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La Globalizzazione cinese: le conseguenze del riequilibrio marittimo

La Globalizzazione cinese: le conseguenze del riequilibrio marittimo

In questo appuntamento con la Globalizzazione cinese ci dedichiamo all’analisi delle capacità militari della marina cinese. Capacità che hanno portato il braccio della Repubblica popolare ad estendersi verso mari sempre più lontani.

Gli interessi globali e regionali possono aiutarci a comprendere quindi le cause del riequilibrio marittimo ed a prevedere alcune sue possibili future conseguenze. Per quanto siano diverse le visioni abbiamo visto che in tempi recenti entrambe possono spiegare in modo convincente la grande importanza riservata alla Marina da parte della Cina.

Se si guarda agli interessi regionali è facile prevedere come particolare attenzione sarà riservata da parte della Marina cinese ad un eventuale conflitto con Taiwan con enfasi nelle esercitazioni su sbarchi anfibi e sull’interdizione marittima per la creazione di un blocco navale atto ad impedire l’intervento esterno in aiuto di Taipei.

In effetti i grossi investimenti cinesi nella produzione dei famigerati trimarani stealth di classe Type 022, meglio noti come Houbei, e quelli nel settore missilistico sembrano andare proprio in questa direzione[1]. In particolare, i trimarani Houbei entrati in servizio nel 2005 sembrerebbero pensati apposta per il sostegno ad uno sbarco ed al successivo blocco navale. Il basso pescaggio, solo 1,5m, permetterebbe infatti di sostenere azioni militari molto vicine alla costa ed al contempo di essere immuni ad attacchi di siluri sottomarini mentre la forma dello scafo permette velocità elevate e possibilità di navigazione anche in mari molto mossi.

Inoltre, la natura marcatamente stealth dell’imbarcazione con le aperture esterne frastagliate si sposa con la presenza di due lanciatori incorporati nella poppa in gradi di contenere un totale di 8 missili antinave o 4 missili land-attack. Questi sarebbero i C-803 (YJ-83) antinave in grado di correggere la propria traiettoria in volo e di colpire ad una distanza di circa 200km. In caso di attacco controcosta, invece, i missili sarebbero i C-805 (YJ-85) oppure i più recenti e potenti Hong Niao HN-3 con una portata tra i 1200 e i 2000km anche se fonti cinesi sostengono improbabili ma possibili 3000km. Gli HN-3 possono anche essere dotati di testata nucleare tattica. A bordo è montato anche un radar 3D per la scoperta aerea fino a circa 8000m e per la scoperta navale fino a circa 100km. Tutto questo gestito da un equipaggio di solo 12-14 uomini rende queste navi molto furtive e minacciose e idonee sia alla difesa costiera che all’interdizione navale il che le rende perfette proprio per un teatro come quello di un’eventuale invasione di Taiwan.

Gli Houbei sono particolarmente temuti dalla marina USA perché per contrastarli è necessario uno spiegamento di forze aereonavali molto consistente e prima di poterne mettere fuori uso una unità essa sarebbe in grado di effettuare molti danni anche su navi molto più grandi ed importanti. Inoltre le grandi capacità di produzione di queste unità dell’industria navale cinese, circa 10 all’anno in costante crescita, non consentirebbero tregua ad un’eventuale forza navale ostile presente nei mari cinesi.

Queste unità sono perfette anche per il pattugliamento e la difesa delle isole sulle quali sono aperte controversie marittime. Il che ci porta al secondo interesse regionale che spiegherebbe i grandi investimenti cinesi nella modernizzazione dei trimarani. Altri investimenti prevedibili in questo senso sarebbero quelli per i sottomarini, anch’essi utilissimi per nell’eventualità di un blocco navale. Il recente annuncio da parte della Marina cinese del primo sottomarino senza equipaggio[2] che dovrebbe essere varato ottimisticamente nel 2020 conferma questa ipotesi.

