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La guerra nell’era del post-eroismo

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La guerra nell’era del post-eroismo

Nel saggio Toward Post-Heroic Warfare, apparso su “Foreign Affairs” nel 1995, Edward Luttwak aveva descritto un cambiamento nelle modalità con cui le società occidentali post-industriali si rapportano ai conflitti armati: il sostanziale rifiuto ad accettare perdite. Il supporto dell’opinione pubblica a una politica di intervento militare viene così legato al numero di vittime tra le forze armate coinvolte nel conflitto. Il sacrificio non viene più visto quale atto di eroismo compiuto per il bene della comunità ma quale spreco di vite umane.

L’insostenibilità pubblica delle perdite nei conflitti armati è cresciuta notevolmente negli ultimi decenni. Gli Stati Uniti, che dal 1945 ad oggi sono stati i maggiori partecipanti in conflitti armati attorno al mondo, sono passati da una soglia reputata inaccettabile di combattenti caduti in conflitti armati di 47 000 uomini, in Vietnam nei primi anni Settanta, a una di poco più di 5 000, cumulativa di Iraq e Afghanistan, trenta anni dopo. Poco meno di 2 000 vittime in Afghanistan sono state percepite dal popolo statunitense quali eccessive per combattere un nemico che l’11 settembre 2001 era concorde nel definire la principale minaccia alla sicurezza mondiale.

La presente riflessione non vuole soffermarsi sul dramma umano e morale della perdita di vite umane né vuole avventurarsi in una discussione sulla validità del loro sacrificio. Lo scopo è sollecitare una considerazione sul perché le società occidentali, seguendo un trend iniziato nel secondo Dopoguerra, non sembrano essere più disposte ad accettare una quota ragionevole di perdite durante le operazioni armate.

Inaccettabilità delle perdite

Durante la Prima Guerra Mondiale, conflitto percepito dall’opinione pubblica statunitense quale prettamente europeo, gli Stati Uniti hanno perso 53 402 uomini in combattimento a fronte di un corpo di spedizione di più di quattro milioni di soldati. In Corea nei primi anni Cinquanta, pochi anni dopo aver versato un alto tributo in termini di vite umane nella Seconda Guerra Mondiale, persero la vita in combattimento 33 739 unità, su un dispiegamento di quasi due milioni di uomini. In Vietnam, su un contingente di circa tre milioni e mezzo di uomini, 47 434 morirono in combattimento. Mentre la prima non impattò poi così tanto sulla società dell’epoca, la seconda suscitò l’indignazione pubblica e un ampio movimento civile contro l’intervento armato. La diversa percezione dell’opinione pubblica riguardo il numero delle perdite a neanche due decenni di distanza ci racconta che tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta la società statunitense, ma anche europea, ha iniziato a manifestare il proprio dissenso verso la coscrizione e la guerra, e conseguentemente al sacrificio per la nazione. Le guerre in Corea e Vietnam sono stati due conflitti in cui gli USA si sono impegnati essenzialmente per gli stessi motivi e presentano caratteristiche simili. Quello che cambiò nel frattempo furono i processi di identità societari. In Corea combatté l’Esercito reduce dalla guerra di cinque anni prima, composto quindi di veterani e rimpiazzi che comunque vivevano sull’onda emotiva della vittoria. Al contrario, l’Esercito che fu inviato in Vietnam era costituito da giovani, di cui uno su quattro era coscritto, che avevano vissuto il miracolo economico post-bellico, senza sperimentare le condizioni psicologiche e socioeconomiche della guerra o il periodo della Depressione dei padri. Non avvertendo minacce alla propria esistenza desideravano concentrarsi sulle mancanze della loro società. Quella generazione statunitense non voleva combattere e le famiglie americane non volevano mandare i propri figli in guerra.

Durante la Prima Guerra del Golfo, però, tale fenomeno non si registra proprio perché rappresentò un successo straordinario non solo per l’imponente potenza di fuoco aerea che la Coalizione fu capace di dispiegare ma anche perché consentì di ottenere il favore ex post dell’opinione pubblica in patria. Su un dispiegamento di 700 000 uomini soltanto 148 di essi persero la vita nel conflitto armato. La potenza aerea della Coalizione e lo sviluppo tecnologico, sommate alla modesta forza dell’avversario, permisero tale successo. Tuttavia, quando gli USA riprovarono in seguito a dispiegare, seppur in numero esiguo, proprie troppe in teatri di conflitto, l’opinione pubblica si schierò violentemente contro. In Somalia nel 1993 bastò il catastrofico risultato di una sola operazione a Mogadiscio, con 29 vittime, per far perdere l’appoggio pubblico alla seppur necessaria, in termini di peace keeping, missione ONU. Tra l’altro, l’opposizione dell’opinione pubblica a ulteriori missioni militari è ciò che ha impedito l’intervento degli USA durante il genocidio in Rwanda l’anno dopo.

