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La guerra in Afghanistan: una disfatta lunga vent’anni

Afghanistan Talebani

La guerra in Afghanistan: una disfatta lunga vent’anni

Amedeo Maddaluno, cofondatore e membro del board direttivo del nostro centro studi, ha recentemente pubblicato il saggio “Afghanistan – Il ritorno dei Talebani”, edito da Goware, sempre più tra le case editrici di riferimento nel nostro Paese per i testi geopolitici. In occasione del ventesimo anniversario dell’intervento occidentale nel Paese centroasiatico che ha confermato di essere la “Tomba degli Imperi” ve ne riproponiamo un estratto.

Fingiamo che il governo di Kabul – per quanto alleato, anzi fantoccio dell’Occidente – non fosse stato corrotto fino al midollo e in preda agli eterni signori della guerra del feudalesimo afghano, i gattopardi che controllano il Paese dai tempi del jihad antisovietico degli anni Ottanta.

Fingiamo che i talebani – a loro volta molto più interessati al narcotraffico che non al ripristino di un puro e pio Islam delle origini – non godano di un consenso reale tra la popolazione del Paese, specie nelle aree popolate dall’etnia pashtun ma anche ovunque vi sia insofferenza verso la voracità e l’inefficacia dei funzionari del governo internazionalmente riconosciuto. Evitiamo poi di parlare dell’appoggio tribale, logistico e di intelligence del quale i talebani afghani hanno potuto godere in Pakistan, custodendolo come segreto di Pulcinella: il Pakistan alleato degli USA sin dalla Guerra Fredda!

Chiamarla “missione di pace” e non “guerra” quando si è sotto il fuoco nemico, e quindi puntando non all’annientamento del medesimo ma all’agognata ritirata, dà a quello un vantaggio non solo psicologico e sul piano del morale, ma concretamente militare: egli sa che gli basterà aspettare un lustro in più, un anno in più, un mese in più, una vittoria già certa.

In una “missione di pace/di nation building” vi è un po’ meno enfasi sulla caccia al nemico – che comunque può alla bisogna riparare sui monti del Pakistan. Si arma e si addestra la polizia e l’esercito satellite, sperando che a quegli uomini venga voglia di combattere (possibilmente contro i talebani e non volgendo le armi contro i propri “alleati”) e di combattere per lealtà a uno Stato che Stato-Nazione non lo è mai stato, e non invece al proprio gruppo etnico, al clan, al patrono locale. Si mettono in atto missioni “reattive” uscendo dal fortino per respingere un attacco, riconquistare il terreno perduto, al massimo per qualche azione di decapitazione dei vertici nemici – quelle però sono condotte da droni.

Attenzione: non stiamo sostenendo la tesi infondata che in vent’anni USA e alleati non abbiano condotto missioni offensive, né che le loro truppe satelliti locali non abbiano combattuto né registrato perdite in quantità (anzi, per rispetto ai caduti vanno riconosciute). Stiamo constatando gli effetti velleitari di queste operazioni che possono aver riportato qualche successo tattico nel quadro di un annunciato – e voluto – disastro strategico. Gli USA sembrano aver voluto davvero combattere in Afghanistan a cavallo tra il 2010 e il 2011, quando comunque, stando a quanto sappiamo, il numero di truppe statunitensi non superò quello delle truppe sovietiche

Sappiamo tutti come andò a finire da quelle parti, per l’URSS Nessuna lezione appresa? Con al massimo 100.000 uomini non si controlla un Paese come l’Afghanistan, al di là delle singole fasi e stagioni offensive. Con 100.000 uomini si controllano al massimo le principali strade e i principali centri urbani, gestendo specifiche offensive di volta in volta.

Schierando così pochi uomini su un territorio vasto e dalla complicatissima orografia non solo non si possono assestare colpi decisivi al nemico, ma gli si segnala di non volergliene assestare: proprio gli errori già commessi dai sovietici, al di là di tattiche più o meno efficaci. Non lo si segnala solo al nemico, ma anche alla popolazione civile – la quale sa già chi sarà il vero vincitore: se i soldati americani possono andarsene, i civili afghani no, e quindi si attivano per collaborare con il futuro padrone del Paese

[…]

Quale è stata, in Afghanistan, la vera posta in gioco? Parliamo di geopolitica senza addentrarci nei tortuosi meandri del retroscenismo sulla caccia a Bin Laden, morto nella sua villetta in una sonnacchiosa cittadina pakistana (pakistana!), quasi un “borghese piccolo piccolo”. Portare gli stivali in Afghanistan serviva a

mostrare all’opinione pubblica americana ed europea di “stare davvero facendo qualcosa” contro il terrorismo, e di usare questa narrazione per piantare la propria bandiera nel cuore del continente eurasiatico, nell’area più caotica del “Grande Medio Oriente”.

Da subito, l’obiettivo principale non è stato in realtà l’Afghanistan, ma l’Iraq, e cioè l’Oriente Vicino! Ora che il Grande Medio Oriente e l’Oriente Vicino non presentano più forze nemiche in grado di sfidare gli USA frontalmente, basta portare avanti la strategia del leading from behind, delegando la tutela dell’area ora ad alleati, ora a satelliti, e favorendovi il più possibile il caos. La Cina la si affronta dall’Indopacifico, non dall’Asia Centrale: benissimo, dunque, che il grattacapo di un Afghanistan instabile al confine con il Sinkiang sia tutto sulle sue spalle, e su quelle di Mosca e di Teheran: mai vi fu momento più propizio per il disimpegno dal Paese. La narrazione dello “stare facendo qualcosa contro il terrorismo e per il futuro degli afghani”, via via sempre meno utile, sarà presto dimenticata.

Troppa spesa per una semplice “narrazione”? Non è stata una semplice narrazione: è stato l’effetto di un momento strategico in cui l’intervento diretto del Grande Medio Oriente era la strategia USA. Non è stata nemmeno troppa spesa, o meglio, è stata immane sul piano finanziario, ma sul piano militare in realtà non andò mai oltre i 100.000 uomini. Utile sottolineare come, al picco massimo, le truppe statunitensi schierate in Afghanistan ammontavano al massimo alle circa centomila unità, pari più o meno a quelle schierate dai sovietici– usciti sconfitti, con tali numeri, dal Paese – e ben distanti da quelle impegnate in Vietnam.

Si è laureato in Economia presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 2011. Dopo un’esperienza di cooperazione in Egitto durante le elezioni parlamentari dello stesso anno, inizia a collaborare con diverse riviste di Studi internazionali («Affari Internazionali», «Eurasia», «ISAG – Geopolitica» e altre). Si occupa di storia ed economia politica nonché di strategia e affari militari con un forte focus sul mondo arabo e islamico e sullo spazio post–sovietico, sia come analista che come appassionato viaggiatore.

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