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Dal Nicaragua al Burundi, il calcio ai tempi del coronavirus

Dal Nicaragua al Burundi, il calcio ai tempi del coronavirus

Vincenzo Paliotto ci parla del calcio ai tempi del coronavirus: nel contesto della collaborazione con L’Altro Calcio scopriamo assieme quali tornei resistano all’avanzata globale dell’epidemia e della conseguente serrata sportiva. “Frammenti” di un fenomeno globalizzato che viaggiano in ordine sparso in quattro continenti.

Nessun momento della nostra storia contemporanea è plausibilmente paragonabile a quello attuale sotto lo stato di emergenza del coronavirus. Nessun altro fattore, nemmeno di natura bellica, aveva paralizzato il mondo allo stesso modo così some questa grave emergenza sanitaria. Anche il calcio, questa enorme industria dei giorni nostri, ha dovuto sospendere competizioni di ogni genere, nonostante le gigantesche forze politiche da mettere in campo e gli stratosferici interessi economici. Ma di fronte ad una possibilità di contagio effettivamente dai contorni catastrofici è stato opportuno desistere. Il calcio che trascina milioni di persone e di sponsor nel mondo ha dovuto fermarsi in ogni angolo della Terra o quasi. Non era accaduto nemmeno durante il primo e nel corso del secondo conflitto bellico. Il vecchio Continente per forza di cose si fermò, ma il pallone di cuoio continuava a rotolare da altri parti e soprattutto in Sud America, dove peraltro si vissero accese e combattute edizioni del torneo continentale. Soltanto in insospettabili paesi in questo periodo si è continuato scelleratamente a giocare, in maniera inconsapevole o forse sfidando il rischio oltre ogni lecito tentativo.

 In Nicaragua si è giocato e si gioca regolarmente, nonostante le enormi critiche rivolte al Presidente del paese il 74enne Daniel Ortega, che governa il paese dal 2007, dopo aver ricoperto altri incarichi politici, e fervente sandinista. In uno degli ultimi incontri la Juventus Managua ha battuto per 3-0 il Cacique Diriangen, grazie anche all’apporto dell’attaccante paraguayano Fernando Insaurralde. Tuttavia, la classifica è guidata ancora dal Real Esteli. I giocatori addirittura in qualche partita sono scesi in campo vestiti di guanti e mascherine, consegnando immagini di uno scenario surreale. Ma la polemica nel paese inevitabilmente avanza in maniera pesante: “giocare per il regime” o “fermarsi per la salute dei calciatori”?

 Ad ogni modo, si continua a giocare anche nella Vysheysshaya Liga, cioè la massima divisione del calcio della Bielorussia, paese guidato politicamente da Lukashenko, a capo del paese dal 1994 e che caldeggiò fermamente il distacco dall’URSS. In uno degli ultimi match il BGU Energetyk ha battuto per 2-0 l’FC Minsk, con una gol tra l’altro del capocannoniere Yakshibayev.

 Non sono da meno neanche nella Tajik Higher League, la massima divisione del Tajikistan, dove in verità è andata in scena la finale della Supercoppa nazionale, vinta per la sesta volta consecutiva dall’Istiklol, che ha battuto gli eterni secondi del Khujand. L’Istiklol domina ormai la scena nel paese da diverse stagioni. E nei prossimi giorni si riprende con le partite del massimo campionato.

 In Africa, invece, si è giocato soltanto nella Primus Ligue, la massima divisione del Burundi, che in verità ha dato spazio anche ad alcune partite della Coupe du President, cioè la coppa nazionale. Paese poverissimo quello africano, che ha affidato questo breve momento di notorietà internazionale al fatto di giocare al calcio mentre tutti gli altri sono fermi.

 Come dire: il calcio al tempo del coronavirus.

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La sua ambizione maggiore (forse utopica) nell'ambito giornalistico è quello di fare come dicono gli inglesi il football writer e cioè scrittore di storie di calcio. Catalizzando soprattutto l'attenzione nei rapporti e negli intrecci tra il gioco più bello del mondo, o almeno così sogniamo che sia, e la politica ed altri fattori sociali.

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