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Il rebus curdo dopo l’attacco di Erdogan

Il rebus curdo dopo l’attacco di Erdogan

Nasrin Abdallah, apparsa qualche giorno fa sugli schermi della Leopolda renziana, è la comandante dell’YPJ, la brigata femminile che combatte nell’area Rojava della Siria del nord con l’YPG, la milizia curda presente nel territorio del Rojava.

Il Rojava, o “amministrazione autonoma della Siria del nord” (in curdo: federazione democratica della Siria del nord), costituitasi quasi dieci anni fa in seguito allo scoppio della guerra civile siriana, è una delle quattro parti che compongono la zona denominata indicativamente come Kurdistan, zone a prevalenza curda, innestate sui confini tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, con storie, radici e vicissitudini diverse tra loro.

La popolazione del Rojava non registra che stime approssimative a base curda rispetto alle altre zone.

Il territorio del Rojava ha visto, ad esempio in passato, curdi con ceceni, curdi con circassi e curdi con ottomani, perseguitare e massacrare i cristiani all’inizio del secolo scorso. Vi confluirono in seguito, verso gli Anni Trenta, anche i curdi turchi, della regione del Dersim, all’epoca a prevalenza curdo-alavita, che si ribellarono  al governo di Atatürk e il suo processo di “turchizzazione”; persecuzioni condannate dallo stesso Erdogan in tempi assai più recenti.

L’YPG fondato nel 2004 come corpo militare, composto dal principale partito curdo siriano e dal Consiglio Nazionale Kurdo (KNC), si è di fatto inserito nel conflitto siriano, lottando contro chiunque fosse intenzionato a portare la guerra nelle zone a maggioranza curda battendosi, fino ad oggi e supportando gli Stati Uniti nella lotta contro i militanti dell’ISIS.

L’YPG è molto vicino al PKK, il partito curdo che negli anni, con atti di terrorismo, si è messo di traverso con il governo turco, uccidendo, soltanto negli ultimi due anni, oltre 1.200 cittadini turchi. Abdullah Öcalan il fondatore che ne fu leader, oggi detenuto in carcere, lo stesso che tentò di trasformare il PKK in un partito politico confederalista di stampo democratico, ancora oggi si appella a risoluzioni diplomatiche.

In seguito al ritiro delle truppe del governo siriano di Assad dal Rojava nel 2012, l’YPG e il suo braccio femminile, l’YPJ, sono diventati le principali organizzazioni armate presenti nel Kurdistan siriano.

La guerra civile siriana ha avuto inizio il 15 marzo 2011 nel contesto dello scoppio delle primavere arabe e nacque con una dimostrazione pubblica per chiedere le dimissioni di Bashar al Assad e la fine del monopartitismo del Bat’h.

Dal 2012, anno dell’escalation a livello nazionale degli scontri, la guerra civile si è protratta fino ad oggi facendo più di 120.000 morti.

L’escalation ha finito per partorire quella che le Nazione Unite hanno definito una guerra settaria, poiché, benché nata per rivendicare un governo laico e democratico, è sfociata in un campo di battaglia che vede ribelli di varia natura in conflitto tra loro, fondamentalisti e laici gli uni contro gli altri, sostenitori del governo fondamentalisti che a loro volta vengono appoggiati da un partito al governo sostanzialmente laico come il Bat’h di Assad.

La strumentalizzazione dei civili è stata la chiave per perpetrare per quasi dieci anni questo atroce spargimento di sangue, donne curde comprese.

I curdi siriani dopo l’attacco di Erdogan

L’YPG non combatte per l’indipendenza di uno stato curdo, come molti sostengono, ma per difendere dagli attacchi jihadisti quelle aree.

La stampa, che in questo momento tiene puntati gli occhi sulla situazione nel nord della Siria e sulle vicende siriane, in seguito al ritiro delle truppe da parte di Trump dall’area del Rojava, le quali combattevano a fianco dell’YPG contro l’Isis, ha sollevato polemiche e controversie.

Ma anche molti interrogativi: Trump si ritira e lascia nelle mani di Erdogan la Siria? Erdogan invaderà le zone controllate dalle forze curde? Dobbiamo sbattere fuori Erdogan dalla Nato? O gli Stati Uniti?

Trump ha twittato: “ Gli Stati Uniti pensavano di intervenire in Siria per 30 giorni. Sono passati anni. Siamo rimasti e la situazione è soltanto precipitata sempre più in basso, inasprendo i combattimenti. Quando mi sono insediato a Washington l’ISIS era fuori controllo. Abbiamo distrutto l’ISIS dei califfati.”

Forse una dichiarazione troppo azzardata e una visione troppo positivista, ma che racconta di un punto di svolta inconfutabile.

Negli ultimi quattro anni, ritornando all’Italia, la Farnesina ha autorizzato l’export di armamenti per 890 milioni di euro da qui verso Ankara.

I ribelli sono stati finanziati e appoggiati dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Gran Bretagna, ma anche da Qatar, Arabia Saudita e Turchia, e soprattutto questi ultimi hanno sostenuto le fazioni più integraliste.

