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La sfida del terrorismo islamista: a che punto siamo?

La sfida del terrorismo islamista: a che punto siamo?

Il recente episodio di Londra lo conferma: quella del terrorismo islamista è una stella oramai eclissata, una sfida che nonostante la presenza di potenziali minacce ancora latenti nelle società occidentali è oramai sconfitto strategicamente, incapace di generare una sfida degna di questo nome. La pericolosità dei singoli jihadisti o aspiranti tali non diminuisce, chiaramente, ma a livello sistemico sventolare la propaganda islamofobica di fronte a episodi che appaiono estemporanei e perdenti strategicamente è un’opzione fallace. Sul tema vogliamo fare il punto riproponendovi questa analisi pubblicata da Amedeo Maddaluno lo scorso anno sul blog del direttore Aldo Giannuli, che rimane attualissima. Buona lettura!

Che ne è del terrorismo islamista che aveva insanguinato l’Europa con attacchi spettacolari costati la vita a centinaia di vittime? L’ISIS sembra quasi sparito dalla mappa geopolitica del Medio Oriente ed anche Al Qaeda – per quanto ancora presente nei conflitti afghano e yemenita nonché nel teatro del Maghreb-Sahel) non sembra vivere il proprio momento migliore, regredita ad organizzazione di narcoguerriglia non più in grado di portare i propri attacchi diretti nel cuore dell’Europa (sorta di FARC del Vicino Oriente). Il ricorso ad attacchi “inspirati” con i cosiddetti “Lupi Solitari” non è altro che la suprema dimostrazione di debolezza di queste aggregazioni terroristiche, non più capaci di mettere in atto alcunché di più strutturato.

A propria volta il numero e la mortalità di tali attacchi è andato scemando. La formula organizzativa più insidiosa – quella degli attacchi definiti “a sciame”, non compiuti né da organizzazioni gerarchiche ed estese ma nemmeno da “Lone Wolves” psicolabili bensì da microcellule di operativi e fiancheggiatori che si attivano non per ordine diretto ma spontaneamente o in base a messaggi internet resta la vera insidia maggiore – pare infatti che la casistica di presunti “Lupi Solitari” con esperienze di addestramento in Medio Oriente sia tutt’altro che trascurabile. Anche in questo caso, però il numero di attacchi è andato gradualmente scemando negli ultimi anni e negli ultimi mesi. Questa fenomenologia della fase post-ISIS è dunque marcata dal declino geopolitico e territoriale delle aggregazioni terroristiche islamiste (se escludiamo il Maghreb ed il Sahel) le quali però hanno raggiunto un obiettivo ben più profondo ed inquietante della conquista territoriale: l’aver seminato il panico nelle società europee e nordamericane – influenzando gli esiti delle elezioni politiche in senso islamofobico e scavando un solco difficilmente colmabile tra autoctoni e migranti di fede islamica. Il vero pericolo, più che non una improbabile islamizzazione dell’occidente è quello della radicalizzazione delle comunità islamiche.

L’islamismo radicale e armato, politico e militante, guerrigliero o terrorista che fosse, ha vissuto la propria stagione d’oro geopolitica tra gli anni ’80 e gli anni ’90, con la conquista dell’Afghanistan e la cacciata dei sovietici col favore dell’occidente. Sempre grazie alla distrazione delle potenze occidentali ha avuto tutto il tempo di radicarsi in Yemen – paese nel quale esistono decennali santuari di Al Qaeda – in Pakistan e nel Nordafrica. Grazie questa volta alla cointeressenza delle potenze occidentali ha potuto dilagare anche nei Balcani e arrivare ad insanguinare il Caucaso. Ha quindi, nei primi anni 2000, deciso di alzare il livello dello scontro attaccando frontalmente gli Stati Uniti d’America con gli attentati dell’11 Settembre, impegnando gli USA in una guerra sfiancante in Afghanistan della quale non si vede tutt’oggi la fine e radicandosi anche in Iraq a seguito della deposizione di Saddam Hussein. Il presunto “scontro di civiltà” tra occidentali ed islamici, tra progresso liberale/liberista ed oscurantismo sembrava la chiave di lettura definitiva del secolo XXI appena iniziato.

