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La rivoluzione sta nel kibbutz?

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La rivoluzione sta nel kibbutz?

Tra cronache di viaggio e storia, Verdiana Garau ci racconta la genesi dell’esperienza statale israeliano attorno all’esperimento socialista dei kibbutz.

Era il 2003 quando intrapresi per la prima volta un viaggio in India.
All’epoca, una ragazzina riluttante in conflitto con sé stessa e il mondo intero, in cerca di un posto dove stare, che come diceva Chaim Weizmann “Miracles sometimes occur, but one has to work terribly hard for them”, mi guadagnavo da vivere facendo un po’ la modella, un po’ la cameriera e lavorando nei backstage dei concerti heavy metal. Dopo questo primo viaggio capii che qualcosa nella civiltà andava storto. Il contatto con l’assurdità indiana, quel suo essere apocalittica ad ogni sorgere del sole, la povertà estrema e la sporcizia estrema a confronto con smodata ricchezza e il lusso, nello stesso luogo e al tempo stesso, mi fece riflettere non poco.
Pensavo agli illuminati boulevards parigini per i quali qualche mese prima andavo passeggiando, facendo casting con il mio book sotto braccio, oppure tornavano alla mente tutte quelle capricciose richieste delle star musicali americane iconizzate nei loro sontuosi costumi di scena, che quando servivo loro, dal caffè allo champagne, niente era mai abbastanza, neppure il ghiaccio. Tanto che una volta, ricordo, durante uno di quei festival estivi, mentre il manager dei Judas Priest mi inseguiva “for more ice, we need more ice!!!” dal cielo arrivò la grandine e il palco venne quasi tutto giù.
Furono anni, quelli in India, dove ebbi modo di portare all’estremo anche le mie capacità fisiche. Non avevo mai fatto trekking in vita mia, sono sempre stata una grande fumatrice e non ero mai salita ad alta quota. Ho camminato molto su per le vette himalayane e raggiunsi infine anche la strada più alta del mondo” situata a 5600 metri di altitudine al Khardung La Pass.
Durante quelle estenuanti passeggiate non si incontrava mai nessuno. Ma solo il vento. I punti di ristoro erano minimi e se ne trovava uno almeno ogni 30 km, quando si era fortunati. Spesso non c’erano mezzi e si era costretti a procedere su quelli di fortuna. Una volta cominciò a diluviare fortissimo, il monsone ci aveva raggiunti, per l’autobus era impossibile procedere, ci scaricò a tutti noi passeggeri e fui così costretta a scalare a mani nude la punta del Rohtang La Pass, sotto pioggia battente e i detriti che mi drenavano il passo da sotto i piedi (l’Himalaya pare un ammasso di sabbia non di roccia). Ero talmente stanca che pensai di morire, quando un kuli (porter) mi si avvicinò e chiese se volevo che mi portasse il pesante zaino che avevo sulle spalle su fino in cima. Mentre ansimavo riuscii a trattare per 200 rupie. Quando mi accorsi che eravamo già arrivati. Gli diedi le 200 rupie comunque e proseguii per Gramphu diretta all’accampamento di Batal.


Lungo quei tragitti i locali ritornavano verso le loro case tra gli sperduti villaggi sugli altipiani, altri avventurieri come me finivano per affittare brutte stanze in squallide guest-houses, quando si trovavano. Ad esempio a Batal c’era (quasi sicura che ci sia ancora) una grossa tenda-rifugio, un accampamento per centinaia di persone che attraversavano le montagne dirette verso le loro cittadelle o per la sosta degli animali. Gli unici coetanei e non autoctoni che con me condivisero quella che fu una notte di San Lorenzo erano alcuni israeliani. Ricevemmo un piatto di lenticchie calde e del tchai. Le donne dell’accampamento cucinavano per tutti e distribuivano coperte. Gli uomini tenevano accesi i tandoori.
Con uno di quei ragazzi israeliani ebbi una volta da argomentare, era sabato e godendomi il sole di un bel mattino decisi di estrarre dallo zaino il mio cd-player e ascoltarmi un po’ di musica. Il ragazzo mi si avvicinò e con il suo inglese pieno di erre mosce mi vietò di fatto di fare qualsiasi cosa per tutto il giorno. Era il giorno di riposo per loro ed io ero pregata di non disturbare. Nemmeno in cuffia? Nemmeno in cuffia, non era permesso utilizzare nessun dispositivo.


