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Il coronavirus e gli Usa: colpo al cuore dell’impero?

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Il coronavirus e gli Usa: colpo al cuore dell’impero?

Sono oltre 200mila i casi di nuovo coronavirus a New York. Lo ha dichiarato il governatore Andrew Cuomo, e si contano oltre oltre 10mila deceduti. Nel Stati Uniti in totale i casi sono 217.263 con oltre 25mila decessi.

Trump ha affermato che il Paese deve aspettarsi “settimane molto, molto dolorose”. I decessi statunitensi attualmente superano quelli in Cina. Trump ha detto di valutare seriamente il bando sui viaggi in Usa dal Brasile dove il suo amico e alleato, Jair Bolsonaro, continua a sminuire i rischi della pandemia, definendo il virus “una lieve influenza”.

La situazione peggiore è a New York, dove Andrew Cuomo – il cui fratello minore, Chris Cuomo, giornalista della Cnn, è risultato positivo al test – ha paragonato la difficoltà di trovare apparecchiature mediche a “essere su eBay insieme ad altri 50 stati, a fare offerte per un ventilatore”. Un numero sorprendentemente alto di persone potrebbe già essere stato infettato e non mostrare sintomi, ha detto il direttore dei Centers for Disease Control and Prevention. Questa consapevolezza ha portato Cdc a considerare di ampliare le linee guida e all’opportunità di far indossare mascherine anche alle persone sane.

Un’altro tsunami legato al coronavirus è quello abbattutosi sul mercato del lavoro americano. Quasi 3,3 milioni di lavoratori hanno fatto richiesta di sussidi di disoccupazione nella settimana terminata il 21 marzo, oltre 6 milioni in quella successiva. Un esercito senza precedenti nella storia moderna degli Stati Uniti, cinque volte tanto il precedente massimo storico di 695.000 che risale all’ottobre del 1982. Le regioni al cuore della pandemia negli Stati Uniti appaiono le più colpite anche sotto il profilo economico e del lavoro. La Pennsylvania guidava già al 21 marzo la classifica con stime statali di 378.908 richieste, rispetto a 15.439 la settimana precedente, seguita dall’Ohio con 187.784 (contro sole 7.046 in precedenza), dalla California con 186.809, dal Texas con 155.657 e dal New Jersey con 155.454. New York ha riportato 80.434 richieste contro 14.272 nell’immediato passato.

Moody’s Analytics ha ipotizzato la scomparsa complessiva di cinque o sei milioni di posti di lavoro solo nel mese di marzo, che a sua volta rappresenterebbe un record. Nel mese peggior mese della grande recessione anni or sono, il marzo 2009, furono persi circa 800.000 posti di lavoro. In tutta la grande recessione scattata nel 2008 andarono perduti 8,7 milioni di impieghi. Il tasso di disoccupazione, di fronte a simili numeri, potrebbe salire presto oltre il 10% dai minimi record del 3,5 per cento. Mickey Levy di Berenberg anticipa che nel corso del secondo trimestre il tasso di senza lavoro negli Usa raggiungerà il 12% e altri economisti hanno indicato che, in assenza di interventi che si rivelino efficaci, nei prossimi mesi potrebbe salire anche oltre il 20 per cento.

Il problema sistemico americano – che potrebbe avere gravi conseguenze per il futuro, e non solo in campo economico ma anche geopolitico – è legato al fatto che il numero di morti ha ormai superato quelli della stessa Repubblica Popolare Cinese, da dove è partita la pandemia, e la stessa Italia, il secondo focolaio al mondo, è il limite di un sistema sanitario su base statale e non nazionale, dove in questi casi la mancata standardizzazione è diventato un serissimo problema (un pò come l’Italia, come qualcuno ha notato, con la regionalizzazione del sistema sanitario).

Un sistema sanitario alle strette

Al di là della propaganda di Trump, secondo cui «l’America è il Paese più grande del mondo. Abbiamo i migliori scienziati, medici, infermieri e operatori sanitari. Abbiamo il più grande sistema sanitario, esperti, scienziati e medici in tutto il mondo», così migliore la sanità USA non è. E a dirlo sono gran parte gli analisti che si occupano di studiare il sistema sanitario del Paese, oltre la cronaca di questi giorni. Il sistema è fragile, con 2,8 letti d’ospedale ogni 1.000 persone, circa 46.500 posti letto per terapia intensiva, 160.000 ventilatori. Secondo le proiezioni, nel caso di focolaio moderato (e i dati dimostrano che la questione è peggiore che da noi, e in Italia la situazione è grave), serviranno 200.000 letti in terapia intensiva, e non ci sono. Mancano i tamponi per effettuare i test – secondo dati forniti dai media americani, al 31 marzo ci sarebbe stato materiale per testare 850mila persone, su di una popolazione che ammonta a 329 milioni.