La Turchia resta la più acerrima nemica dell’YPG e per i suoi stretti rapporti con il PKK li considera alla stregua dei terroristi estremisti rivendicatori indipendentisti, anche se lo stesso Öcalan fa appello alla via diplomatica e non in nome di un Kurdistan indipendente, ma in virtù di ideali democratici da riportarsi ai conflitti interni alla Turchia tra curdi e turchi.

L’Europa non ha invece mosso un dito in Medio Oriente in tutti questi anni, le sue politiche internazionali sono assenti e si è sempre tenuta fuori dalla questione, appoggiando eventualmente, quando si è parlato di sanzioni, il governo iraniano, principale finanziatore del terrorismo e al contempo principale alleato di Damasco.

Come scriveva Valentino Zeichen in una sua poesia “L’Europa e noi”:

“La decadenza ci accomuna;

più che l’attrazione

ci unisce la rassegnazione

Da pacifiche democrazie

nel gotha dei marchi

si compete come aristocrazie.

Non illuderti, “italiano”,

che il tuo pacifismo ti tuteli

dalla guerra per i brevetti.

“L’Europa qua, l’Europa la’”;

se la rinomini invano

mi darai il voltastomaco.”

Una confusione disarmante

Trump ritira gli Stati Uniti dalla questione dopo dieci anni di presenza. Sandro Gozi di Italia viva parla di voltagabbana, Renzi continua a dare spago a questa teoria, quella dell’abbandono, mistificando la realtà e facendo pergiunta confusione tra Kurdistan iracheno e siriano durante il suo comizio leopoldino senza tenere conto chi di noi in patria abbia davvero avuto il coraggio di sostenere le donne dell’YPG fino ad oggi.

Ribadiamo che l’YPG non si batte per il Kurdistan libero e con le dovute puntualizzazioni ricordiamo che il Kurdistan iracheno, già territorio federale dell’Iraq, ha soltanto subito le ripercussioni di questa guerra civile e non ha mai gradito l’inasprirsi degli scontri che gli sono costati soltanto disagi e destabilizzazioni proprio a causa degli scambi continui degli aizzati guerriglieri fondamentalisti tra Siria e Iraq.

L’YPG in Iraq è sostenuto dai peshmerga e dal partito Patriottico curdo, quindi i più bellicosi, militanti armati e meno diplomatici. Ha stretti rapporti con il PKK come abbiamo già detto, non gradito ad Erdogan, mentre è avversato dal PDK, il principale partito curdo iracheno.

Nel 2017 I curdi iracheni hanno votato a favore attraverso un referendum per la loro indipendenza, senza trovare appoggio internazionale se non da Israele.

L’Europa dove è? L’Italia dove è?

La Turchia possiede enormi arsenali di armi e fa parte della Nato e manforte italiana non è mancata.

In questi giorni e soltanto in questi giorni, a distanza di quasi dieci anni, si è proposto lo stop alla vendita di armi ai turchi. Troppo tardi.

Personaggi di spicco come Adriano Sofri, propongono che la Turchia esca definitivamente dalla Nato, ma per poi consegnarla definitivamente a Putin? Con la conseguenza che l’Iran e l’Arabia Saudita inneschino l’Inferno?

I più fantasiosi chiedono che venga allontanata l’idea di farla entrare nell’Unione Europea. Ma Erdogan vuole davvero entrare nella visione europea? E la visione europea a questo punto, quale sarebbe?

Nel resto d’Europa, come il Belgio, si preparano ad evacuare i cittadini detenuti sotto accusa di aver legami con lo stato islamico terrorista, al momento in stato di fermo nei campi di detenzione nel nord est della Siria  ora sotto il controllo turco.

“Alcuni paesi europei si riprendono indietro i militanti Isis prigionieri!” ha twittato Trump.

L’emergenza vera e reale, è legata alla possibile ondata migratoria, che Erdogan ha minacciato e che coinvolgerebbe l’intera rotta balcanica: un vero disastro per l’Europa.

La maggior parte dei rifugiati siriani in Turchia è a prevalenza araba.

Dopo l’omicidio di Havrin Khalaf, il segretario donna del Partito Futuro siriano, grande diplomatica di origine curda, che si batteva per i diritti delle donne, per una Siria laica, federale e democratica, morta in un attacco cher pare essere stato sferrato dalle milizie filoturche, i curdi cercheranno sicuramente di mantenere il controllo nel nord est del paese, per privare Damasco delle necessarie risorse energetiche.

Nasrin Abdallah, grande donna e nobile guerriera, è stata ospite di recente di Renzi alla Leopolda durante il lancio del nuovo partito Italia Viva.

Renzi ha presentato agli astanti Nasrin, che in collegamento diretto veniva intervistata dall’ex premier, definendola come colei che ha “liberato e salvato l’occidente” e che si batte per il Kurdistan.

Applausi degli astanti.

Renzi: “In Kurdistan non è finita. Questo è un segnale per tutti gli organi di stampa. Non mollate l’attenzione su queste donne che si battono con il proprio corpo e le proprie armi.”

A fianco di quelle donne, però, contro l’Isis, c’erano gli Stai Uniti e hanno combattutto alcuni italiani volontari i quali al momento si trovano in Italia in stato di fermo perché considerati socialmente pericolosi, come Maria Edgarda Marcucci.

