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Israele, Iran, Turchia: strategie a confronto tra Medio Oriente e Mediterraneo

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Israele, Iran, Turchia: strategie a confronto tra Medio Oriente e Mediterraneo

Israele, Iran e Turchia: quali sono le grandi strategie dei protagonisti dell’agone mediorientale e mediterraneo? Tra dottrine militari, strategie geopolitiche e rapporti di forza, il complesso equilibrio della regione più calda della massa continentale euroasiatica è studiata con dovizia di particolari da Amedeo Maddaluno. Che ci spiega cosa guidi le azioni di Israele, Iran e Turchia.

La vicenda COVID-19 ci ha spinti a distrarci dal teatro mediterraneo. La Libia guadagna difficilmente le prime pagine dei giornali e meno ancora si parla delle altre vicende del Levante (da quelle siriane alla questione palestinese). I nostri occhi sono volti al teatro indopacifico e alle tensioni tra Stati Uniti e Cina: non è certo un male, a patto di ricordare che il Vicino Oriente è l’ “estero vicino” della nostra Italia, un estero vicino nel quale sono ancora le armi a parlare. Cerchiamo di capire qual è, appunto, la situazione militare. Concentriamoci su Israele, Iran e Turchia non perché ci scordiamo dell’Egitto o delle petromonarchie del Golfo ma perché ad oggi sono queste tre potenze quelle che hanno dimostrato una fattuale capacità di proiezione e di attivismo anche ben oltre i propri confini, rimanendo l’Egitto concentrato sull’agenda libica e del Mediterraneo Orientale (proprio in chiave antiturca) e i paesi del Golfo impantanati nel conflitto yemenita.

Una caratteristica sostanziale accomuna i due nemici israeliano e iraniano: compattati al loro interno dalle ideologie nazionalista-sionista e sciita-rivoluzionaria, questi due paesi si sono entrambi votati ad un paradigma dottrinario di difesa offensiva che misceli strumenti convenzionali e non. Le loro limitare dimensioni – sul piano territoriale e demografico nel caso israeliano, sul piano economico in quello iraniano – li hanno costretti a formulare dottrine militari audaci e miranti alla profondità strategica. Per quanto riguarda gli strumenti asimmetrici, troviamo l’alta tecnologia per Israele, le forze missilistiche per l’Iran, le forze speciali, l’intelligence e le armi cibernetiche per entrambi. Il deterrente nucleare è già attivo da parte israeliana mentre la parte persiana ne detiene la capacità potenziale di sviluppo. Israeliani e Persiani si considerano reciprocamente una minaccia esistenziale, l’uno tentando di tagliare la proiezione geopolitica e la costruzione di una fascia di sicurezza per l’altro.

Diversissimo il caso turco, paese dalla forza puramente convenzionale: obiettivo strategico della Turchia è la costruzione di un’autonomia strategica rispetto a tutti i principali attori globali, fino a pochi anni fa mediante la realizzazione di una profondità strategica di alleanze pacifiche, oggi con grande assertività militare.

Israele e le sue dottrine militari

La storia – e la storia militare – di Israele sono sempre state segnate dalla ridottissima dimensione territoriale e demografica. L’ideologia fondante dello stato di Israele è l’ultima delle grandi narrazioni messianico-nazionaliste dell’ultimo scorcio di XIX Secolo: il sionismo. Da subito, i primi coloni sionisti affluiti dall’Est Europa in territorio ottomano – già da ben prima della dichiarazione di Balfour del 1917[1] – si attivano per costruire squadre di autodifesa (e di attacco verso la popolazione araba, da sloggiare dall’area in corso di colonizzazione[2]). Uno stato che nasce quindi in armi e dalle armi, abituato alla cultura militare. La produzione dottrinale israeliana pubblicata è scarna, e va desunta da pochi recenti documenti ufficiali e dalla storia delle operazioni[3], arrischiandosi nel non facile compito di trarne delle linee interpretative. Non facile perché la dottrina e la strategia militare israeliana possono apparire a prima vista estremamente contradditorie e oscure. In realtà l’estrema flessibilità e velocità di apprendimento tattico e strategico, la responsabilizzazione dei comandanti operativi, il confronto continuo per raccogliere esperienze dai campi di battaglia e le conseguenti attitudine a mutare approcci e visioni e a mantenere discrezione massima sulle dottrine e gli armamenti sono la vera arma segreta del paese, oltre all’altissimo livello tecnologico dei sistemi d’arma detenuti e al patto esistenziale che lega Israele agli USA e al movimento sionista internazionale.