Anticipando la marina USA su quest’innovazione i cinesi potrebbero respingere in modo molto efficace incursioni sottomarine di Echo Voyager della Boeing e dei sistemi Orca della Lockheed sui quali gli Stati Uniti stanno investendo molto. Inoltre, da anni ormai particolari sforzi vengono compiuti per lo sviluppo di sottomarini a propulsione convenzionale, molto più silenziosi dei più diffusi a propulsione nucleare e per questo più adatti a operazioni di interdizione. La produzione su vasta scala nei primi anni novanta dei Song Type 039, sottomarini a propulsione diesel-elettrica equipaggiati con missili YJ-82, predecessori dei già citati YJ-83, confermano le nostre ipotesi. Tra il ’93 ed il 2002 ai Song vennero affiancati i sottomarini di produzione russa Kilo, considerati tra i più silenziosi al mondo. Questi grossi investimenti sui sottomarini si collocano nell’ambito delle tensioni con Taiwan del 1993 con la pubblicazione delle tesi sulla riunificazione nazionale della Cina e del 2002 con la vittoria del DPP alle elezioni presidenziali. La questione Taiwan sarebbe quindi centrale.

Nell’ambito della crescita del settore missilistico come conseguenza degli interessi regionali cinesi abbiamo invece il caso del Dong Feng 21[3]: missile di concezione ibrida tra il balistico ed il manovrato con una gittata stimata di circa 1500km (oltre i 2000 per le autorità cinesi) capace di colpire ed affondare una portaerei grazie al suo sistema di pilotaggio remoto. Le difficoltà sono tante ed alimentano i dubbi sull’effettiva efficacia di un missile di questo tipo mentre la propaganda cinese ha spinto molto nel 2011 sul possesso di queste armi. I dubbi riguardano la capacità effettiva di manovra di tali missili in quanto alla loro velocità di crociera di circa 10 mach, oltre i 12000km/h, l’attrito dell’aria in fase di manovra sarebbe talmente alto da farlo disintegrare.

Nonostante le conoscenze sui materiali e sui nuovi polimeri in gradi di resistere a sforzi elevati stiano procedendo anch’essi a grande velocità sembra difficile credere che la Cina potesse aver effettivamente sviluppato il missile che tanto stava propagandando ma gli USA si mostrarono all’epoca molto preoccupati dall’azione di una portaerei cinese dotata del DF-21. Dopo qualche anno, il DF-21 è scomparso dai radar e nemmeno i cinesi ne propagandano più le capacità ma lo U.S. Army se lo ricorda molto bene e forse era proprio questo l’obbiettivo della Cina: la deterrenza. E proprio la deterrenza è il motore delle molte esercitazioni condotte dall’EPL in mare. Il messaggio è chiaro: non disturbateci nelle nostre acque.

Le infrastrutture

Se si guarda invece al riequilibrio marittimo tenendo conto degli interessi globali della Cina ci si potrebbero aspettare documenti interni che dedichino molta attenzione alla sicurezza marittima o alle operazioni di scorta di imbarcazioni civili anche in mari lontani stabilendo un perimetro potenzialmente globale ma variabile per le operazioni della Marina cinese atte a garantire la sicurezza delle imbarcazioni provenienti o dirette in Cina. Ciò acquisisce sfumature di realtà se si pensa allo sforzo della MEPL nel contrasto della pirateria somala nel Golfo di Aden, proprio nel punto di partenza della già citata ed importantissima rotta commerciale che collega la Cina all’Africa ed al Medio Oriente attraverso l’Oceano Indiano o alle vaste esercitazioni congiunte con la marina dell’Iran nello stretto di Hormutz[4], punto critico per il passaggio nel Golfo Persico sulle cui acque Qatar, Kuwait, E.A.U. ed Arabia Saudita producono barili e barili di petrolio di cui la Cina ha sempre più sete come abbiamo visto.

