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Cyber, politico ed economico: i molti volti dello “sharp power”

Cyber, politico ed economico: i molti volti dello “sharp power”

Nell’era post Guerra Fredda soft power è stato uno dei concetti chiave dell’analisi delle relazioni internazionali. Rappresenta l’evoluzione dell’egemonia culturale gramsciana abbinata a tecniche moderne, la capacità di portare la cooptazione al di sopra della coercizione. Nella sua analisi, ha sottolineato Italianieuropei, Joseph Nye, coniatore dell’espressione ha dimostrato “una piena consapevolezza del fatto che l’egemonia politica si fonda sull’egemonia culturale – nel caso degli Stati Uniti, sulla superiorità della propria organizzazione economica e sulla propensione degli altri popoli a condividere il loro immaginario e ad imitarne gli stili di vita – piuttosto che sulla potenza militare(hard power).

Dal soft power allo sharp power

Gli sviluppi degli ultimi decenni e la situazione di crisi e mutamento permanente che avvolge le relazioni internazionali hanno portato a considerare l’esistenza di varie sfumature tra i due opposti estremi. A lungo, nel decennio scorso, si è parlato di smart power. E ora, uscendo dalla prospettiva occidentale, si parla di sharp power. Un potere, ha scritto il National Endowement for Democracy nel report in cui è stato coniato il termine, “che come un coltello affilato trafigge, penetra o perfora il contesto mediatico e politico nei Paesi presi di mira”.

Sul tema, di recente, è uscita in Italia, ad opera di Università Bocconi Editore, L’era dello sharp power, una fondamentale pubblicazione ad opera di Paolo Messa, fondatore della rivista e think tank Formiche, direttore del Centro Studi Americani e responsabile delle relazioni istituzionali di Leonardo, con introduzione del giovane articolista e animatore del lavoro di Formiche Francesco Bechis.

Partiamo da un presupposto importante: sharp power è un concetto nato in ambito statunitense e sviluppatosi in ambito euroatlantico per definire i tentativi di infiltrazione, influenza e condizionamento operati dai Paesi rivali, in primo luogo, degli Stati Uniti per minare, secondo gli analisti che sostengono l’uso del concetto, la solidità tra gli alleati della Nato.

Lo sharp power e l’egemonia statunitense

Messa, introducendo il suo studio, non fa mistero di chiarificare il fatto che il suo punto di vista è quello di un convinto sostenitore della Nato e del ruolo guida degli Stati Uniti che percepisce come una minaccia l’assertività nel terreno di scontro dello sharp power di Paesi considerati come rivali: Cina e Russia, in primo luogo, a cui si aggiunge in seconda fila l’Iran. Questi Paesi, secondo l’autore, hanno travestito con la scusa del soft power questi tentativi di condizionamento, promuovendo “al di là dei loro confini, assieme alle merci, alla cultura, alla diplomazia il sistema propagandistico con cui sono abituati a gestire la libertà d’espressione in patria”. Il tutto, aggiunge Messa, attraverso “strumenti apparentemente innocui: scuole, centri culturali, investimenti, istituzioni multilaterali”. Esempio per eccellenza è quello degli Istituti Confucio, recettori di proficui finanziamenti da parte di Pechino per gli atenei ospiti, tenuti in contropartita a evitare prese di posizione politiche scomode per la Repubblica Popolare (ad esempio sul tema del Tibet).

Il primo versante del fendente dello sharp power riguarda il campo delle informazioni, dei dati e delle tecnologie di frontiera. L’altro lato, ad esso complementare, è rappresentato dall’azione nel cyberspazio, dal conflitto di intelligence che si combatte per il controllo di tali informazioni. “La rivoluzione cibernetica”, scrive Bechis nell’introduzione, “ha cambiato radicalmente le regole del gioco, aprendo un nuovo fronte in cui è difficile distinguere i lupi solitari dalle unità militari dei rispettivi Paesi. le spie in giacca, cravatta e valigetta ventiquattrore hanno lasciato il posto al ben più efficace spionaggio cyber. Il potere d’influenza delle Tv è stato soppiantato dalla penetrazione dei troll nella rete e nei social media”.  E sarà proprio il futuro delle relazioni di forza nel terreno cyber a determinare l’esito della battaglia in cui si inserisce lo sharp power.