La conversazione non andò oltre. Ero stanca e infine pensai che in fondo potevo anche rinunciare alla musica piuttosto che fare bagarre sulle vette del Tibet indiano con un ebreo.
Il silenzio in cima alle montagne è qualcosa da ascoltare.
Sono stati per me anni bizzarri e certamente indimenticabili. L’India lascia il segno a chiunque. Luogo magico, disordinato, come in fondo lo è l’universo al quale tentiamo sempre di dare una spiegazione logica e razionale. Non avevo nemmeno mai incontrato un israeliano in vita mia. Molti furono in seguito gli argomenti (non affrontati di sabato) di discussione. Alcuni di loro si trovavano lì per un anno sabbatico, con il proposito di passare fuori e lontano dal paese di origine un po’ di tempo in libertà, dopo tre anni di dura vita militare obbligatoria. Avevano voglia di silenzio, di correre, di conoscere il mondo e non si sottraevano alla fatica fisica, non li spaventava nulla, erano anche tutti belli e forti.
Per quattro anni ho fatto avanti e indietro dall’Italia verso l’India. E sempre questi strani compagni di viaggio ricomparivano sulle mie isolate rotte in mezzo alle montagne himalayane.
Because Sharon is a peacemaker! mi gridò una donna che si stringeva forte al petto del suo compagno neo-sposo. E io dicevo loro, “ ma se ammazzate tutti quei palestinesi! O come on! Non posso crederlo, cosa pretendete?” Lei insisteva.


Capii che avevano paura. Tanta paura. Erano gli anni in cui Hamas usava gli attacchi suicida dei kamikaze palestinesi come arma contro i civili israeliani.
Spesso in contraddizione con amici ebrei, ma anche con amici antisionisti, o con amici che mi ponevano la stessa eterna domanda” ma se tutti ce l’hanno con gli ebrei, ci deve essere pure un motivo, no?” entravo in rotta di collisione.

Le vere spiegazioni non sono mai semplicistiche e alcuni argomenti vanno affrontati con il massimo della delicatezza e della discrezione.
No, non mi sono mai data pace. Quale era il motivo di tanto odio?

Perché questi ragazzi del III millennio erano obbligati alla leva militare e a difendersi dalle incursioni arabe?
Una cosa era certa: la questione si poneva fra le più difficili e antiche della storia dell’uomo.
In India, al tempo non riuscii mai veramente ad integrarmi nei loro gruppi, se ne stavano piuttosto per i fatti loro e finii per frequentare più gli indiani. Alcuni riuscivano ad improvvisare sinagoghe in cima alle montagne e molti avevano letteralmente creato piccoli borghi di commercio e caffetterie degni di frequentazione. Alzavano la qualità e il servizio, entrambe totalmente sconosciute agli indiani che solitamente, nonostante la loro siderale pace interiore, sono sporchi, impiastroni, cialtroni e lentissimi.
Ma fra gli amici più cari, ho sempre in serbo i migliori pensieri per compagni ebrei e mi capita di avere le migliori e costruttive conversazioni con loro.
Queste piccole comunità ebraiche in cima alle vette himalayane in India altro non erano quelli che tradizionalmente vengono chiamati kibbutzim.
Gruppi di ragazzi in esilio dal proprio paese, diciamo volontario in questo caso, dopo i tre anni di leva militare obbligatoria, che si riunivano e costruivano queste comunità autogestite e autosufficienti nel totale rispetto delle comunità locali. I piccoli negozi costruiti con materiali locali, semplici e funzionali, i menù dei caffè montani ricchi e sostenibili, nel rispetto delle materie prime che si potevano trovare in loco e che venivano sempre contrattate con i coltivatori del luogo quando non direttamente coltivate. La gente del posto li rispettava, sapevano che quello per loro era un business costante, non davano alcun fastidio.