Negli anni seguenti l’intollerabilità della società per le perdite militari crebbe ancora. In Afghanistan, in più di dieci anni di conflitto, gli USA registrano ad oggi 1 913 morti in combattimento, con un dispiegamento di 775 000 uomini, e 20 719 feriti. Insieme alle operazioni militari in Iraq, non a caso definita un secondo Vietnam, esse hanno avuto un forte impatto sulla società americana dei primi anni Duemila. I livelli di emotività collettiva e di avversione alla guerra raggiunsero livelli molto alti. Ted Koppel, anchorman del programma dell’ABC “Nightline” arrivò addirittura a dedicare tutta la puntata del 30 aprile 2004 a nominare uno per uno i 721 caduti statunitensi in Iraq fino a quel giorno. In tale conflitto armato gli USA hanno registrato 3 528 morti e 32 292 feriti, dal 2003 al 2011. Numeri minimi se paragonati al Vietnam o alla Corea e in un arco di tempo maggiore.

È interessante notare che le statistiche riguardo il personale militare, non solo USA ma di moltissimi Stati, rimasto ucciso lontano dai teatri di conflitto, e quindi in incidenti, a seguito di malattie o in addestramento, sono estremamente maggiori rispetto a quelle del personale rimasto ucciso in combattimento. Nondimeno, non è il servizio militare che viene osteggiato, ma è il combattimento che viene rigettato.

L’approccio alla guerra in Europa

Seppur con essenziali differenze, specialmente temporali e d’intensità, i cambiamenti del post-eroismo si sono palesati su entrambe le sponde dell’Atlantico. Difficilmente uno Stato europeo si è lasciato coinvolgere in conflitti armati prolungati nel Dopoguerra e se lo ha fatto è stato in un ultimo tentativo di preservare un decadente impero coloniale, come la Francia, o in piccoli sussulti che facevano ricordare il proprio passato di grande potenza, come la Gran Bretagna. Questo essenzialmente perché la popolazione europea ha sperimentato, in un modo che pochissimi statunitensi sanno, gli orrori della guerra. Piegati dall’inutilità della Prima Guerra Mondiale e stremati dal sacrificio imposto dalla Seconda le generazioni europee hanno deciso di rinunciare ad essa.

Le determinanti del post eroismo

Dai secondi anni Sessanta si sviluppano quindi quelle determinanti che conducono poi al rifiuto diffuso dell’eroismo e dell’impegno armato, che sfoceranno nel post-eroismo. Alcuni fattori, interconnessi, hanno contribuito a conferire un maggiore valore alla vita umana, a slacciare l’esperienza militare dagli ideali eroici e di servilismo alla patria e conseguentemente a plasmare l’era post-eroica:

  • lo sviluppo e la diffusione dei mass media hanno contribuito a diffondere il volto più crudo dei conflitti armati, mostrando alla popolazione non combattente come si moriva sui campi di battaglia.
  • la crescita del benessere, definito come grandezza multidimensionale comprendente decine di variabili tra cui l’istruzione e la sicurezza economica ed abitativa, ha spinto sempre più al disinteresse verso il servizio militare e alla repulsione della lotta armata. Tanto è vero che sempre di più chi oggi decide di arruolarsi lo fa per ottenere una sicurezza economica che altrimenti non otterrebbe e per uscire da situazioni di disagio, sia economico che di altra forma. L’aumento dell’istruzione, soprattutto secondaria, che ha iniziato a crescere significativamente proprio dagli anni Quaranta e Cinquanta, e la conseguente capacità da parte dell’opinione pubblica di dotarsi di un’opinione critica sulla condotta politica, è stato di primaria importanza.
  • la transizione demografica, giunta alla terza fase nelle società occidentali con bassi livelli di natalità associati a bassi livelli di mortalità, fa sì che la famiglia investa complessivamente di più sui figli e non sia più disposta a offrirli alla nazione.
  • la crisi dei sentimenti di appartenenza alla nazione in tutta Europa nel secondo Dopoguerra, frutto della costruzione di organismi sovranazionali o al contrario della riscoperta dei localismi.
  • il coinvolgimento degli Stati occidentali in conflitti armati geograficamente lontani, giustificato con motivazioni reputate dall’opinione pubblica non imminenti o meritevoli di un intervento armato. 