Poi, proprio quando l’islamismo sunnita sembrava inarrestabile militarmente e destinato a farsi forte, nei primi anni ’10, della caduta degli ultimi governi secolari del mondo arabo – Tunisia, Egitto, Libia, per tacere del potere sempre maggiore di Erdogan in Turchia – è accaduto quello che quasi nessuno avrebbe potuto prevedere: il mondo islamico e il mondo arabo (concetti tutt’altro che sovrapponibili!) hanno trovato al proprio interno anticorpi sociali e politici per reagire. Le masse arabe, demograficamente giovani (per quanto i tassi di natalità siano in calo costante e significativo in quasi tutti i paesi dell’area) sono scese in piazza durante le cosiddette “primavere” (mai termine giornalistico fu più enfatico, riduttivo e impreciso) per protestare contro governi troppo spesso inefficaci e inefficienti quando non corrotti. Sono state strumentalizzate dall’islamismo nelle sue varie sfumature – da quello politico dei Fratelli Musulmani a quello politico-militare di Al Qaeda e delle sue gemmazioni come Daesh – e si sono trovate risucchiate in gorghi che troppo spesso hanno portato a guerre civili devastanti. L’islamismo è stato quasi sempre un fenomeno esogeno ai paesi arabi più grandi ed è bene ricordarlo. Pur nati in Egitto, i Fratelli Musulmani si sostengono sull’appoggio politico turco (lo stesso AKP di Erdogan è una declinazione del loro pensiero e prassi politica) e con i danari del Qatar (che hanno molto probabilmente sostenuto anche l’ISIS) mentre i movimenti politici e jihadisti di ispirazione wahabita hanno trovato il forte sostegno e finanziamento saudita. Le armi, i volontari e i sostegni politici che hanno contribuito a strumentalizzare, a far prima deflagrare e poi degenerare i conflitti libico e soprattutto siriano sono venuti dall’esterno. La declinazione politica dell’islamismo, messa alla prova con il governo Morsi in Egitto, si è dimostrata inefficace e repressiva non meno dei governi militari. La declinazione politico-militare si è dimostrata stragista e sanguinaria. Il mondo arabo è rimasto disilluso e la reazione di quelle stesse società – che immaginavamo passive e prone ad ogni forma di “rivincita tribale dell’islamismo” è stata forte: in Iraq gli sciiti ed i curdi hanno cacciato l’ISIS, in Egitto manifestazioni oceaniche di massa hanno indebolito il governo Morsi fino a favorire il ritorno dei militari. In Siria, con il determinante aiuto russo e iraniano (altro paese islamico, ma in guerra totale contro il fondamentalismo sunnita) le truppe di terra locali – composte da siriani di varie confessioni e profughi palestinesi e spesso in collaborazione o “desistenza” coi curdi di Siria – hanno ripreso Aleppo e poi quasi tutto il paese, mentre i curdi del nord-est del paese legati a milizie tribali arabe hanno cacciato Daesh (con il supporto americano, ma sacrificandosi nelle offensive terrestri). L’islamismo ha perso la battaglia dei cuori, delle menti e dei territori dei popoli arabi. È regredito a narcoguerriglia che gestisce i traffici di droga e migranti in alcune aree dell’Africa, dello Yemen e dell’Afghanistan. Questo non significa che sia meno pericoloso – e nemmeno che rinunci al terrorismo, per quanto abbia capacità organizzative ridotte. Significa che ha perso la propria spinta propulsiva come catalizzatore di fenomeni geopolitici – quel che aveva avuto la forza di essere negli dagli anni ’70/’80 del secolo scorso fino alle rivolte arabe del 2010/2011.

Pericolo scampato quindi? Assolutamente no. L’islamismo – e gli attacchi concentrici dell’ISIS contro l’Europa, la sottile guerra psicologica fatta di attentati spettacolari e “terrore col contagocce” di sciami e lupi solitari veri e presunti, nonché la martellante comunicazione sui social media, hanno raggiunto due obiettivi ben più inquietanti: la frattura tra europei nativi e immigrati islamici – frattura che ha approfondito il solco tra l’europeo nativo – specie tra le classi medie e basse falcidiate da anni di crisi e di impoverimento causato dalla globalizzazione – e l’immigrato in generale, e l’”islamizzazione del radicalismo”.

Se non dobbiamo più temere un jihad che si fa stato e nemmeno una “islamizzazione dell’Europa” – che non è avvenuta nemmeno in decenni di immigrazione islamica né potrebbe accadere per motivi demografici (non tutti gli immigrati sono islamici e le generazioni di immigrati che si stanziano in Europa vivono un certo calo della natalità) – dobbiamo temere che le comunità islamiche europee siano interessate da fenomeni di radicalizzazione magari sostenuti dalla longa manus qatarina, turca o del jihadismo globale (radicalizzazione dell’Islam) ma soprattutto un rivolgersi all’ideologia jihadista di emarginati, disadattati o di borghesi annoiati in cerca di ribellismo (islamizzazione del radicalismo). Di più, dobbiamo temere questa elevazione dell’Islam a simbolo dell’ “altro incompatibile”, del “nemico totale”. L’islam – e lo sa bene chi conosce la storia della Sicilia o la mitezza di comunità storiche come i tartari di Romania e Polonia – non è alieno all’Europa. L’Europa è anche la sua cultura mediterranea, non solo quella nordica-protestante o francese-illuminista. Tutti i movimenti politici antislamici – dalle destre americane ai nuovi “sovranisti europei”, di concerto con le destre israeliane e le lobby ad esse collegate in Europa, investono da decenni nella narrativa dell’Islam come nemico totale per colpire il mondo arabo e l’Iran e per fomentare guerre di sapore coloniale. Guarda caso, si tratta degli stessi ambienti che vedono di buon occhio l’alleanza con l’Arabia Saudita dei paesi europei. Appaltare l’Islam ai paesi veramente oscurantisti, incentivare una narrativa del mondo islamico come monoblocco ostile e fermo all’età della pietra ha così l’effetto di una profezia autoavverantesi.

Se la società araba e le società islamiche hanno saputo reagire contro il jihadismo, per paradosso il pericolo è tutto interno alla società europea, alle sue debolezze e contraddizioni e al rapporto che questa saprà costruire con la religione musulmana. L’inadeguatezza delle classi dirigenti, la debolezza dei ceti medi e popolari falciati dalla globalizzazione e il ritirarsi delle élites globalizzate sulla propria torre d’avorio non lascia presagire nulla di buono se non un’Europa impaurita, chiusa e preda delle più brutali narrative e derive islamofobe.

Si è laureato in Economia presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 2011. Dopo un’esperienza di cooperazione in Egitto durante le elezioni parlamentari dello stesso anno, inizia a collaborare con diverse riviste di Studi internazionali («Affari Internazionali», «Eurasia», «ISAG – Geopolitica» e altre). Si occupa di storia ed economia politica nonché di strategia e affari militari con un forte focus sul mondo arabo e islamico e sullo spazio post–sovietico, sia come analista che come appassionato viaggiatore.

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