E l’ebreo ama fare affari! Gli indiani sapevano di guadagnarci.
C’era sempre buona musica e musicisti, ma anche silenzio e sale di conversazione, tanti libri a libera consultazione e abiti fatti a mano a poco prezzo. I loro cortili erano puliti e ordinati, a differenza degli ammassi di spazzatura e di latrine a cielo aperto che si trovavano nei villaggi indiani a fianco.

Spesso ho anche provato a parlare con i pradan del villaggio (il sindaco) per comunicargli gentilmente la mia preoccupazione con un piglio di disappunto vedendo i bambini che giocavano in mezzo alla sporcizia e a scuola erano costretti a farla nel retro dell’edificio. I cani ammalati gironzolavano per la piazzetta principale e se un edificio crollava lo si teneva così per decenni fino a che l’universo non lo avesse ringhiottito da solo. Il fatalismo induista ha degli aspetti quasi macabri a volta. Le zone dell’Himachal Pradesh ospitano villaggi induisti, buddisti e musulmani se ci si spinge verso il Jammu Kashmir. La differenza di cultura e di gestione dei loro insediamenti è notevole a parità di povertà.
Imparai poche parole, per me era tutto nuovo e facevo ancora fatica con l’inglese. Ma loro parlavano un po’ tutte le lingue e alla fine in qualche modo si comunicava.
“Luna” Yareach, “A dopo” Acharkach” “Molto bene” Meod, “Si” Ken, “Grazie” Todah.

Cosa è un kibbutz? “Kibbutz” che letteralmente significa “raccogliere”, sono state e sono ancora oggi comuni autogestite che nacquero basandosi sull’agricoltura, l’allevamento e il lavoro campestre nelle terre della Galilea all’ inizio del secolo scorso fondate dagli ebrei più poveri costretti ad emigrare durante le diaspore.
Oggi le fattorie dei kibbutzim (plurale di kibbutz) sono per la maggior parte state sostituite da quelle a carattere imprenditoriale siano esse piantagioni o produttrici di servizi tecnologici e sicuramente spicca il carattere più individualista e meno comunitario di una volta.


