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Hong Kong e Tienanmen: 30 anni (e non solo) di distanza

Hong Kong e Tienanmen: 30 anni (e non solo) di distanza

Oggi abbiamo il piacere di ospitare Andrea Virga, che ci propone un pezzo illuminante sul rapporto tra Hong Kong e la Cina, in particolare sull’accostamento fatto tra le proteste di Piazza Tienanmen e le attuali proteste ad Hong Kong. Buona lettura!

Le proteste di piazza a Hong Kong, che vanno avanti oramai da oltre sei mesi, sono state spesso paragonate, specie dalla stampa straniera, a quelle di Piazza Tienanmen del 1989, di cui quest’anno è ricorso il trentennale. Quest’accostamento ha avuto lo scopo di nobilitare, mediaticamente parlando, le attuali manifestazioni evocando i tragici fatti avvenuti trent’anni fa, e le cui immagini hanno compiuto il giro del mondo. Inoltre, ha contribuito a rendere difficile per le autorità della Repubblica Popolare Cinese la gestione della situazione attuale. Il parallelo ha funzionato anche nel senso opposto, proiettando sull’analisi storica dei fatti dell’’89 le caratteristiche del fenomeno odierno.  In realtà, le somiglianze sono in ampia parte superficiali, e non reggono ad un’analisi anche solo cursoria.

Gli eventi di Piazza Tienanmen nascono in un contesto completamente diverso, in cui la Cina era ancora un Paese povero e arretrato che aveva da dieci anni iniziato un percorso di riforme economiche e politiche e di aperture al mercato, sotto la guida Deng Xiaoping. Il blocco sovietico scricchiolava sempre di più, spingendo l’ala più conservatrice del Partito Comunista ad osteggiare le riforme proposte dal primo ministro Zhao Ziyang e dal segretario generale Hu Yaobang, riformisti e alleati di Deng. Dall’altra parte, la popolazione risentiva degli effetti negativi delle riforme, come l’aumento dei prezzi e la perdita di posti di lavoro nel pubblico, e cominciava a chiedere maggior voce in capitolo. In primis, gli studenti, specialmente delle facoltà sociali e umanistiche, soffrivano la carenza di opportunità lavorative e di spazi di discussione. Hu Yaobang, fu deposto dalla sua carica dopo le proteste del dicembre 1986. Fu la sua morte, il 15 aprile 1989, a far divampare le manifestazioni studentesche.

A Hong Kong, il detonatore è stato invece un disegno di legge che prevede l’estradizione, in casi speciali, verso Paesi con i quali non vi è un trattato. Concepito per il caso di Taiwan, che Hong Kong non riconosce ufficialmente, può essere applicato anche verso Macao e la Cina continentale. Questa legge è stata subito vista come uno strumento per reprimere il dissenso nella Regione Amministrativa Speciale, e ha dato luogo a una serie di marce e manifestazioni per impedire il varo della legge, e inoltre chiedere maggiore democrazia (a partire dal suffragio universale) e autonomia rispetto al governo centrale cinese. A mobilitarsi è stata un’ampia parte del ceto medio di Hong Kong, ossia quella parte autoctona di popolazione (soprattutto giovanile) che, da un lato, non si riconosce nell’identità cinese, per ragioni etnoculturali e sociopolitiche, dall’altro risente dei crescenti problemi sociali ed economici propri ad una realtà contraddittoria come è appunto Hong Kong.

Anche a livello di modalità e sviluppo delle proteste, le differenze sono notevoli. Le proteste di Tienanmen, nel cuore stesso del potere cinese, furono essenzialmente pacifiche, finché non fu dato l’ordine di sgombrare la piazza e le strade con la forza. La notte del 3-4 giugno, gli studenti, aiutati da parte della popolazione, cercarono di bloccare l’ingresso in città delle colonne militari con la forza, ricorrendo a barricate e molotov. Il costo in vite umane fu nell’ordine delle centinaia di civili (solo in minima parte studenti, quasi nessuno nella Piazza), e una ventina tra militari e poliziotti. Invece, a Hong Kong, nonostante non vi sia stato nessun morto negli scontri (ma si contano migliaia di feriti), fin dall’inizio ai gruppi di manifestanti pacifici, si sono affiancati (col sostegno morale dei primi) quelli violenti, dediti ad atti di vandalismo e violente aggressioni contro non solo le forze dell’ordine, i simboli e i rappresentanti del governo nazionale, ma anche verso i continentali – che peraltro costituiscono ormai un terzo della popolazione di Hong Kong, dove occupano le posizioni sociali più umili – accusati di simpatizzare per la Repubblica Popolare.

