altro, ma si integrano a vicenda in modo complementare. In generale l’ordinamento costituzionale dello Stato italiano è integralmente rivolto a garantire la piena occupazione, contrariamente allo statuto dei trattati di Maastricht che hanno come obiettivo principale la stabilità dei prezzi[5] e la competizione virtuosa fra Stati membri in un regime di libero mercato. L’articolo 3 A al titolo II del Trattato sul funzionamento dell’Unione sfata ogni dubbio[6]. Per tanto è necessario, prima di prescrivere cure quali l’Ital-EXIT o il cambiamento dall’interno dell’UE, mostrare a chi non ne è a conoscenza che è in atto tale conflitto (spesso e volentieri obliato). Un conflitto profondo che vede coinvolti valori contrastanti e che consente, a seconda del punto di vista con cui lo si guarda, di dichiarare eversiva l’una costituzione rispetto all’altra (non importa se i trattati Maastricht o di Lisbona non si chiamino “costituzione”. Sono l’ordinamento giuridico che fonda e orienta valorialmente una presunta Unione politica). Su tale conflitto si rimanda agli studi del lucidissimo storico, economista e filosofo Vladimiro Giacchè. Una persona che ha studiato a fondo i meccanismi geopolitici ed economici che sono in atto nell’Unione Europea e ne rintraccia l’origine nel metodo con cui la Germania ovest ha annesso la Germania est nel 1989[7]. Non può più valere che ogni argomentazione, o narrazione, critica dell’assetto unionista sia tacciata per incompetente o poco autorevole solo perché non consentirebbe allo status quo di perdurare. Vi sono due narrazioni, entrambi autorevoli, entrambi ideologiche. La lotta per la difesa della Costituzione non è illegittima. La lotta per la salvezza dell’Unione Europea è una lotta eversiva dell’ordinamento costituzionale italiano. Si scelga da che parte stare; la non scelta equivale a garantire che lo status quo perduri.


[1] Carlo Capra, “Storia moderna”, Le Monnier, III edizione 2016, p. 44.

[2] Consultabile per intero comodamente sul sito del Senato: http://www.senato.it/1024

[3] Dal sito del parlamento europeo: https://www.europarl.europa.eu/about-parliament/it/powers-and-procedures/legislative-powers

[4] Un articolo interessante di Vito Lops su questo argomento: https://www.ilsole24ore.com/art/monetizzare-e-cancellare-debito-paesi-che-fanno-e-come-funziona-AE5ZfLAF

[5] Dal sito della BCE: https://www.ecb.europa.eu/ecb/orga/escb/html/convergence-criteria.it.html

[6] Il trattato sul funzionamento dell’Unione in PDF: https://www.ecb.europa.eu/ecb/legal/pdf/maastricht_it.pdf

[7] Si rinvia a questa ottima conferenza di Giacchè sul conflitto Costituzione italiana-Trattati Ue https://www.youtube.com/watch?v=e69uUbEKQlo; inoltre si rimanda al suo celeberrimo studio: “Anshluss: l’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”, edito da Diarkos.

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