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Glossario dell’intelligence

Glossario dell’intelligence

Spesso capita di sentire cose molto confuse in materia di intelligence e servizi segreti ed anche da parte di persone qualificate come politici e giornalisti, segno che, in questo paese, non c’è una vera e propria cultura dell’intelligence. Dunque, non è inutile qualche puntualizzazione sui termini ed i loro contenuti.

Partiamo da una questione preliminare: “intelligence” è l’attività, “servizio segreto” è il soggetto che svolge questa attività. L’intelligence è l’attività di raccolta di informazioni riservate, ottenibile con sistemi poco ortodossi, come l’uso di fonti confidenziali appositamente retribuite (anche oltre il limite della corruzione), intercettazioni o perquisizioni abusive, e così via.

La vera definizione di questi apparati è quella di “servizi di informazione e sicurezza”, mentre il “segreti” (spesso usato) si riferisce al loro agire coperti dal segreto di stato. Spesso, si usa il termine “intelligence” non per parlare dell’ attività, ma come sinonimo di “servizi segreti”, ma non per sinonimia, quanto per sineddoche, per la quale l’attività indica il o i soggetti (ad esempio il “mondo del calcio” per indicare l’insieme delle squadre o “l’alta gastronomia” per indicare i cuochi più famosi).

Questo piccolo equivoco ne produce di più importanti. Ad esempio, quando si usa il termine intelligence si è portati a pensare che ci si riferisca solo ad apparati dello Stato, ma, in verità, non è scritto da nessuna parte che l’intelligence sia un monopolio statale.

Certamente, a godere della copertura del segreto di Stato opponibile alla magistratura sono solo quegli apparati statali, ma questo non significa che, in forme più o meno lecite, non ci siano organismi privati dediti alla raccolta informativa, dalle security delle grandi imprese multinazionali alle agenzie investigative, dagli appositi servizi di banche e compagnie assicurative, dagli organi informativi come quelli di cui si è avvalsa in una certa epoca la Confindustria o come la newyorkese Kroll, e così via.

Per la verità, nella maggior parte dei casi, si tratta di organizzazioni dotate di una qualche licenza, che consente loro  – se non di fare reati – di accedere a repertori coperti da privacy ed a valersi di fonti confidenziali retribuite, ma sempre sul margine estremo della legalità. Nei fatti, la vera garanzia di questi soggetti rispetto alla magistratura è data da una situazione di fatto che le vede spesso collaborare con gli apparati di sicurezza e di polizia interessati a coprirli.

Dunque l’attività è condivisa da soggetti sia pubblici che privati, si svolge su più piani e con varie sfumature. Ad esempio, gli stessi apparati statali, oltre che la classica distinzione fra servizi segreti ed organi di polizia, hanno un livello intermedio che in gergo è detto di “para intelligence” e che riguarda quei particolari reparti specializzati come il Reparto Operativo Speciale (Ros) dei Carabinieri, i particolari centri coperti della Guardia di Finanza, il Servizio Centrale antiterrorismo della polizia e così via, presenti anche in altri paesi diversi dall’Italia. Essi basano in gran parte sul lavoro dei confidenti, ma non ci sentiremmo di escludere che, alcuni, possano ricorrere ad intercettazioni abusive o altre pratiche disinvolte.

Peraltro, forme diverse di intelligence possono avere sembianze assai diverse, ad esempio il giornalismo di inchiesta ricorre a mezzi del tutto analoghi a quelli dei servizi “segreti” o delle agenzie investigative, dall’uso di fonti pagate, all’intercettazione di documenti riservati (magari per compiacenza di una fonte che si presta a fotocopiarli abusivamente), al pedinamento con servizio fotografico ovviamente non autorizzato eccetera. D’altra parte, gli scoop si fanno con l’accesso ad informazioni riservate e queste sono conoscibili solo con metodi “non ortodossi”. Altrimenti saremmo tutti giornalisti di inchiesta, investigatori privati o agenti dei servizi di sicurezza.

Tutto questo crea un bacino di operatori della raccolta di informazioni riservate che include quanti a vario titolo sono dediti a questa attività. Lo scambio informativo è l’anima e la ragion d’essere della comunità dell’intelligence che, peraltro, è un villaggio dove tutti o quasi tutti si conoscono. Quanti dirigenti di security di impresa sono ex funzionari di servizi segreti di Stato? E quanti giornalisti fanno il “doppio lavoro” per conto di un servizio informativo? E quanti titolari di agenzie investigative sono ex poliziotti?

Dunque non stupisce affatto che ciascuno usi i contatti personali passati e ne aggiunga di nuovi. La comunità è un sistema organizzativo nel quale interagiscono diverse organizzazioni che compongono la “comunità dell’intelligence” che non conosce confini netti né fra le diverse tipologie di lavoro, né fra servizi di un paese e servizi di un altro. È logico e normale che l’agente del servizio segreto militare della Curlandia (così non si offende nessuno), scambi notizie con un collega del servizio di Atlantide che, a sua volta, scambia notizie con un giornalista del suo paese, che ha fra le sue fonti una agenzia investigativa che a libro paga un operatore della security della multinazionale “Corporation Steel” dove opera un dirigente in pensione dei servizi curlandesi che scambia informazioni con i suoi ex colleghi, eccetera.

Non sempre la notizia ricevuta ha un qualche interesse diretto. Perchè, soprattutto nel mondo della globalizzazione, le notizie anche se hanno un valore d’uso (ad esempio farci un articolo di colore o dare una informazione alle banche del proprio paese), hanno soprattutto un valore di scambio, per cui qualsiasi notizia può venire buona per ottenerne un’altra in cambio. Lo scambio informativo, ripetiamo, è l’anima e la ragion d’essere della comunità dell’intelligence che è il sistema in cui ogni soggetto è inserito. Ed è da questa constatazione che dobbiamo partire per comprendere come funziona questo mondo.

Nato a Bari nel 1952, Direttore dell'Osservatorio Globalizzazione, è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Milano. E’ stato consulente delle Procure di Bari, Milano (strage di piazza Fontana), Pavia, Brescia (strage di piazza della Loggia), Roma e Palermo. Dal 1994 al 2001 ha collaborato con la Commissione Stragi ed è salito alla ribalta delle cronache giornalistiche quando, nel novembre 1996, ha scoperto una gran quantità di documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, nascosti nell’ormai rinomato “archivio della via Appia”.

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