Nel corso delle Guerre Arabo-Israeliane, della repressione contro i palestinesi, dell’invasione del Libano e degli interventi all’estero contro istallazioni militari di paesi avversari, Israele ha sempre dimostrato una flessibilità estrema, unendo approcci di difesa avanzata – qualora fosse precedente riuscita a occupare porzioni importanti di territorio altrui – ad approcci di difesa in profondità o arretrata allungando le linee di rifornimento del nemico (si pensi alle varie fasi del conflitto in Sinai), e sempre dandosi come obiettivo la massima profondità possibile (occupazione del Golan o del Sud del Libano). Ha sempre portato all’estremo la rapidità di azione e risposta, sia per quanto concerne l’arma aerea che quella terrestre, contribuendo a creare quello che è l’approccio interforze nel senso moderno[4], unendo ad un uso strategico dell’arma aerea (colpendo riserve e forze nemiche nelle retrovie[5]) uno via via sempre più tattico e integrato con le operazioni a terra (intervento in Libano).

L’estrema audacia e precisione impiegati nel disegnare operazioni militari si sono sempre uniti nell’apertura a sperimentare nuove tecnologie (l’uso offensivo e non solo ricognitivo dei droni).

Il vero fil rouge della dottrina militare israeliana sta nel suo orientamento al portare il conflitto in casa dell’avversario, ritagliandosi conquiste territoriali, intervenendo con raid aerei e con azioni di commandos o sabotatori, financo colpendo il nemico nel proprio tessuto politico. Dapprima Israele ha circondato con spregiudicatezza gli stati arabi (e poi l’Iran) con anelli concentrici di paesi ad essi ostili, possibilmente in conflitto con i propri vicini e quindi desiderosi dell’appoggio militare dell’industria israeliana e dell’appoggio addestrativo di Israele (dal Sud Africa dell’Apartheid ai rapporti con diversi stati africani, fino alle dittature militari sudamericane e oggi all’Azerbaigian)[6]. Quindi lo stato ebraico ha raffinato una dottrina mirante a disgregare il fronte arabo con paci separate, con l’appoggio ai regimi arabi più retrivi e reazionari da giocare contro quelli progressisti, per finire con il Piano Yinon, la teorizzazione della frantumazione degli stati arabi secondo linee settarie e tribali che anticipa i progetti statunitensi di Grande Medio Oriente[7].

Israele e le sue capacità simmetriche e asimmetriche

Da tutto ciò si deduce la profonda natura asimmetrica della cultura militare israeliana, cultura che ha generato uno strumento che unisce una grande potenza convenzionale con una massiccia capacità di deterrenza soprattutto sul lato nucleare, della guerra cibernetica e nell’impiego di forze speciali. Ufficialmente Israele non conferma né smentisce di detenere la bomba atomica. In realtà si stima detenga circa un centinaio di testate[8], nonché la possibilità di dispiegarle sui sottomarini Dolphin, sui missili balistici Jericho (giunti alla terza generazione con 6500 Km di raggio[9]) e i missili da crociera della famiglia Popeye[10].

L’industria militare convenzionale israeliana primeggia nell’elettronica/avionica (con sistemi forniti da decenni all’India e persino alla Repubblica Popolare Cinese) e nelle armi leggere, nonché nella produzione di veicoli blindati e corazzati: di produzione nazionale sono i celeberrimi e temibili carri armati Merkava, giunti ormai alla quarta generazione (360 esemplari, ai quali si uniscono i circa 400 della terza e i più di 450 delle varie versioni dell’M60 americano, andando a costituire il nerbo di una cospicua forza corazzata di oltre 1200 carri)[11]. Le aziende israeliane Rafael, Elbit e Israel Aerospace Industry figurano stabilmente nelle classifiche SIPRI delle prime 50 al mondo del settore difesa in termini di fatturato[12]. Quanto ai partenariati stranieri, la primigenia collaborazione con Regno Unito e Francia è stata via via sostituita da una sempre più esclusiva collaborazione con le aziende americane (da Lockheed Martin a Raytheon) per modificare la versione destinata ad Israele del cacciabombardiere F-35 e per sviluppare sistemi di difesa antiaerea e antimissile. Israele è oggi all’avanguardia nella difesa aerea, con i sistemi “Cupola di ferro” (Iron Dome) della Rafael per la difesa di punto, “Fionda di Davide” (David’s Sling) per la difesa intermedia e “Freccia” (Arrow) per quella di teatro e lungo raggio[13].

