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La partita geopolitica del vaccino

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La partita geopolitica del vaccino

La grande corsa al vaccino per il Covid-19 è entrata nella fase cruciale. Il consorzio Pfizer-BioNTech ha annunciato la disponibilità di un vaccino efficace nel 90% dei casi; la Russia di Vladimir Putin ha rilanciato sottolineando come lo Sputnik V, il vaccino nazionale, arrivi al 92% nella fase tre di sperimentazione; dagli Usa Moderna, altra azienda al lavoro insieme ai National Institutes of Health per lo sviluppo di un vaccino basato sull’Rna, fa sapere di non essere indietro rispetto a Pfizer nel percorso verso la richiesta; nelle scorse settimane il Ministro degli Esteri di Xi Jinping, Wang Yi, ha compiuto un lungo viaggio nel Sud-Est asiatico, che lo ha portato a toccare Cambogia, Laos e Thailandia promuovendo la causa dei quattro vaccini prodotti e in via di sperimentazione dall’Impero di Mezzo.

Se già a inizio pandemia si indicava nell’agognato vaccino l’obiettivo centrale della competizione politica tra le potenze del pianeta attive nel contrasto alla pandemia e un fattore di grande valore strategico per la nazione che per prima sarebbe riuscita a conquistare un vantaggio decisivo, ora che la corsa al traguardo è ricca di contendenti l’elemento competitivo si intensifica, così come la sfida a giocare d’anticipo piazzando a partner commerciali e alleati la massima quantità possibile di dosi, come in un grande gioco di future, nell’attesa di diventare la prima contendente a portare il vaccino sul mercato.

Il vaccino ha una sua geopolitica e una sua geoeconomia. Discuterne significa discutere della grande scommessa,la grande cambiale che tutte le economie più sviluppate del pianeta si sono impegnate a sottoscrivere: da un lato, accettare di sobbarcare i costi, gli impegni e il capitale politico necessario a partecipare al finanziamento e alla promozione della ricerca del vaccino, dall’altro puntare sostanzialmente tutto sulla sua pronta entrata in vigore per riportare le società guidate dall’ordinatore economico al business as usual. Eccezion fatta per la Cina, che ha contenuto la pandemia con metodi tempestivi e draconiani, le società occidentali hanno faticato a interiorizzare la necessità di prevenire il rischio e convivere con i ritorni di fiamma della pandemia, subendo uno schiaffo sonoro dalla seconda ondata. Fattispecie che ha reso il vaccino ancora più necessario di quanto già fosse in partenza.

La corsa al vaccino è caleidoscopica e può apparire contraddittoria. Assomma dentro di sè multilateralismo e unilateralismo, proiezione strategica dello Stato e dipendenza dalle catene del valore della globalizzazione, porta a un ampio, legittimo dibattito sulla conciliabilità tra salute pubblica e profitto privato. Da mesi il Covid-19 ricorda all’umanità la necessità di creare una capacità politica di azione contro i problemi comuni, ma quella che è ritenuta la “cura” per eccellenza divide, stimola nuova competizione. Il mondo è sempre più inquieto.

Il vaccino come terreno di competizione

Multilaeralismo e unilateralismo, si diceva. Si nota infatti un’ampia dissonanza tra le diverse strategie seguite in questi mesi dai principali promotori dei vaccini ritenuti maggiormente in grado di arrivare alla commercializzazione. La Cina, ad esempio, ha puntato sul primo modello. Le Filippine avranno accesso rapido a un vaccino cinese contro il coronavirus. Le nazioni dell’America Latina e dei Caraibi riceveranno un miliardo di dollari in prestiti per acquistare il farmaco. Il Bangladesh riceverà oltre 100.000 dosi gratuite da una società cinese. Le citate nazioni asiatiche avranno un accesso privilegiato. Soft power, hard power, sharp power: tutte le armi dell’egemonia ai tempi della globalizzazione utilizzate per perorare la causa politica cinese assieme al vaccino anti-Covid. Al contrario, gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto di voler dare la priorità esclusiva alla propria popolazione, e difficilmente il cambio di amministrazione potrà sostanzialmente cambiare rotta.

Investimenti e logistica

Le zone grigie, chiaramente, sono quelle legate alla convergenza tattica tra diversi produttori. La corsa al vaccino dà un’ulteriore spinta alla valorizzazione della necessaria presenza delle autorità pubbliche e degli Stati nel processo di innovazione e ricerca scientifica. Gli Stati “strateghi” sono tornati in campo di fronte alla pandemia, e una volta di più l’America paladina (a parole) del libero mercato e la Cina, le due potenze del “capitalismo politico”, hanno trainato la corsa.

