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Infelicità senza desideri

Infelicità senza desideri

Nel 1972, il da poco Nobel laureato Peter Handke, apprende da un trafiletto del giornale che la madre si era suicidata. Ne scrive un libro da cui al titolo dove esamina il suo dolore in maniera oggettiva, quasi asettica, scientifica.

Nei successivi otto anni, l’economia-mondo crescerà del 4% anno in media e questo nonostante la grave crisi del ’74-’75 dovuta alle questioni del prezzo del greggio. Dopo, altri otto anni (1980-1987) potenziati dalla svolta Thatcher-Reagan ma potenziati poi mica tanto, la crescita mondo regredisce al 2.4 medio. Ma si sa, le medie sono infide, magari a qualcuno è effettivamente andata meglio ed altri peggio, chissà. Passiamo allora a gli ulteriori otto (1988-1995) quelli con i Muri che crollano e la Fine della Storia dentro. Qui c’è un lieve sussulto, un 2,7 medio ma ben poca roba direi. Va meglio i successivi otto (1996-2003) che segnano un 3.0 medio con dentro gli effetti della nascita del WTO (1995), dato che poi si ripete negli otto successivi (2004-2011).

Ma andando dentro i due ottetti, vanno segnalate alcune cose. A gli inizi del 2000 scoppia la bolla delle dot.com, subito dopo entra la Cina nel WTO, poi crollano le Torri gemelle. Sono quelli gli anni in cui il dato di crescita mondiale diventa una media tra motori di crescita posti in Asia e motori che frenano posti in Occidente. La media quindi rimane costante ma la sua composizione no. il secondo dei due ottetti, quello 2004-2011, pur registrando in media un più 3.0, incorpora il vistoso crollo-con-rimbalzo del 2008-09, dove un crollo al -1.68 del 2009 non si registrava da molti decenni e dove il suo contenuto è tutto concentrato in Occidente.

E veniamo ai tempi recenti. Dal 2012 al 2019, la crescita dell’economia mondo è ripiegata al 2.7 che è sì una media ma una media di valori poco oscillanti, una specie di costante. La quasi linearità dei dati di questi ultimi otto anni farebbe pensare ad una condizione standard, mai nella chart che parte dal 1961 si registrano otto anni di fila così relativamente costanti. IMF ci dice che per quest’anno, ma vale più o meno per tutti gli otto anni di questo segmento, la media è data da contributi di crescita alti come Africa (3,2) ma soprattutto Asia-Pacifico (4.8) che ricordiamolo è pur sempre ben più della metà della popolazione mondiale anche se non ancora del suo Pil. Se ne deduce facile che chi abbassa la media sia l’Occidente (North America 2.1 – Aus/Nz 1.8 – Western Europe 1.6). Si tenga poi conto che da anni ormai, in Occidente, la crescita è decorrelata dall’occupazione mentre è correlata ad una ridistribuzione dei benefici assai assurda.

A grana grossa, si potrebbe dire che la crescita dell’economia mondo tendeva a contrarsi fintanto che l’economia mondo era data per lo più dai valori dell’economia occidentale, salvo poi avere un sussulto a seguito della fine della guerra fredda, l’inizio delle alte aspettative sulla digital economy (“aspettative”, i fatti dimensionali erano e sono ben diversi) ma soprattutto prima l’avvio di forme di economia moderna in Asia (scienza-tecnica e capitale) e subito dopo l’incorporazione di questa area sviluppante nel sistema mondo. Ma già negli ultimi otto anni, il totale sta flettendo anche perché la sua componente primaria storica, l’economia occidentale (europea in particolare) sta flettendo pronunciatamente trascinando in giù gli indici aggregati.

Da qui si apre il dibattito. Ci sono due partiti a grana grossa. Il primo è il partito largamente maggioritario quello che non considera l’economia una funzione di un sistema molto più ampio e crede che questa vada bene o male a seconda dei modi in cui viene espletata. La colpa di certi andamenti allora sarà di teorie sbagliate, economiche o monetarie, o di modi di applicarle. Il secondo partito largamente minoritario, anzi direi del tutto eterodosso, pensa che dopo la fase ri-creatrice a seguito di quella distruttice bellica, non si sa più cosa inventarci per prorogare lo statuto di un sistema che sta terminando la sua funzione storica. Per lo meno lì dove il sistema vige da due secoli ed è quindi alla fine della sua parabola avendo abbondantemente espletato -bene o male- la sua funzione. Enorme sviluppo del marketing che pressa al consumo purchessia, neo-liberismo, grande ritorno dell’edonismo, momento unipolare, finanziarizzazione, globalizzazione, mondializzazione, economia digitale, disruptive innovation, economia quantistica (è una battuta, il “quantistico” si evoca ormai come una volta si evocava la Madonna), sembrano un elenco di disperati tentativi di tenere in vita un organismo anziano che sta naturalmente andando verso la fine dei suoi giorni.

Poiché non si capisce il funzionamento delle cose col fatalismo, deve esserci una ragione anche alla base di questa seconda opinione. E la ragione forse è che il modo economico moderno inventato dagli inglesi, poi assunto dagli occidentali ed oggi dal mondo intero dipende dal desiderio. Per lungo tempo, questo desiderio ha fatto da motore espansivo e continua a farlo lì dove l’elenco dei desideri da soddisfare è ancora lungo (l’Asia, l’Africa a cui mancano ancora molte “cose”). Ma se la funzione psichica desiderante non ha terminazione, l’elenco delle cose a cui si può applicare forse ce l’ha. Soprattutto ha una frattura tra i desideri che possono richiedere una soddisfazione che faccia da carburante alla macchina economica e quelli invece che non possono esser oggetto di soddisfazione economica.
Da cui la nostra doppia condizione occidentale di infelicità.

Quella derivante dall’aver quasi terminato i desideri che possano esser sfruttati dalla macchina economica che rallentando fa delle nostre società dei sistemi che stanno grippando con noi dentro e quella dell’insoddisfazione per il fatto che altri non vengono appagati ed anzi negati o pervertiti nella misura in cui si cerca di dargli un impossibile esito ostinatamente economico, vedi il paradossale “trasloco della realtà” su piattaforme digitali oggetto per alcuni di infantile quanto sconcertante entusiasmo.

Jeremy Bentham è il poco conosciuto filosofo di questo assetto della modernità occidentale, colui che prescriveva il “calcolo felicifico” ossia una “algebra morale” che doveva monitorare il progresso del “maggior benessere per il maggior numero”, l’essenza dell’utilitarismo. Che poi è lo stesso che s’è inventato il Panopticon. Desideri, felicità, calcolo, algebra dei sentimenti, quantità e qualità del “ben essere”, sua distribuzione, controllo e sorveglianza che tutto vada secondo i piani. Chi decide la soluzione di questa equazione complessa?

A seconda della soluzione desiderata, otterrete o meno la vostra minore o maggior felicità sperando che nel frattempo, mamma non si suicidi.

[Tabella World Bank https://data.worldbank.org/indicator/ny.gdp.mktp.kd.zg…]

61 anni, professionista ed imprenditore per 23 anni. Da più di quindici anni ritirato a "confuciana vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente.Si occupa di "complessità", nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica, culturale e soprattutto filosofica. L'applicazione più estesa è in geopolitica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre testate on line). Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità.

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