Ci si potrebbe aspettare inoltre il finanziamento di grandi opere lungo la rotta nell’Oceano Indiano per poter facilitare il viaggio delle navi da e per la Cina. Così si spiega la strategia del «Filo di perle»: così nel 2005 Booz Allen Hamilton definì la strategia cinese della costruzione di infrastrutture civili come porti, oleodotti, strade, gasdotti in paesi esteri sulla rotta dell’Oceano Indiano in modo da poterne garantire la sicurezza. A partire dai porti birmani di Basseim e Akyab, passando per Chittangong in Bangladesh e dal Baluchistan pakistano il «filo di perle» cinese viene tessuto grazie all’intreccio di cooperazione commerciale ed infrastrutturale e partnership strategica con i vari stati che si trovano sulla rotta che connette il Mare Cinese Meridionale al Mar Rosso.

Come giustamente nota Dolores Cabras «Il caposaldo della far sea defence strategy cinese e la sua nuova strategia oceanica cinese sembrano ricalcarsi sulle teorie Mahaniane sulla strategia marittima»[5]. Pechino si sta lentamente conquistando il suo «posto al sole» grazie agli investimenti in grandi infrastrutture nei porti e sulle coste più strategiche trasformando lentamente queste basi «dapprima in importanti snodi commerciali, poi in teste di ponte e sicuri avamposti militari per la propria Marina»[6]. L’orientamento geopolitico cinese quindi si riflette nella strategia adottata nella gestione delle rotte passanti per l’Oceano Indiano e lo Stretto di Malacca. Infatti, il «filo di perle» della Cina che come abbiamo detto passa dai porti in Birmania ed in Bangladesh alle coste dello Sri Lanka fino al porto di Gwadar in Pakistan sembrerebbe tessuto appositamente per accerchiare l’India contenendola dal punto di vista marittimo.

La logica spiegazione di questa strategia è la neanche troppo celata volontà cinese di garantirsi l’accesso all’oceano Indiano senza che il paese che da il nome a quelle acque possa eventualmente intervenire per bloccare i commerci cinesi nell’area con effetti devastanti sotto tutti i punti di vista per la Repubblica Popolare. Sotto quest’ottica le infrastrutture finanziate da investimenti cinesi nelle aree portuali svolgono la doppia funzione di scali commerciali e di possibili basi militari che permetterebbero alla Marina Militare Cinese di estendere la propria influenza sui mari più lontani e strategici.

Nell’ambito della costruzione di grandi opere ricade la questione del canale nell’istmo di Kra in Thailandia che permetterebbe alle navi di risparmiare circa 1200km nei viaggi verso i porti cinesi e permetterebbe anche di bypassare lo stretto di Malacca, uno dei colli di bottiglia sulla rotta insieme a quello di Hormutz e quello di Bad al Mandeeb che preoccupano la Repubblica Popolare e ne costituiscono uno dei principali problemi geopolitici. Ma mentre su Hormutz e Bad al Mandeb la Marina cinese è già presente con la motivazione della guerra alla pirateria somala, sullo stretto di Malacca non può svolgere facilmente operazioni marittime per la forte presenza della marina indiana che, preoccupata dall’espansione cinese e di certo non favorevole alle mosse geopolitiche di Pechino nell’oceano Indiano, sta cercando di rompere l’accerchiamento del «filo di perle» e la politica di contenimento ai suoi danni.

Proprio l’India[7] infatti con un dispiegamento anche modesto di forze navali potrebbe facilmente tagliare i rifornimenti cinesi chiudendo lo stretto di Malacca. Nuova Delhi usa questa minaccia come punto di forza nelle relazioni con la Repubblica Popolare. Dall’altra parte con l’apertura del canale nell’istmo di Kra oltre a portare al proprio fianco uno degli storici alleati di Washington nell’area, la Thailandia, la Cina si garantirebbe una via migliore per i propri rifornimenti. Un’altra alternativa per bypassare l’India sarebbe quella di far approdare nei porti pakistani le merci provenienti dal Medio Oriente ed indirizzarle poi via terra verso la Cina.