Le capacità asimmetriche dell’Iran

Nel valutare le effettive capacità convenzionali dell’Iran si deve considerare che il paese è colpito da sanzioni pluridecennali che ne hanno fiaccato l’economia, sia dal punto di vista della ricchezza che della capacità produttiva disponibile. Nondimeno, L’Iran gode di non indifferenti capacità tecnologiche e scientifiche, senz’altro superiori a quelle di tutti i suoi vicini arabi e sunniti. È in grado di copiare, riprodurre e modificare sistemi missilistici, sistemi controcarro, sistemi contraerei, artiglieria imbarcata e siluri di concezione sovietica, russa, cinese e nord-coreana[14]. È in grado di concepire e sviluppare armi leggere di produzione nazionale. Schiera altresì armamenti di produzione russa relativamente moderni – tra i quali i temibili sistemi antiaerei S-300 a lungo raggio[15] e i TOR per la difesa di punto – e 3 battelli sottomarini classe Kilo.

Il tallone di Achille dell’Iran è nelle limitate capacità industriali (e finanziarie) di produzione di massa, le quali rendono assai difficile la sostituzione del vecchio equipaggiamento. Se la principale debolezza nel paese è nell’obsolescenza delle forze convenzionali di terra (vecchi carri armati principalmente di produzione sovietica)[16] e aerea (il paese schiera ancora F-14 Tomcat americani ricevuti ai tempi dello Shah) la forza principale della Repubblica Islamica sta nella componente asimmetrica. Innanzitutto le capacità di guerra cibernetica , quindi quelle del piccolo e agile naviglio sottomarino e di superficie di produzione nazionale in grado di interdire la navigazione nel Golfo Persico saturando le difese delle navi americani con attacchi da parte di sciami di natanti leggeri atti a lanciare missili o posare mine[17]. In fine una formidabile ed efficace componente missilistica balistica e da crociera. Di più, dalla temibile “Forza Qods”  dei Pasdaran all’addestramento e sostegno finanziario agli alleati sciiti nel Vicino Oriente, l’Iran conta sulla solida alleanza con movimenti di guerriglia che vanno dagli Hizbullah libanesi agli Huti yemeniti, tenaci combattenti esperti di guerriglia urbana e non e di guerra psicologica e non convenzionale, i quali hanno messo in serissima difficoltà e logorato eserciti ricchi e altamente equipaggiati come quello israeliani durante l’intervento in Libano e della coalizione sunnita a guida saudita ed appoggio americano nello Yemen. Il territorio iraniano è vasto, ricco di rilevi e deserti, difficile da raggiungere con un attacco aereo nella propria totalità e più ancora da conquistare e presidiare. Da esso si domina l’intero Golfo Persico.

Un attacco all’Iran dovrebbe tener conto non solo delle difficoltà logistiche per mettere una forza aerea in grado di neutralizzare gli obiettivi militari e industriali iraniani – evitando le difese aeree del paese – ma anche delle capacità di ritorsione che andrebbero dal Golfo Persico al Mar Rosso[18], dall’Iraq alla Siria, dal Libano a ovunque nel globo si radichi una presenza degli Hizbullah, della Forza Qods o più in generale dei Pasdaran. La panoplia di missili balistici a corto e medio raggio[19] (operativamente sotto controllo dei Pasdaran[20]) nonché con capacità antinave è potenzialmente in grado di saturate le difese antimissile dei principali avversari dell’Iran. Si tratta in primis di sistemi ispirati a modelli madre sovietici (i celeberrimi e robusti SCUD), incluse le versioni nord-coreane, fatti evolvere dall’industria iraniana in una ricca messe di versioni nazionali. L’Iran ha ormai raggiunto, con i missili Ashura di produzione nazionale, lo stadio tecnologico dei missili a propellente solido (più complessi da produrre ma in grado di essere lanciati con assai minore allerta[21]); la ricerca e sviluppo proseguono, e la Repubblica Islamica sembra ormai in grado di produrre sistemi in fibra di carbonio[22]. I missili da crociera sono precisi, efficaci e in grado di volare sotto la fascia di copertura radar[23]. Non meno ricca la dotazione di droni[24]. L’asimmetria delle capacità militari iraniane è in grado di deterrere da un attacco diretto persino avversari del calibro di israeliani e statunitensi ed è stata in grado sin qui di garantire la sicurezza della Repubblica Islamica anche in assenza di un’arma atomica (per la quale l’Iran ha comunque le capacità tecnologiche di sviluppo sia per quanto concerne il combustibile, la testata e i mezzi di dispiegamento missilistico da terra). Il numero ad origine limitato di ordigni e l’assenza dell’immediata disponibilità di una triade nucleare metterebbero però da subito a rischio la sopravvivenza del potenziale arsenale persiano.