Perché la miglior gioventù occidentale dovrebbe arruolarsi e rischiare di essere uccisa per motivazioni in cui non crede e per necessità che non percepisce tali, invece di concentrarsi sulle proprie realizzazioni personali?

La società post-industriale ha rifiutato il prezzo dell’eroismo. Con il calo della necessità della leva militare il mondo militare occidentale fu permeato da valori del mondo civile che contribuirono a sua volta a rafforzare la percezione della non più utilità del servizio militare. Dall’altro lato non ve ne era bisogno. Con l’affermazione dell’era nucleare e della pax americana in seguito, non era più necessario per lo Stato arruolare ed addestrare obbligatoriamente le proprie masse. Un esercito di professionisti su base volontaria era sufficiente a difendere la nazione in tempi di pace e per partecipare alle missioni militari internazionali dettate da interessi diversi dalla sopravvivenza civile. La mancanza di necessità ha aumentato, dall’altra parte, il desiderio di celebrazione del sacrificio in quella minoranza che ancora lo valuta degno e necessario.

Conflitti trasformati

È necessario notare che anche i conflitti armati sono cambiati. L’arte bellica di stampo napoleonico che comportava la mobilitazione delle masse attraverso ideali e una retorica di contrapposizione ad un “nemico”, è stata sostituita dalle cosiddette missioni internazionali, spesso coalizioni di Stati in cui i contribuenti delegano il comando a una parte maggiormente interessata o militarmente ed economicamente influente, che vengono dispiegate in regioni lontane allo scopo di conseguire obiettivi limitati e a breve termine. La guerra ha perso legittimità in quanto non viene più percepita prettamente imminente, motivata da ideali o necessaria alla sopravvivenza della comunità ma quanto più un mestiere, che coinvolge solo un ristretto gruppo di volontari, da compiersi in luoghi lontani e dettata da istituzioni superiori alla comunità nazionale, quali organizzazioni sovranazionali, o da interessi di determinate superpotenze.

Il post-eroismo ha reso necessario il cambiamento da uno stile bellico napoleonico a uno dettato dalle esigenze delle società contemporanee, caratterizzato da un esercito volontario altamente qualificato, dalla consapevolezza di dover mantenere le perdite a un livello molto basso e dalla diversione verso altre tipologie di conflitto, come quello economico o per procura. Si crea così un circolo vizioso in cui il post-eroismo induce a optare per una strategia militare diversa da quelle precedenti e, viceversa, tale strategia rafforza le determinanti che hanno condotto alla formazione del post-eroismo.

Resta da chiedersi se questa trasformazione societaria endogena prepara davvero la nostra società a superare le possibili sfide del futuro? Senza l’esperienza del sacrificio non si finisce per compiere lo stesso errore che commisero i francesi e gli inglesi che dopo il 1918, pensando di essersi sacrificati abbastanza, trascurarono la loro sicurezza e al momento della Blitzkrieg tedesca nel 1940 si accorsero, citando Marc Bloch, di “non aver pensato questa guerra”? Al tempo si disse che essi preferirono lo spirito del piacere allo spirito del sacrificio. Non si corre il rischio di sottovalutare, al momento opportuno, la necessità di intervenire per una giusta causa? Pochi Stati hanno avuto il coraggio di schierare truppe sul terreno perfino contro l’ISIS, percepita quale minaccia imminente alla sicurezza delle società occidentali.

I conflitti armati futuri in cui saranno impegnati Stati occidentali saranno reputati una perdita inutile di vite umane? Nonostante si possa fare tutto ciò che è in nostro potere per evitare lo scoppio di nuove ostilità, i conflitti armati difficilmente cesseranno di esistere. Anzi, come mostrato dagli ultimi decenni è assai probabile che un intervento armato venga predisposto per terminare un conflitto armato tra due parti. La lotta è parte integrante dell’esperienza umana. Ad oggi, la soglia accettabile di caduti in guerra per la nostra società è molto bassa e tale sembra rimarrà nel prossimo futuro. Ciò può rappresentare sia un bene che un male.

Fonti

I dati presentati sono stati tratti dai report del Congressional Research Service (American War and Military Operations Casualties: Lists and Statistics e War Costs, Casualties, and Personnel Levels Since 9/11), da America’s Wars del Department of Veterans Affairs e dai siti del Dipartimento della Difesa statunitense, britannico e italiano.

Toscano per metà. Laureando in Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale presso l'Università degli Studi di Firenze con una tesi sulla tutela dei Diritti Umani nell'ambito delle operazioni con droni armati. È stato Visiting Student presso l'Universitat Autonoma di Barcelona. Ha partecipato a workshops universitari a Istanbul e a L'Aia.

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