Ma tornando alla questione geopolitica del fatto, sappiamo che nessuno vuole il rafforzamento di Damasco, tantomeno Erdogan, essendo il governo di Damasco il principale alleato di Teheran, governo capofila dell’esportazione della guerra.

La Turchia in realtà non potrebbe nemmeno attaccare, attaccando innescherebbe una ritorsione siro-iraniana  e l’unica sua chance è trattare con Bashar al-Assad e quindi con Putin.

Tutta la situazione circostante si inasprirebbe e questo non conviene a nessuno, turchi e curdi compresi, che rappresentano il 20% degli elettori in patria turca.

Il proseguimento degli scontri è perciò da scongiurare, con un auspicabile abbandono delle armi da parte dell’YPG.

La posta in palio

Trump non ha abbandonato nessuno, ha spostato i suoi contingenti in Iraq qualche giorno fa, poi gli è stato richiesto di rientrare in Siria.

Ha giocato di tattica, facendo ciò che doveva o poteva fare, al momento più opportuno, introducendo le negoziazioni e rimettendole nelle mani di Putin, il quale deve assolutamente giocare il suo ruolo in questa vicenda. Le pressioni islamiche dei paesi del vecchio CSI non vanno assolutamente sottovalutate.

Non è solo una tregua, certamente, ma non è in nome del Kurdistan che la partita va giocata, in ballo c’è il totale riassetto del Medio Oriente e le ondate migratorie che vanno fermate.

La via diplomatica sarà quella più auspicabile, evitare che queste donne non abbiano più bisogno di ricorrere alle armi per combattere contro gli estremisti fondamentalisti e difendersi da sole.

La strumentalizzazione che avuto luogo qualche giorno fa alla Leopolda, in un momento così delicato, dove la diplomazia è assolutamente necessaria più di ogni altra cosa, è imperdonabile da parte dei nostril politici che l’hanno di fatto usata anche per lanciare un nuovo partito, dopo che queste donne sono state usate da tutto l’Occidente, senza che né l’Europa, né l’Italia in particolare facesse qualcosa, inasprendo ulteriormente i rapporti con Ankara.

Ricordiamo inoltre anche molti soldati di Erdogan sono di origine curda e comunque la Turchia è sottoposta al divieto USA di sorvolare la zona, quindi, anche volendo, non potrebbe utilizzare nemmeno le sue forze aeree per entrare in attacco.

Il vero scopo di Erdogan in questa tornata non è quello di indebolire l’YPG.

Se il conflitto dovesse inasprirsi, questo allora porterebbe in definitiva l’Isis a ritorcersi contro tutti, Erdogan compreso, che vedrebbe rivoltarsi contro i suoi califfi e perderebbe ogni chance per accaparrarsi risorse energetiche e posizionarsi abilmente nel futuro contesto euroasiatico.

Se gli scontri si protrarranno, sarà la disfatta per tutti noi e il caos sopraggiungerebbe fino a qui attraverso tutta la rotta balcanica.

Nel frattempo Donald Trump ha imposto e ottenuto la settimana sorsa un cessate il fuoco, lasciando campo libero a Putin per le questioni diplomatiche, essendo l’uomo di Mosca padrone della situazione e vicino ad Assad, mentre sia Europa, che i paesi Nato, hanno deciso di sfilarsi dalla questione, ultimi gli Stati Uniti.

Tutti vogliono ottenere lo scioglimento delle milizie curde e tutti la repressione del terrorismo siriano. Tutti, di concerto, vogliono l’arginazione del fondamentalismo e l’autodeterminazione di queste persone che hanno combattuto e che hanno in definitiva subìto una guerra civile disastrosa durata troppo a lungo.

La guerra ha soltanto riempito la pancia di molti con la vendita di armi. Come scrive un noto giornalista siriano, Naman Tarcha: “I turchi invadono la Siria, non il Kurdistan. Bombardano i siriani, non i curdi.”

Le donne dell’YPJ, escono certamente eroi da queste vicenda.  Hanno fatto da scudo insieme agli americani contro i gruppi terroristici dello stato islamico, difendendo e battendosi per il fronte siriano, nel nome di valori fondamentali per un governo laico, paritario, democratico e federale.

In nome e in onore di donne come Havrin e con la forza di guerriere come Nasrin.

Poche ore fa è cessato l’armistizio. Erdogan è stato ricevuto a Sochi da Putin in un colloquio durato sette ore. I due hanno riferito in conferenza stampa di essere entrambi soddisfatti.

Erdogan, nel frattempo ha sfruttato l’elemento della deterrenza.

Quello che sarà davvero lo vedremo nelle prossime ore.

Ma basta strumentalizzazioni. Dieci anni di strumentalizzazioni di donne e di civili sono state sufficienti. Quelle mediatiche a scopo elettorale noi italiani potevamo risparmiarcele.

Çaresiz olay yoktur, çaresiz insanlar vardir

(non ci sono situazioni disperate, ci sono uomini disperati).

Mustafa Kemal Atatürk

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

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