I primi kibbutzim sorsero dunque con le diaspore che cominciano alla fine del XIX con la prima Aliyah, la prima ondata migratoria di ebrei che giungevano dall’Europa orientale e dallo Yemen verso la Palestina.
Vennero creati dal movimento chiamato Bilu con la seconda Aliyah (che li vede emigrare dallImpero russo) e il più antico è il Degania Alef creato nel 1909.
Fondati su ideali di vita spartana, basati sul lavoro, furono essenzialmente le prime forme di comunità socialista autogestita al cui interno confluirono gruppi militanti filomarxisti i quali ritenevano che nella società non ci dovessero essere né impiegati, ne impieganti. Al loro arrivo, al tempo dell’impero ottomano, le zone della Galilea erano aride o paludose, difficili per la coltivazione e l’insediamento e totalmente infestate, ci si poteva facilmente ammalare di tifo o di malaria.
Queste comunità diedero vita ad opere di bonifica, costruirono canali e iniziarono ad irrigare i campi recuperati. A rendere le cose più difficili gli accampamenti venivano spesso assaliti e i campi saccheggiati dai raid dei beduini e degli arabi che detestavano queste comunità di ebrei.
Con la caduta dell’Impero Ottomano e la fine della prima guerra mondiale il contesto politico mutò e grazie all’arrivo degli inglesi in Palestina le comunità ebraiche cominciarono a beneficiare del loro supporto. Cominciarono poi le persecuzioni verso gli ebrei in Europa, la cui vita veniva resa difficile sia dai turchi ottomani, sia dalla vita nei pogrom russi dai quali molti ebrei scapparono per raggiungere la Palestina, in quella che verrà chiamata poi Terza Aliyah, che venne scatenata con la rivoluzione russa la quale comporterà poi di nuovo il blocco dei flussi.
Fioriscono i movimenti politici tra i giovani, sia di destra che di sinistra e nel 1927 nasce la United Kibbutzim Movement. Vari erano i kibbutzim e differenti le affiliazioni fra questi, ma tendenzialmente in comune avevano l’ideale di comunità su stampo socialista, promuovevano la parità di genere e non esisteva il concetto di proprietà privata. Si mangiava e si discuteva tutti insieme, si lavorava per la comunità e non per spirito individualista, ciascun membro era preposto ad attendere il compito assegnatogli per competenza e a volte il lavoro prevedeva la rotazione delle mansioni tra gli stessi membri. I bambini ricevevano tutti gli stessi insegnamenti e non crescevano con i genitori, ma nelle “childrens houses” con i metapelem, ovvero degli educandi che li avevano in custodia e che si preoccupavano della loro educazione scolastica, etica e morale, in cui ogni bambino veniva trattato esattamente allo stesso modo degli altri in piena parità. I genitori potevano fare visita ai figli nel pomeriggio dopo il lavoro, prima di cena. Non tutti erano particolarmente osservanti, certamente non ortodossi, venivano conservate usanze e tradizioni religiose a discrezione di ogni singola comunità che apparivano diverse tra loro nei modi di osservare i precetti religiosi, in totale autonomia.
Intendevano più essere “monasteri senza Dio”.
Con l’avvicinarsi dello scoppio della seconda guerra mondiale i kibbutzim assunsero un ruolo preminentemente militare.
Resta il fatto che il socialismo sionista, ancora fedele negli anni più recenti ai suoi dogmi, si poggia sulla promessa del lavoro, con l’idea che i giovani ebrei potessero giungere in Palestina, durante le varie diaspore, per trovare conforto e sentirsi in salvo; si manifesta questo nelle scelte di vita che permisero alle comunità di assimilarsi al territorio e da lì creare, ma soprattutto ri-creare, una classe contadina in cui nessuno era sfruttato e in cui nessuno sfruttava e in cui il guadagno della collettività fosse redistribuito.
Giungevano soprattutto dall’Europa orientale come detto e dalla Germania.
All’inizio del secolo scorso, al primo decennio precedente lo scoppio della prima guerra mondiale, la Germania era un paese in forte ascesa insieme agli Stati Uniti ormai avanti anche alla Gran Bretagna.
Le più grandi famiglie di banchieri al mondo erano ebree e avevano preso vita e corpo le piazze borsistiche più importanti della storia come quelle di Wall Street e della City, nascevano le sovrastrutture finanziarie come le Banche Centrali e il Fondo Monetario Internazionale, nascevano le grandi metropoli, le ferrovie nel mondo, l’illuminazione cittadina.


Scrive nel 1917 un grosso esponente della finanza moderna, banchiere vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900 : “ Il nostro destino finanziario non è mai stato come oggi così strettamente legato al destino politico della Germania. Questo ha chiaramente dimostrato l’invalidità dell’idea che una compagnia privata possa rimanere indipendente dalla posizione politico-economica di un impero in tempo di guerra. Probabilmente nessuna singola banca privata tedesca ha garantito più prestiti all’impero di quanto non lo si abbia fatto noi fino ad oggi. Da questo punto di vista abbiamo certamente contribuito a finanziare la guerra.”
Tentarono di bloccare i finanziamenti, ma fu troppo tardi.
La guerra si concluse con i patti di Versailles nella totale sconfitta della Germania che vide imposte enormi sanzioni dai francesi come il divieto di utilizzo delle loro riserve auree e dei bonds per acquisti esterni. Keynes divenne furioso disse che l’embargo era già l’unico strumento valido e perfetto per imporre i termini di pace alla Germania. L’Europa era già estremamente indebitata e costringere i tedeschi a pagare anche per la riparazione significava continuare ad indebitarla e avrebbe significato trascinare tutti dentro, a cascata.
Nella stessa settimana in cui si discute sui trattati di Versailles, in Germania vengono brutalmente assassinati i socialisti Rosa Luxembourg e Karl Liebknecht.
Keynes aveva ragione. La società tedesca collassò in pochi anni, la morale aveva raggiunto il fondo, il cinismo il picco. La borghesia e la classe media evaporò. Il danaro andava più sui mercati che non negli investimenti. Erano tutti brutti segni.
Nacque il nazismo. Hitler denunciò pubblicamente i banchieri ebrei per essere colpevoli secondo lui di finanziare i politici e di aver svenduto il paese.