Da questa constatazione sorge la domanda sull’effettiva pericolosità del medesimo: è piuttosto la pervicace ostilità nordamericana e israeliana a spingere l’Iran con le spalle al muro, memore del fatto che tutti i governi non graditi agli USA e non dotati del deterrente nucleare siano stati sin qui eliminati dal teatro eurasiatico – a differenza di quello della Corea del Nord che invece è stata in grado di costringere gli USA al tavolo negoziale, legittimandosi come interlocutore delle grandi potenze. Lo status nucleare avrebbe dunque per l’Iran una valenza strategico-politica e non tattico-militare: la capacità di deterrenza della Repubblica Islamica è assicurata dalle attuali capacità asimmetriche e di proiezione lungo la direttrice Iraq-Siria-Libano, la direttrice Golfo Perisco-Yemen-Mar Rosso[25], la direttrice Herat-Afghanistan centro-orientale. La strategia e la prassi iraniana è sempre più sovrapponibile a quella nord-coreana: deterrenza nucleare e lotta asimmetrica.

A doveroso completamento di questo quadro urge sottolineare come la Repubblica Islamica sia stata duramente colpita dalla pandemia di COVID-19: è indubbio che questo impatterà sulle capacità militari del paese come già la crisi economica stava impattando su quelle convenzionali. Una esaustiva quantificazione del deteriorarsi delle capacità iraniane di proiezione[26], forse ad oggi momentaneamente compromesse e indebolite come quelle convenzionali[27] è però ancora prematura (dobbiamo mantenerci nel campo delle ipotesi).

Le nuove ambizioni turche

La filosofia militare turca, generata di contingenze storiche differenti, è all’opposto di quella iraniana. La Turchia è un paese NATO, inserito nelle catene tecnologiche occidentali (tedesche e americane in primis – ma anche italiane[28]) e storicamente dominato dal proprio esercito (e non da una monarchia prima e da una rivoluzione nazionale-religiosa in seguito). Lo strumento militare turco è uno strumento simmetrico e convenzionale, concepito per affrontare la minaccia sovietica in uno scontro massiccio tra truppe di terra.

La nuova Turchia di Erdogan ha ambizioni ben diverse e da potenza militare regionale, ambizioni che vanno dalla base turca in Qatar a quella in Somalia[29], al sostegno al governo libico di Tripoli. Dalla dottrina di esordio dell’era Erdogan (“Zero problemi coi vicini”) all’attuale “molti problemi con tutti i vicini e gli ex-alleati”, il paese anatolico si sta dotando di uno strumento militare con maggiori capacità di proiezione e il più possibile indipendente dalle tecnologie occidentali. Saranno l’industria turca, l’apparato tecnologico scientifico e il sistema economico-produttivo in grado di supportare questa “svolta autarchica” abbinata ad una nuova politica di potenza? L’industria turca è in grado di varare una moderna nave da assalto anfibio (l’Anadolu[30], comunque basata sul progetto Spagnolo Juan Carlos I[31]), ma questa rimarrà priva della componente aerea: la Turchia è stata esclusa dal programma F-35[32] proprio a seguito dell’acquisto dei sistemi antiaerei S-400, gioiello dell’industria russa ed informaticamente non interoperabili coi sistemi NATO. La flotta turca rimane uno strumento navale vasto (16 fregate, 12 sottomarini[33]) ma, almeno per le sue navi maggiori, antiquato (le fregate della classe Gabya non sono altro che battelli americani modernizzati; meno numerosi i battelli di nuova concezione, che includono 4 fregate Barbaros e le corvette nazionali progetto MILGEM, destinate al pattugliamento[34]).

