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Il grande gioco di Bollorè

Il grande gioco di Bollorè

Pensavo di essere entrato in un ristorante a quattro stelle e invece mi sono ritrovato in un fast food – mi ha detto”: riportando queste parole, il Cavaliere (e di Cav. ce ne è uno solo) Silvio Berlusconi, stigmatizzò l’infelice incontro avuto nel 2017 con l’amministratore delegato del gruppo di Vincent Bolloré, il magnate francese azionista numero uno di Vivendi e scomodissimo numero due di Mediaset.

In seguito alla vicenda già scoppiata sul conflitto di interessi da lui innescata, il tycoon d’oltralpe figurava in Italia non solo come il secondo azionista di Mediaset, ma anche come il principale azionista di Telecom Italia.

“Vivendi non è più in una situazione di controllo o di influenza dominante in Telecom”: questa la comunicazione che pervenne un anno fa dal cda Telecom, dove Cassa Depositi e Prestiti, a suo tempo insieme al Fondo Elliot, conquistata la maggioranza nel cda, collettarono il 47,18% dei voti nell’elezione ad esso dedicata.

Bolloré restò così in Telecom Italia con il 23,9%, ma privato del golden power, quindi di ogni potere decisionale su TIM, che si tiene intanto i suoi problemi, capitale dimezzato compreso.

La baruffa giudiziaria con Fininvest nacque dal mancato acquisto da parte dell’azienda francese di Mediaset Premium. Cercando di finalizzare un accordo per far uscire Bolloré dal conflitto, offrirono a Bolloré l’acquisto di Premium, che però in ultima battuta il francese rifiutò entrando infine in causa con Fininvest, poiché il finanziere bretone, senza dire nulla a nessuno dopo il rifiuto, acquistò con un blitz a mano bassa le azioni delle televisioni attraverso il suo colosso Vivendi. Una pratica abbastanza usuale, per Bolloré.

Il matrimonio non s’aveva da fare.

Così Vivendi disse ciao a Mediobanca, restando il primo azionista di Telecom e il secondo di Mediaset.

Poco meno di un mese fa, Mediaset si è fusa con la controllata spagnola cancellando ogni altra possibilità di penetrazione dei francesi, mais “parbleu on pique la crise là:  ”assemblea illegale!” – hanno urlato i francesi.

Pier Silvio risponde: ”il progetto per noi è l’unico possibile. Vivendi ha torto e stupisce che continui a diffondere accuse prive di fondamento con l’unico scopo di deprimere l’andamento del titolo Mediaset in borsa’‘.

Forza Italia, forza.

Nasce il nuovo statuto di Media for Europe e il Silvio “paneuropeo” non lascia spazi aperti ai bleus.

Il sì alla fusione delle attività italiane e spagnole di Mediaset a confluire nella holding olandese MFE è arrivato dal 78% delle azioni ammesse al voto.

Il mercato ha scelto. Viva l’Europa!

La cattiva reputazione di Bolloré si è fatta sentire e anche la sua rabbia, dal momento che hanno gridato alla truffa, ma fermamente il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, riferisce che l’assemblea è perfettamente legale e allineata con le disposizioni del Tribunale, il quale ha disposto la partecipazione e il voto anche di Vivendi.

Vivendi ha diritto al recesso, ma Pier Silvio resta fiducioso e dice che l’azienda di Bolloré non compirà questo passo.

E se a questo punto decidessero di farlo? Fuori c’è ormai la fila, e poi, chi vorrebbe recedere da una compagnia che vede i suoi titoli salire?

Considerando anche, dando un’occhiata ai numerì-bolloré, dal ROA (return on assets) al suo FCF (free cash flow) o al ROIC a cinque anni  (rientro degli investimenti a cinque anni), che i numeri sono tutt’altro che positivi, ricordiamo poi che Tim è in recesso, e benché Bolloré ne resti il primo azionista l’azienda resta a trazione Elliot.

Bolloré, il grande capitalista francese senza capitali, che fa i conti senza l’oste

Vincent Bolloré vanta quaranta anni di impero in molti settori, in tutto il globo: trasporti, logistica, porti, media, oleodotti, auto elettriche, case discografiche e parecchio altro.

In Italia i francesi muovono 3,5 miliardi di euro e la contesa con Bolloré nasce dal particolare desiderio del tycoon di controllare indistintamente finanza e telecomunicazioni nel nostro bel paese (in ballo ci sono anche le Generali).

Così il fondo Elliot, fondo americano di proprietà di Paul Singer, entrò in gioco a difendere l’italianità delle nostre imprese. Paul Singer rilevò i soldi e li prestò ai cinesi, per l’esattezza a Yonghong Li, un grosso businessman cinese diventato famoso qui da noi per essere stato il proprietario del Milan.

Paul Singer è un finanziere, antitrumpiano ma finanziatore di Trump e molto, molto lungimirante ed ha sicuramente aiutato Berlusconi a chiudere i conti.

La Bolloré Group, con 23 miliardi di capitale e 81000 impiegati, è diventata un colosso mondiale da quando Vincent rilevò l’azienda di famiglia in crisi, una cartiera (sigarette e bible paper, una carta molto sottile, quella dei dizionari ad esempio).