Alle elezioni del 1924 gli estremisti di destra e di sinistra si indebolirono, i moderati ne beneficiarono. Wilhelm Marx ne uscì sconfitto e al suo posto salì Luther, il sindaco di Essen. L’esercito fece cadere i socialisti e si alleò con la destra. Il proibizionismo negli Stati Uniti aveva raggiunto l’apice e a Londra il primo ministro Stanley Baldwin insieme a Churchill, Cancelliere dello Scacchiere, fece una scelta abbastanza senza senso che lasciò L’Europa in difficoltà. Nel maggio 1925 venne ripristinato il gold standard e riportato la parità della sterlina a quella del 1913. Keynes si indignò di nuovo. I parametri erano troppo alti. E ancora una volta aveva ragione, la Gran Bretagna non poteva permettersi di competere con la sua industria in uno scenario di convertibilità assoluta e questo causò disoccupazione e retrocessione. I dollari confluirono tutti in Germania dal resto di Europa e America in cambio delle riparazioni pagate dalla Reichsbank.


Chaim Weizmann, colui che fu presidente dell’Organizzazione Sionista, al tempo si trovava a Berlino e chiese ai banchieri fondi dall’America da destinare alle comunità ebraiche in Polonia e fece di tutto per incrementare il mercato e gli scambi tra URSS e Germania. L’antisemitismo andava crescendo e si cercava di aiutare coloro che facevano parte delle povere comunità della diaspora. Venne fondata la United Jews Appeal che coordinava il fundrising della United Appeal for Palestine. I filantropi tedeschi che aiutavano le comunità della diaspora non erano sionisti e talvolta criticavano i russi ebrei delle comunità palestinesi complici di esportare lì comunismo. Chaim Weizmann fu l’uomo, ebreo russo trapiantato in Inghilterra, che ottenne sostegno economico e politico dagli americani per la causa sionista. Vennero inaugurate università tra cui la University of Jerusalem, al cui board sedeva anche Einstein.
Ma presto nacquero alcune controversie anche all’interno del board. Alcuni desideravano che l’Università diventasse università giudaica, Einstein e Weizmann che restasse invece laica e diventasse l’istituto di politica sionista.
Pochi anni dopo, nel 1929, cominciarono le insorgenze arabe contro le comunità sioniste e il governo inglese impose restrizioni agli ebrei che avrebbero voluto emigrare dall’Inghilterra verso Israele e questo provocò le reazioni di molti compreso Weizmann che non tornò al suo posto non prima di aver ottenuto la fine della restrizione. Si sarebbe voluto tentare di trovare un accordo con gli arabi piuttosto e allo stesso tempo cera chi chiedeva che fossero ridimensionati gli ambiziosi piani, dal momento che Weizmann ovviamente non piaceva a tutti.
Hitler salì al potere dopo un paio di anni.
Le tragedie che furono annunciate in quegli anni si manifestarono in quella che è stata l’ultima e forse più disastrosa guerra del mondo e che conosciamo tutti fin troppo bene.
Infine lo stato di Israele annunciò la sua nascita nel 1948, e nel 1949 fu istituita la prima Knesset, stesso anno in cui ufficialmente inizia la guerra fredda.
La proclamazione dello stato di Israele fu riconosciuta subito da USA e USSR.
Il suo primo Ministro fu David Ben Gurion, padre fondatore dello Stato di Israele.