Inoltre, se le proteste di Tiananmen potevano presentare delle ambiguità, esse avevano come punti di riferimento esponenti del governo favorevoli a maggiori aperture, come Hu Yaobang e Zhao Ziyang, e avevano avviato un dialogo con le autorità. Facevano dunque parte della dialettica politica interna alla Repubblica Popolare, come quelle del 5 aprile 1976, contro la Banda dei Quattro. Al contrario, nel caso di Hong Kong, vediamo come queste forze siano apertamente secessioniste, anti-cinesi, occidentaliste e filo-imperialiste, al punto da sventolare bandiere di Stati Uniti e Regno Unito o simboli quali la Statua della Libertà e Pepe the Frog. Anche il sostegno fattivo da parte di forze straniere, a partire dagli Stati Uniti, è in questo caso evidente, data anche la sostanziale apertura di Hong Kong a movimenti di persone e capitali.

Anche da parte governativa, però, molte cose sono cambiate. All’epoca, la Cina era più debole, e stava assistendo in tempo reale alla disgregazione del blocco sovietico – il summit sino-sovietico tra Deng e Gorbaciov si tenne proprio durante le proteste (maggio ’89). La stessa mancanza di unità nelle alte sfere del PCC, aveva portato ad una reazione dura, al fine di evitare che anche aperture ragionevoli potessero degenerare incontrollabilmente. Dopo gli eventi, Zhao ed altri (tra cui il generale Xu Qinxian, che rifiutò di intervenire militarmente) furono purgati, ma non furono pochi a criticare la gestione degli eventi, da Xi Zhongxun, padre di Xi Jinping e allora Vice-Presidente dell’Assemblea Nazionale, a Wen Jiabao, primo ministro sotto Hu Jintao (2003-2013) e allora direttore dell’Ufficio Centrale del PCC.

Oggi, invece, la Cina è immensamente più forte (solo il PIL è, a parità di potere d’acquisto, 25 volte quello del 1989!) e sviluppata, non solo a livello materiale, ma anche in termini di soft power. Le manifestazioni non mettono a repentaglio lo Stato cinese, ma Hong Kong, con il suo particolare status giuridico e il suo contributo sproporzionato all’economia cinese, è un punto estremamente delicato, specie in vista dei rapporti con Taiwan. L’assenza di morti (a differenza delle manifestazioni in democrazie liberali quali Francia e Cile) riflette dunque non solo una maggiore competenza nella gestione dell’ordine pubblico, ma anche una precisa volontà di evitare reazioni eccessive. Dal canto, loro, per eterogenesi dei fini, il caos e la violenza dei manifestanti stanno contribuendo fin troppo bene a screditare la democrazia occidentale agli occhi del cinese medio.

Nato a Casale Monferrato (1987), ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa (2006-2011), laureandosi all’Università di Pisa in Filosofia (2009) e in Storia e Civiltà (2013). Dal 2013 è dottorando in Political History presso IMT School for Advanced Studies Lucca. Nel corso degli anni, ha condotto studi e ricerche all’estero in Germania (TU Dresden, FU Berlin, Ibero-Amerikanische Institut), Francia (ENS-LHS Lyon), Spagna (Instituto de Historia CCHS-CSIC), Brasile e Cuba (Universidad de la Habana). Ha scritto numerosi articoli e saggi per pubblicazioni cartacee e virtuali, occupandosi prevalentemente di storia e cultura dei nazionalismi nel XX secolo.

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