La rilanciò insieme al fratello, prima con l’acquisto di pezzi dell’azienda di costruzioni Bouygues, poi acquistando Ubisoft (videogiochi) e infine lanciando Havas, quella che è diventata una gigantesca azienda di advertising e pubbliche relazioni. 

Con la scalata alla banca francese Rivaud negli anni ’90, che si vedrà a sua volta coinvolta in una storia di riciclaggio di danaro sporco destinato al finanziamento ai partiti della destra gaullista, (la RPR  e l’UMP).

Bolloré, molto vicino e oggi grande amico di Sarkozy, a stretto contatto con la politica grazie al consigliere di François Hollande e al ministro socialista Jean-Yves Le Drian, riesce a riposizionarsi, mantenendo così in equilibrio anche il suo capitale sociale politico in Francia, tra destra e sinistra.

Perché Parigi conta su Bollorè

Per l’Eliseo, Bolloré, rappresenta valore strategico in Africa: è il primo con il suo gruppo nella logistica e produce il 61% del fatturato con le comunicazioni e i trasporti. Possiede 16 terminal portuali in Africa centrale ed occidentale, nonostante le vicissitudini giudiziarie che lo inseguono e nonostante molti che lo vorrebbero vedere alla gogna, presidente del Cameroon compreso.

Ma Bolloré resta lo scudo di intelligence economica in Africa, l’orecchio e gli occhi della Francia, contro l’avanzata cinese nel continente nero.

Pantagruelico, il nostro ex ministro Calenda lo definisce un “pericoloso predone” e non ha tutti i torti, soprattutto dopo la vicenda dei Berlusconi e della loro Fininvest.

Questa dovrebbe essere una partita, soprattutto a livello geopolitico, da giocare tutta in funzione paneuropea.

La sfida americana, sessant’anni dopo

Si può dire?: quando non è una questione di soldi. Il riassettamento globale degli ultimi anni, che vede gli USA imporre dazi e chiudersi in uno stretto protezionismo, l’Europa in disaccordo con le politiche di Trump, la Cina che avanza al galoppo sulla via della seta e che ha già penetrato da tempo e abilmente il continente africano, suggerisce una necessità di fusione di capitali e aziende a livello europeo e, se questo deve avvenire, il piano delle telecomunicazioni è abbastanza vincente.

Berlusconi lo ha capito.

Il miracolo del rilancio europeo, sia nel superamento degli stati/nazione, sia con la creazione di un potere federale sul piano politico, può avvenire soltanto se l’Europa guarda con serietà alla sovrastruttura del mercato, che oggi potrebbero essere proprio le telecomunicazioni insieme sicuramente anche all’economia dell’energia rinnovabile e la tecnologia. (una volta si sarebbe parlato di acciaio e carbone)

Per creare una sovrastruttura sono necessari innanzitutto gli investimenti e la mole delle imprese coinvolte. Si chiama capacità di penetrazione dei mercati. Se l’Unione Europea vuole competere con gli altri giganti (in questo caso storico guardiamo alla Cina e agli States), dovrebbe permettere la fusione delle società europee. Deve cioè avanzare compatta.

Sessanta anni fa, gli americani in Europa fecero la stessa cosa.  Fu “il metodo americano”. Subito dopo, molte società europee di una certa portata, richiedevano collaboratori che avessero prestato servizio all’estero, che parlassero inglese o che si fossero formati negli Stati Uniti.

Questo meccanismo di penetrazione è ciò che gli americani hanno sempre perseguito in Europa, a partire dagli anni del Piano Marshall.

È stata l’Unione Europea che ha fatto grande gli Stati Uniti.

Quando fu sancito e firmato il Trattato di Roma nel 1957 (firmato per l’ Italia da Alberto Segni, al quale aderirono Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo),  poiché fu il primo trattato europeo istitutivo in area economica e commerciale, un grosso dirigente americano a Francoforte intervistato ai tempi da Jean-Jacques Servan-Schreiber disse: “ è la gestione all’americana che sta unificando l’Europa a suo modo” e aggiunse:  “Il Trattato di Roma è il più grosso affare che l’Europa abbia mai messo in piedi”

Infatti le compagnie americane dislocavano in Europa apportando a loro volta capitale, know-how, insomma valore aggiunto.

Allo stesso tempo questo processo di penetrazione ha rivelato l’Europa a sé stessa, insegnandole infatti molto.

Sicuramente da una parte l’imprenditore guarda sempre al margine di profitto rispetto ai costi, come quello del lavoro, ma certe strategie vanno oltre il danaro. La lungimiranza si fonda sulla funzionalità delle imprese e soprattutto sulla flessibilità territoriale.

Quindi patriottismi a parte o orgogli nazionali, Francia ed Italia dovrebbero ben dialogare e fondersi strategicamente, nelle idee e nei capitali, con l’obiettivo comune europeo, non farsi concorrenti in virtù di scorretti sovranismi antitetici in salsa italo-franco-tedesca (pensiamo alla vicenda Macron con Fincantieri-Stx) o da deliri di onnipotenza,  guardando soprattutto all’Africa e all’Asia insieme, con alle spalle una solida politica internazionale europea, ahimé ancora tutta da costruire. Egalité Oblige.

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

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