Leader della comunità ebraica inglese sionista con il mandato in Palestina. Fu il successore di Weizmann alla testa dell’Organizzazione Mondiale Sionista. Gurion comincia la sua carriera politica con il partito Labour sionista e poi leader del Ahdut HaAvoda, il partito moderato che diventerà in seguito il partito dell’establishment israeliana.
Ben Gurion si smarcò presto dall’USSR rivolgendo il suo sguardo più ad occidente e stringendo ottimi rapporti soprattutto con gli Stati Uniti.
Fu un grande diplomatico anche se da recenti biografie se ne evincono quei dettagli gossip che rendono tutti gli uomini ridicoli al microscopio.
Ma a pensarci bene, un piccolo stato, strategico per la sua posizione, con una economia debole, difficilmente in un contesto imperialista potrà riuscire a imporre la sua indipendenza, soprattutto se quello stato ha necessità di nascere e proclamarsi come esito riparatore di un genocidio subìto.
Pensiamo poi all’Italia. Che alla fine della seconda guerra mondiale concepì una Costituzione come risultato contrattuale tra le due iperpotenze vincitrici, USA e USSR. Ancor oggi il paese Italia fa fatica e annaspa, sempre di più da quando l’equilibrio da guerra fredda è venuto a mancare e sta perdendo la sua identità e le sue radici politiche.
Israele nacque senza costituzione.
Ma anche è facile non convenire spesso sulla politica per alcuni troppo rigida e crudele degli israeliani quando si parla di Palestina e Palestinesi.
Siamo oggi nel 2020.
La situazione è davvero logora, si fatica a comprendere come dopo più di un secolo non si intraveda la volontà di scendere a patti con gli arabi e soprattutto viceversa, che avrebbero soltanto da guadagnarci culturalmente con e per le loro società, economicamente, nella redistribuzione della ricchezza che si tradurrebbe in pace. Le rivendicazioni antiche sono diventate oggetto di nuova strumentalizzazione e Ben Gurion non c’è più.
Israele potrebbe essere un faro nel Mediterraneo, ma interessi e religioni si incrociano nel Mediterraneo generando soltanto motivazioni di conflitto dove a soffrire sono e saranno sempre i civili.
Si potrà contestare a Gurion di aver messo in piedi l’esercito, ma aveva bisogno di fare lo stato nell’allora contesto imperialista del mondo spartito a due nato dalle violenze della Shoah.
Per fare un esercito allo stesso tempo necessitava di uno stato.
E Ben Gurion fece entrambe le cose insieme, un po’ come cucinare la pasta andando in bicicletta.
Mise in piedi lo stato come se avesse avuto già l’esercito a disposizione per sconfiggere sei eserciti arabi e fece l’esercito mettendo in piedi lo stato assicurando alla sua comunità un posto dove stare sulla terra.
C’è chi lo definì più grande di Churchill, di De Gaulle o di Adenauer messi insieme, ma molto più economico, come avere quattro stanze con bagno e cucina invece di sontuosi palazzi a disposizione.
Ben Gurion finì i suoi giorni ritornando al kibbutz facendo il contadino.