L’industria aeronautica turca è in grado di produrre droni o assemblare la versione locale degli elicotteri da attacco italiani Mangusta[35], non di sviluppare aerei senza assistenza estera – assistenza che attualmente si ricerca per la produzione di un aereo di quinta generazione[36]. Spina dorsale delle forze aeree turche sono i più di 200 F-16 statunitensi, efficacissimi ma non esattamente lo stato dell’arte[37]; quanto alla difesa aerea a medio e lungo raggio, poggia sui sistemi FD-2000, versione turca dei cinesi HQ-9[38] a propria volta ispirati agli S-300 russi, e sugli S-400 venduti ad Ankara a Mosca – pietra di scandalo per i rapporti con l’Alleanza Atlantica[39].

Simile la situazione per le truppe di terra: la maggior parte dei carri armati a disposizione (il numero effettivo di mezzi supera le 2000 unità) sono Leopard tedeschi ma soprattutto versioni ammodernate dei vecchi M60 americani; si pianifica di acquistare i 1000 nuovissimi Altay di fabbricazione nazionale, progetto industriale che ha comunque il supporto tecnologico sud-coreano[40].

In conclusione, lo strumento militare turco è sulla carta mastodontico, nella realtà spesso antiquato e comunque poggiante su tecnologie straniere – sino ad oggi da queste completamente dipendente, via via sempre più autonomo almeno nella produzione se non nella concezione; le capacità di proiezione marittima restano alquanto limitate, per non dire a malapena esistenti e in fase di sviluppo da foglio bianco. Resta un fatto: i progressi turchi nell’industria della difesa sono rapidi e concreti.

L’esplorazione di più flessibili strumenti di proiezione asimmetrici è fatto recente e rimanda all’uso di eserciti di guerriglieri-mercenari in Siria e in Libia, spesso mossi dal richiamo dell’ideologia islamista che la Turchia sfrutta per proprie finalità geopolitiche. I troppi fronti aperti dalla Turchia, su terra in Siria e contro i curdi nel fronte interno, per mare al largo di Cipro e in Libia (scontrandosi contro gli interessi di quasi tutti gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo) rischierebbero di mettere sotto pressione un dispositivo militare non ancora pronto. Prova ne è che sin qui la Turchia ha – lo ripetiamo – impegnato solo limitatamente le proprie truppe, preferendo marcare una presenza militare meno combattiva dell’apparenza e cercando sempre di negoziare qualora l’avversario fosse troppo oltre la propria portata (come con la Russia), nonché il fatto che non abbia mai del tutto né definitivamente rescisso i rapporti con la NATO. La Turchia è di certo abilissima nell’occupare gli spazi lasciati vuoti dagli altri.


[1] Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, BUR, 2003. Si noti come lo stesso storico israeliano parli di “conflitto arabo – sionista” e non “arabo – israeliano”. L’ideologia sionista e i primi insediamenti sionisti predatano lo Stato di Israele. Si veda in merito anche Arturo Marzano, Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, Carocci, 2017

[2] Op. Cit. Marzano

[3] Ehud Eilam, Israel’s Military Doctrine, Lexington Books, 2018

[4] Rodman David, Combined arms warfare in Israeli military history: from the war of independence to Operation Protective Edge, Sussex Academic Press, 2019

[5] Op. Cit. Rodman

[6] Giacomo Gabellini, Israele, geopolitica di un piccola, grande potenza, Arianna Editrice, 2017

[7] Op. Cit. Gabellini e Amedeo Maddaluno, La trappola delle letture settarie, www.eurasia-rivista.com, 21 Settembre 2017

[8] David Baker, Nuclear Weapons, Haynes, 2017

[9] Op. Cit. Baker

[10] Op. Cit. Gabellini. Si veda anche la scheda della famiglia Popeye sul sito www.missilethreat.csis.org

[11] Russel Harth e Stephen Harth, Modern tanks and AFVs. 1991-Present fighting vehicles, Amber Books, 2019

[12] SIPRI, The SIPRI top 100 armsproducing and military services companies, 2018, www.sipri.org

[13] Sigrid Lipott, La difesa antimissile israeliana punta sull’Arrow 4, www.analisidifesa.it, 13 Ottorbe 2017

[14] Stijn Mitzer, The Oryx Handbook of Iranian Fighting Vehicles, www.spioenkop.blogspot.com, 9 Gennaio 2020

[15] Franco Iacch, Iran, ufficiale: Mosca ha consegnato l’ultimo S-300, www.difesaonline.it, 13 Ottobre 2016

[16] Op. Cit. Russel Hart e Stephen Hart

[17] Giuliano Da Fre’, Gli aspetti navali della crisi Iran-Usa, www.portaledifesa.it, 8 Genaio 2020

[18] Eleonora Ardemagni, Golfo: droni e “sovranità”, la mossa regionale degli houthi, www.ispionline.it, 17 Settembre 2019

[19] Si veda la scheda del missile Sejil, due stadi a propellente solido e con 2000km di raggio stimato, su www.missilethreat.csis.org, per lo sviluppo del quale si sospetta tra l’altro assistenza cinese.