Il governo Usa ha stanziato 1,92 miliardi di dollari (la cifra più alta stanziata fino ad ora) per incentivare lo sviluppo e prenotare 100 milioni di dosi del vaccino Bnt 162 a cui lavorano, in collaborazione, Pfizer e BioNTech, per quanto Albert Bourla, ad di Pfirzer, abbia dichiarato di aver rifiutato l’offerta, ben corrisposta dal copioso finanziamento garantito dal governo tedesco; a Novavax, come raccontato in un articolo di Start Magazine, sono andati 1,6 miliardi di dollari, mentre al contempo Washington ha finanziato AstraZeneca (che lavora con Oxford e Irbm) con 1,2 miliardi di dollari; Moderna con 483 milioni di dollari; Janssen con 456 milioni milioni di dollari.

Oltre Pacifico, SinoPharm ha messo sul piatto 300 milioni di dollari per due vaccini e una serie di donazioni milionarie sono arrivate ad altri potenziali candidati da un’ampia gamma di società pilota, venture capital e partecipate pubbliche di Pechino.

La produzione del vaccino dovrà in ogni caso appoggiarsi sul tradizionale sistema di catene del valore internazionale, scosso dalla pandemia ma ancora sostanzialmente funzionante nel ramo farmaceutico e biomedicale, chiamando nella corsa un ulteriore attore decisivo: l’India.

Le economie di scala per la produzione del vaccino dovranno dunque fare riferimento agli impianti già esistenti. Valorizzando nella catena produttiva il grande Paese asiatico. Come ha ricordato recentemente il Guardianè l’India a disporre del 60% della capacità produttiva assoluta di vaccini e farmaci, e dunque a poter risultare la nazione decisiva in questo frangente.

E come ricordato su “Kritica Economica“, i colossi indiani della manifattura farmaceutica (Dr. Reddy’s, Bharat, Biological E, Serum Institute) hanno già firmato accordi con gli attori del big tech attivi nella corsa al vaccino (dalla Johnson&Johnson alla AstraZaneca, passando per la Russia con il suo Sputnik V) per concordare la produzione di almeno due miliardi di dosi dei futuri vaccini. Pfizer non ha sciolto definitivamente la riserva, ma in caso di vittoria della corsa difficilmente potrà fare diversamente.

La corsa a legami privilegiati col governo indiano è già una priorità per molti Stati e case produttrici, e di questa faccenda rischia di non potersi affatto giovare Pechino, rivale strategica di Nuova Delhi, che non a caso ha provato a giocare d’anticipo su più continenti e mira a costruire nuovi impianti sul fronte interno.

E stiamo per ora parlando di tutto ciò che avverrà prima della sfida globale della distribuzione del vaccino in tutto il mondo, un’impresa che si preannuncia colossale e in cui l’elemento di intervento statale e la proiezione competitiva sicuramente riaffioreranno: DHL ha stimato che per portare in tutto il mondo il vaccino potrebbero essere necessari 15mila voli di cargo intercontinentali contenenti in tutto 15 milioni di contenitori. Per fare un paragone tra necessità e disponibilità, l’intera flotta di aerei cargo negli Stati Uniti è di circa 900 unità: serviranno sinergie molto complesse data la gara che si scatenerà per accaparrarsi le prime dosi.

Vaccino per tutti o “for profit”?

L’ultima questione importante che giocherà un ruolo fondamentale nella partita politica delle potenze desiderose di avvantaggiarsi nella corsa “geopolitica” per il vaccino sarà il controllo della narrazione sulla distribuzione di quello che sarà considerato un bene pubblico globale. I contratti di prelazione firmati da diverse case prevedono la vendita di molte dosi agli Stati a prezzi che consentono il semplice pareggio dei costi sostenuti e non impongono alcun profitto prima della seconda metà del 2021.

Pfizer e BioNTech hanno scelto la strada del vaccino “for profit”, ritenendo di poter incassare fino a 13 miliardi di dollari nel 2021 e giustificando la mossa col fatto di aver accelerato la corsa con grandi investimenti; Johnson&Johnson e AstraZaneca, invece fanno pagare dai 3 ai 5 dollari a dose i loro futuri vaccini (contro i quasi 20 di Pfizer) chiedendo nella prima parte del prossimo anno un semplice pareggio dei progetti. La Cina ha firmato accordi simili con i Paesi con cui ha trattato e lo Stato brasiliano di San Paolo. E proprio sulla contraddizione dei vaccini “occidentali” potrebbe, in sponda con la Russia, giocare nei prossimi mesi di fronte al più grande mercato per i futuri vaccini, quello dei Paesi in via di sviluppo.

Tra dinamiche consolidate, politiche industriali, intervento degli Stati e profitti privati, dunque, la competizione per il vaccino è multi-dimensionale. La geopolitica del vaccino è altrettanto complessa di quella del Covid-19 e fonte di grande competizione: nei prossimi mesi assisteremo a una graduale escalation di una partita decisiva, nella cui colonna dei vincitori non ci sarà spazio per tutti. Per chi arriverà in ritardo il vaccino si sarà rivelato una “grande scommessa” fallimentare, con conseguenti ricadute di ordine politico ed economico.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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