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

Comments

  • silvio carrani
    11 Gennaio 2020

    Quello che contesterei a Ben Gurion , o per meglio dire ai fondatori di Israele, è di avere realizzato Israele stessa tramite ciò che al giorno d’oggi viene chiamata pulizia etnica. Immagino che sappia che un discreto numero dei tanti celebrati kibbutz si sono trovati a coltivare terre non “demaniali” , ma di proprietà di gente che è finita nei campi profughi.
    In ogni caso l’impostazione concettuale di un problema ne condiziona l’analisi ed anche le preferenze, visto che le Sue sono abbastanza chiare, nonostante un episodio come quello delle cuffie. Lei mi pare che inquadri le relazioni Israele-palestinesi secondo lo schema guerra-pace, io per similitudine, dato che perfette identità storiche sono impossibili per luoghi e tempi diversi, le inquadrerei secondo gli schemi politico-concettuali del colonialismo e dell’apartheid, in particolare per la situazione della West Bank. Se il faro che ti illumina è l’etnonazionalismo hai evidentemente poco tempo e voglia per pensare alla civiltà .Il socialismo c’azzecca poco , la paura idem.

  • silvio carrani
    11 Gennaio 2020

    Quello che contesterei a Ben Gurion , o per meglio dire ai fondatori di Israele, è di avere realizzato Israele stessa tramite ciò che al giorno d’oggi viene chiamata pulizia etnica. Immagino che sappia che un discreto numero dei tanti celebrati kibbutz si sono trovati a coltivare terre non “demaniali” , ma di proprietà di gente che è finita nei campi profughi.
    In ogni caso l’impostazione concettuale di un problema ne condiziona l’analisi ed anche le preferenze, visto che le Sue sono abbastanza chiare, nonostante un episodio come quello delle cuffie. Lei mi pare che inquadri le relazioni Israele-palestinesi secondo lo schema guerra-pace, io per similitudine, dato che perfette identità storiche sono impossibili per luoghi e tempi diversi, le inquadrerei secondo gli schemi politico-concettuali del colonialismo e dell’apartheid, in particolare per la situazione della West Bank. Se il faro che ti illumina è l’etnonazionalismo hai evidentemente poco tempo e voglia per pensare alla civiltà .Il socialismo c’azzecca poco , la paura idem.

  • silvio carrani
    12 Gennaio 2020

    Guardi che ho ben presente la logica dell’evento riparatore, che diventa un po’ meno stringente quando i conti vengono fatti pagare a qualcuno che non sia il perpetratore del torto, come ho provato ad accennare col riferimento alla proprietà precedente delle terre di molti kibbutz.I termini sono importanti ,quello che hanno subito gli ebrei con la Shoah è un genocidio, viceversa ciò che hanno subito nel 1948 e 49 i palestinesi ad opera dei sionisti con a capo Ben Gurion , contestualmente alla nascita di Israele, è stata una pulizia etnica .Per quanto se ne parli poco e tendenzialmente non in questi termini, il dato storico è inoppugnabile ed è tra l’altro dovuto al fatto che i palestinesi costituivano , a seconda che si vogliano considerare i confini della decisione ONU o quelli reali di fine conflitto nel 49, una minoranza troppo consistente se non addirittura una maggioranza per uno stato che doveva nascere ebraico, cioè ribadisco etnonazionalista. E’ un dettaglio, ma spero che lei sappia che i confini durati de facto fino al 67 erano più ampi, per Israele , di quelli statuiti dalla risoluzione ONU.Visto che era Lei a ipotizzare un possibile ruolo di faro del Mediterraneo per Israele , ribadisco che per conto mio la natura profonda dello stato in questione non sta nè nella paura, nè nel socialismo , ma nell’etnonazionalismo e in altri poco nobili fattori.
    Dopodichè potremmo andare avanti per un pezzo a sviscerare il tema sul piano politico-razionale. Di fatto ammetto che su di un piano prepolitico, quasi emotivo, ciò che mi ha spinto a scriverle è stato il fastidio di percepirla così comprensiva ed empatica verso i bastonatori (se mi permette il termine), e così poco verso i bastonati.Non so se fosse sua intenzione , ma a me è arrivato questo.
    Ringrazio il destino di non essere nato in una situazione in cui devo sottostare agli arbitri dei check-in di una potenza occupante se voglio andare da Milano a Trezzo, tanto per dire, ma non sono propenso a riflettere in termini giustificativi e/o positivi sulle ragioni e motivazioni di chi opprime.

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