[20] Gianandrea Gaiani, Se l’Iran punta di nuovo sulle armi nucleari, www.analisidifesa.it, 9 Gennaio 2020

[21] Redazione RID, I missili dell’Iran, www.portaledifesa.it, 8 Gennaio 2019

[22] Andrea Mottola, Teheran presenta il missile balistico tattico RA’AD-500, www.portaledifesa.it, 14 Febbraio 2020

[23] Stijn Mitzer, The Oryx Handbook of Iranian Ballistic Missiles and Artillery Rockets, www.spioenkop.blogspot.com, 6 Ottobre 2019

[24] Stijn Mitzer, The Oryx Handbook of Iranian Drones, www.spioenkop.blogspot.com, 20 Settembre 2019

[25] Stijn Mitzer, List of Iranian Arms and Equipment Supplied to Houthi Militants in Yemen since 2015, www.spioenkop.blogspot.com, 25 Settembre 2019

[26] Reuters, Coronavirus and sanctions hit Iran’s support of proxies in Iraq, reuters.com, 2 Luglio 2020

[27] Si veda l’impatto sul livello di addestramento e di prontezza militare: AGI, Una nave iraniana è stata affondata dal fuoco amico durante un’esercitazione, agi.it, 11 Maggio 2020

[28] Gianni Dragone, Turchia: terzo mercato per l’export di armi italiane, www.ilsole24ore.com, 15 Ottobre 2019

[29] Redazione Nigrizia, Somalia: la Turchia apre la più grande base militare fuori dai suoi confini, www.nigrizia.it, 2 Ottobre 2017

[30] Giacomo Cavanna, LHD Anadolu, www.aresdifesa.it, 10 Gennaio 2020

[31] Ryan Gingeras, The Turkish navy in an era of great power competition, www.warontherocks.com, 30 Aprile 2019

[32] Gianandrea Gaiani, La Turchia è ufficialmente fuori dal Programma F-35, www.analisidifesa.it, 18 Luglio 2019

[33] In corso d’ordine, con notevoli ritardi di produzione (si richiede incorporino un vasto ammontare di componenti prodotti in Turchia) un’aggiunta di sei Tipo 214, moderni sottomarini di concezione tedesca. Si veda Chris Bishop e David Ross, Submarines, World War I to the present, Chartwell Books, 2016

[34] Op. Cit. Ryan Gingeras e Gareth Jenkins, Turkey’s first MILGEM warship launched in Istanbul, www.jamestown.org, 29 Settembre 2008

[35] I limiti dell’industria turca rischiano di impattare negativamente qui: senza componentistica di origine americana, è difficile portare a termine anche la produzione di elicotteri ATAK, versione turca del Mangusta. Andrea Mottola, Il Pakistan vira sullo Z-10 cinese, www.portaledifesa.it, 4 Marzo 2020

[36] Andrea Mottola, Turchia a caccia di partner per il caccia TF-X, www.portaledifesa.it, 16 Gennaio 2020

[37] Marco Giaconi, Le Guerre degli altri. Piccoli e grandi eserciti del mondo, Paesi Edizioni, 2019

[38] Op. Cit. Giaconi

[39] Stefano Carrer, Turchia, arriva il sistema missilistico russo S-400, tensione nella Nato, www.ilsole24ore.com, 12 Luglio 2019

[40] Op. Cit. Russel Hart e Stephen Hart

Si è laureato in Economia presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 2011. Dopo un’esperienza di cooperazione in Egitto durante le elezioni parlamentari dello stesso anno, inizia a collaborare con diverse riviste di Studi internazionali («Affari Internazionali», «Eurasia», «ISAG – Geopolitica» e altre). Si occupa di storia ed economia politica nonché di strategia e affari militari con un forte focus sul mondo arabo e islamico e sullo spazio post–sovietico, sia come analista che come appassionato viaggiatore.

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