I sempre più stretti rapporti con il Pakistan rispondono infatti precisamente a questa esigenza: gli oltre 200 milioni di dollari investiti da Pechino per la strada che connette Karachi a Gwadar dove si trova il porto strategico alla cui costruzione hanno contribuito grandi numeri di lavoratori cinesi ne sono la prova. Proprio per tutto questo l’India è uno dei principali sponsor contro il progetto del «filo di perle» e contro tutte le infrastrutture della Nuova Via della Seta. Sempre più accerchiata da queste infrastrutture strategiche di proprietà dei cinesi, l’India sta cercando in tutti i modi di contrastare i piani di Pechino[8]. A rendere la situazione ancora più complicata tra i due giganti asiatici si inseriscono una serie di questioni delicate come l’alto tasso di nuclearizzazione dell’area con la zona calda del Pakistan, forte alleato cinese sempre più militarmente minaccioso nei confronti dell’India da quando gli USA di Obama hanno deciso di delegare a Nuova Delhi il controllo dell’Afghanistan, oppure la questione della guerriglia marxista sul territorio indiano che si sospetta essere finanziata proprio dal PCC o ancora il Tibet, incastonato sul confine sino-indiano che nel complesso sembra comunque stabile. La geocompetizione tra i due giganti asiatici segnerà sicuramente la strategia cinese negli anni a venire.

Sempre gli interessi globali cinesi potrebbero spiegare anche il particolare attivismo della Cina nel sud est asiatico e la questione delle Paracelso e Spratly che vengono considerate strategiche proprio per garantire sicurezza alla rotta commerciale che passa di lì.

Altra previsione che si potrebbe avanzare tenendo conto degli interessi globali includerebbe l’argomento degli investimenti cinesi per l’acquisizione di mezzi con avanzate capacità antiaeree, cioè che siano in grado di agire al di fuori del perimetro entro il quale è garantita la copertura dei sistemi di difesa antiaerea sulle coste cinesi. In effetti gli investimenti nel settore missilistico e per l’acquisizione della tecnologia per poter produrre delle portaerei proprie sembrano andare proprio in questa direzione con la recente costruzione della Shandong.


[1] J. Gambelli, Trimarani d’attacco cinesi, «Rivista Italiana Difesa» 10 (2012), pp.46-51;

Eugenio Po, Le unità cinesi classe HOUBEI, «Rivista Italiana Difesa» 6 (2011), pp.58-61.

[2]La Cina rivoluziona la guerra navale: pronti i sottomarini senza equipaggio

[3] E. Bonsignore, DF-21D: la Cina fa sul serio?, in «Rivista Italiana Difesa» 9 (2013), pp 36-39

[4] F. Esposito, Nello stretto di Hormuz si decide la partita fra Stati Uniti e Iran, «Limes» 4 (2006).

[5] D. Cabras, Il ritorno dell’Impero di mezzo, Rende (CS) 2013, pp. 48-50

[6] Ibidem

[7] F. Sisci, Un triangolo Cina-India-USA?, «Limes» 4 (2005).

[8] A. Tani, La rivalità geostrategica fra India e Cina, «Rivista Italiana Difesa»

5 (2012), pp.64-71.

Nato in Valtellina nel 1996, conclusi gli studi liceali a Tirano si iscrive alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell'Università degli Studi di Milano conseguendo la laurea triennale in Scienze Sociali per la Globalizzazione nel 2019 con una tesi sulla strategia cinese nella globalizzazione. Appassionato di musica e diplomato come Fonico Sound Designer, lavora come tecnico audio in grandi eventi. Il poco tempo che non dedica a lavoro e studio lo riserva alla lettura ed alla montagna.

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