Disinformazione ed egemonia

Il libro ha sicuramente il pregio di dare una sistematizzazione teorica e analitica considerevole a un dibattito che, troppe volte, è esondato dagli argini, cercando una chiave di lettura per azioni volte a scardinare l’ordine liberale basato sull’alleanza euroatlantica, ritenuto da Messa il miglior collocamento possibile per tutelare l’interesse nazionale dei Paesi membri, Italia compresa.

La prospettiva atlantista di Messa e l’ammissione di onestà intellettuale connessa alla sua rivendicazione, in questo contesto, aiuta a definire in maniera precisa il punto di partenza. Messa richiama l’attenzione dell’Occidente a guida statunitense su quella che ritiene una minaccia precisa: la sfida portata da Cina, Russia e Iran attraverso la sistematica penetrazione strategica nei gangli vitali dei rapporti che legano le due sponde dell’Atlantico. Al tempo stesso, bisogna aggiungere una riflessione sullo sharp power come possibile rivisitazione moderna della tradizionale disinformacija, la tecnica con cui disorientare l’antagonista, metterne in crisi le certezze, indebolirne la determinazione, in voga nell’Unione Sovietica.

Lo sharp power può essere considerato l’adattamento della disinformacija al contesto tecnologico, economico e geopolitico del XXI secolo, così come il soft power è di fatto l’egemonia ai tempi della globalizzazione.

Lo sharp power degli Stati Uniti

E nell’agone dello sharp power, certamente, a combattere non sono solo i regimi non liberali di Cina, Russia e Iran. Paesi come gli Stati Uniti sono altrettanto spregiudicati, e non potrebbe essere altrimenti: la leva del dollaro utilizzata per colpire Huawei o il rilancio ad orologeria delle accuse sulle violazioni di diritti umani nello Xinjiang si situano in un terreno ibrido tra hard power soft power.

Concorde con queste informazioni è lo stesso autore dell’introduzione del libro, Francesco Bechis il quale, rispondendo ad Osservatorio Globalizzazione sul tema dell’utilizzo dello sharp power da parte delle democrazie liberali, ha dichiarato che “lo sharp power non é uno strumento nelle sole mani di Stati autoritari e illiberali. È l’altra faccia del soft power, il lato “tagliente” della diplomazia ai tempi della globalizzazione e della guerra cibernetica. L’arresto a Vancouver il 1 dicembre 2018 di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei che ora rischia l’estradizione e la condanna per frode negli Usa, è stata da molti interpretata come una soluzione “sharp“. Lo stesso presidente Trump non ha fatto mistero di considerare il caso diplomatico come una leva negli aspri negoziati commerciali con la Cina. La differenza fondamentale fra Stati autoritari e democratici, come spiega Messa nel libro, é semplice. Nei primi non esiste la libertà di stampa e la diplomazia border-line del governo in carica (si pensi alle contestatissime e costosissime missioni all’estero iraniane invise a gran parte della popolazione costretta a fare i conti con il carovita) non teme il controllo dell’informazione libera né il giudizio dell’opinione pubblica”.

L’era dell’instabilità permanente

In conclusione quello di Messa, con il contributo importante di Bechis, è un volume denso di contenuti di valore per una comprensione approfondita della realtà odierna. Tra i primi saggi in Italia e nella pubblicistica internazionale a trattare questo nuovo tema, L’era dello sharp power ci ricorda come l’elemento sostanziale del contesto internazionale odierno sia la complessità. Complessità che scompone anche rivalità geopolitiche oramai non più destinate a progredire sui tracciati tradizionali, ma sempre più combattute sotto il livello del mare o, ancora meglio, nelle profondità virtuali del cyberspazio. Portando, una volta di più, l’intelligence a ricoprire un ruolo centrale nello sviluppo delle politiche nazionali, in quanto prima linea di questa battaglia e principale centro d’elaborazione. Lo sharp power, tagliente e affilato, è lo specchio dell’era di instabilità permanente in cui ci troviamo a vivere.

Classe 1994, nato e residente a Orzinuovi (BS), è coordinatore di redazione dell'Osservatorio Globalizzazione. Laureato in Economia e Management all'Università degli Studi di Milano, è studente di Economics and Political Science nello stesso ateneo.

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