Secondo il Commonwealth Fund, che classifica regolarmente i sistemi sanitari di una manciata di Paesi sviluppati, nel 2017 il più basso rendimento veniva attribuito agli Stati Uniti. La situazione non è cambiata molto, anzi! Infatti, il Commonwealth Fund, a fronte dell’emergenza COVID-19, nei giorni scorsi esordiva con ‘Coronavirus Reveals Flaws in the U.S. Health System’. Perchè? I perché sono molti, e alla base c’è il fatto che «negli Stati Uniti, 30 milioni di persone non hanno un’assicurazione sanitaria. Altri 44 milioni hanno una copertura così ridotta che sono sempre preoccupati per i costi di assistenza». In riferimento all’emergenza COVID-19, poi, preoccupa che: «non abbiamo cure primarie adeguate negli Stati Uniti. Abbiamo un enorme deficit rispetto ad altri Paesi avanzati di fornitori di prima linea», «parte della debolezza o della vulnerabilità del sistema sanitario è che non ci sono abbastanza centri di assistenza primaria», e, ovviamente, «l’assistenza sanitaria negli Stati Uniti è troppo cara».

Le conseguenze sulla posizione geopolitica Usa

Questa pandemia cambierà non poche cose, e l’ambito “strutturale” tenderà a condizionare alla lunga quello “sovrastrutturale”, compreso quello geopolitico.

Perché dico questo? Donald J. Trump, repubblicano, ha chiesto maggiori investimenti da parte dello Stato, e nell’ottica repubblicana la cosa è innovativa (almeno per come sono i repubblicani dagli anni Ottanta), ergo, il presidente sta cercando di cambiare certi paradigmi tipici degli Stati Uniti dall’era reaganiana. Come fa un paese a mantenere il primato geopolitico ai danni di Cina e Russia con milioni di americani che stanno perdendo il lavoro – regolato da leggi ultraflessibili – e fanno domanda di sussidio di disoccupazione, che pesa sulle casse dello Stato? Come fa un paese a mantenere il primato geopolitico ai danni delle nazioni emergenti – che si fonda anche sulla spesa militare, intelligence ecc. – quando non riesci a frenare una pandemia perché nel tuo stesso sistema, che si regge sull’individualismo sfrenato e la devoluzione dei poteri locali, fatichi a imporre una regola unica nazionale per fermare tutto, e devi chiedere pieni poteri come in tempo di guerra? Come fa a frenare un’epidemia mai vista prima, accentuata dalla globalizzazione, con un sistema sanitario nazionale ridotto all’osso, dove prevale quello privato e dove i posti in terapia intensiva sono dosati col contagocce, dove un tampone costa 3.000$ e dove due settimane di degenza ospedaliera, senza copertura assicurativa, costa al privato cittadino ben 35.000$? Come fai a mantenere una supremazia geopolitica quando una fetta consistente dei tuoi cittadini non ha coperture sanitarie e sociali, e può propagare ulteriormente il virus, divenendo ulteriori vettori d’infezione? Come farai a contenere una pandemia facendo finta che l’American Way of Life, così com’è stata concepita da dopo la crisi economica del 1974, va bene così com’è, quando in alcune città americane come Los Angeles o Las Vegas, capitale del gioco, del “vizio” e del divertimento, alcune centinaia di senzatetto, gli “homeless” (che in America abbondano: un censimento recente ne ha identificati 553.742 per la precisione), sono stati sistemati nel parcheggio di un complesso per conferenze e partite di baseball dopo che la struttura che li ospitava è stata chiusa causa coronavirus, una sorta di dormitorio a cielo aperto, senza ovviamente tettoie e ripari ma entro delle strisce dipinte sull’asfalto, divisi in modo da rispettare la distanza di sicurezza ma con un effetto simile a quello dei posti auto?

Un sistema insostenibile

Ve lo ricordate il film con Sylvester Stallone “Rambo“, del 1982, col reduce del Vietnam che torna a casa e non riesce a reinserirsi? Bene, l’impero americano spesso ripaga con la miseria chi ha sacrificato la vita e il sangue per lei, e si stima che periodicamente circa 500.000 veterani sperimentarono la condizione di “senzatetto” durante qualche periodo dell’anno, al punto che c’è un ente, il Veterans Affairs,che fornisce alloggio soltanto a veterani di guerra USA cronicamente malati.

Come fa un sistema del genere, che è non sostenibile, a reggere, quando il dipartimento per lo Sviluppo urbano guidato da Ben Carson, ex candidato repubblicano alla presidenza ed oggi nella squadra dell’amministrazione Trump, ha evidenziato che nel resto degli Stati Uniti il numero degli homeless è sì calato dal 2010 del 13%, ma la situazione è particolarmente drammatica a Los Angeles e in altre città della costa occidentale, comprese Seattle nello stato di Washington nonché le californiane San Diego e Sacramento, dicendo: “Dove non stiamo registrando progressi è in città come Los Angeles e New York”, e precisando come questo fenomeno si verifichi “in città dove gli affitti aumentano più velocemente degli stipendi”? Non è che questo COVID-19, forse, potrebbe essere un campanello d’allarme per gli stessi neoliberisti di destra e di sinistra? Ricordo a tutti che nel dopoguerra il GOP, Grand Old Party, cioè i repubblicani, non erano ultraliberisti come oggi, e senza mettere in discussione ideali come l’anticomunismo, il conservatorismo valoriale e la libera iniziativa economica individuale, uomini conservatori come Dwight D. Eisenhower e Richard Nixon non hanno mai messo in discussione il welfare state introdotto col New Deal dal democratico Franklin Delano Roosevelt a fronte del “giovedì nero” del 1929. E questo, più della crisi del 2007, non è forse un nuovo 1929?

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