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Lingua, globalizzazione, geopolitica. Intervista a Claudio Mutti

Lingua, globalizzazione, geopolitica. Intervista a Claudio Mutti

Abbiamo il piacere di dialogare con Claudio Mutti, direttore della storica rivista di studi geopolitici Eurasia – l’unica rivista teorica di geopolitica nel panorama nazionale. Oltre ad essere uno dei maggiori esperti italiani di tale materia è uno studioso di lingue ugro-finniche e nasce al mondo della cultura come filologo. Chi dunque meglio di lui per discutere dell’intreccio tra tematiche linguistico-antropologiche e geopolitiche?

Osservatorio Globalizzazione: Professor Mutti, al linguista Max Weinreich si attribuisce la sentenza: “Una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina”. Si trova d’accordo? Quel che distingue una lingua da un dialetto è dunque la sua dignità filologica di lingua letteraria o c’è in effetti anche una dimensione politica?

Claudio Mutti: A distinguere il dialetto dalla lingua è il fatto che il primo è parlato in un’area più circoscritta rispetto alla seconda, che invece presenta una diffusione più ampia. Ora, le cause della maggiore estensione di un’area linguistica possono essere di carattere culturale, come nel caso dell’Italia, dove i grandi autori del Trecento fecero del fiorentino una lingua d’arte, successivamente adottata dagli intellettuali e dai centri di potere della Penisola. In altri casi, invece, vediamo che ad agire sono state cause d’ordine eminentemente politico, come ad esempio in Francia e in Spagna. In tali Paesi fu il potere monarchico ad imporre l’uso del dialetto usato nella corte: nacque così la lingua dello Stato e dell’amministrazione, riconosciuta dai sudditi come elemento fondamentale di unità nazionale. Non dimentichiamo, infine, l’importanza che tra i fattori di potenza dell’Impero romano ebbe la diffusione del latino: una parlata locale che con lo sviluppo politico di Roma diventò, in concorrenza col greco, la seconda lingua del mondo antico, usata dai popoli dell’Impero non perché costretti, ma perché indotti a ciò dal prestigio di Roma.

Per quanto riguarda Max Weinreich, costui non fece altro che ripetere in jiddish (“a shprakh iz a dialekt mit an armey un flot”) la stessa frase che un secolo prima il Maresciallo di Francia Louis Lyautey aveva formulata in francese (“Une langue, c’est un dialecte qui possède une armée, une marine et une aviation”).

Osservatorio Globalizzazione: E che dire invece delle strumentalizzazioni della filologia da parte della politica, per scopi nazionalistici o antinazionali: dalla surrettizia differenza tra Croato e Serbo o tra Rumeno e Moldavo, alle diatribe sulle famiglie linguistiche – le lingue ugrofinniche parenti di quelle turche come vorrebbero i panturanisti o che invece fanno storia a sé: è un fenomeno ancora ravvisabile? È la lingua che fa la nazione o la nazione che fa la lingua?

Claudio Mutti: Un caso interessante ed emblematico di strumentalizzazione politica della linguistica (più che della filologia, che è altra cosa) è quello documentato dalla mia intervista a Borbála Obrusánszky, pubblicata su “Eurasia” (luglio-settembre 2013) col titolo La controversia sull’ungherese. Ma, per venire alla questione sostanziale contenuta nella Sua domanda, ricorderò che il concetto di nazione definito sulla base dell’unità linguistico-culturale di un popolo nasce in Germania agl’inizi dell’Ottocento coi Reden an die deutschen Nation di Fichte, il quale sosteneva la connessione organica fra comunità nazionale e unità linguistica in relazione al popolo tedesco, anche se nei Reden si trovano affermazioni che consentirebbero di estendere la tesi fichtiana al caso di tutti i popoli europei). Con Fichte, comunque, si esprimeva il nazionalismo romantico, secondo il quale ad ogni unità linguistica dovrebbe corrispondere una unità statale. Così, dove l’aspirazione all’autonomia politica era ostacolata dalla dispersione della nazione in una serie di entità politiche subnazionali, il richiamo all’unità linguistica diventava fattore di unità; ma se il progetto di autonomia politica doveva confrontarsi con una formazione statale sopranazionale, allora l’enfatizzazione dell’identità linguistica veniva a costituire un fattore di disgregazione dello spazio politico europeo. Comunque, se per Fichte è la lingua a fare la nazione, per Ortega y Gasset è il politico a fare l’unità linguistica: sicuramente, egli scrive, ciò è avvenuto in Francia e in Spagna, ma anche in altri Paesi europei, dove, cito testualmente da La rebelión de las masas, “la comunità di sangue e di lingua (…) è stata effetto, e non causa, dell’unificazione statale. (…) La relativa omogeneità di razza e di lingua (…) è il risultato della precedente unificazione politica. (…) Solo rare volte, per non dire mai, lo Stato può aver coinciso con un’originaria identità di sangue o d’idioma”.

Osservatorio Globalizzazione: Lingue liturgiche, lingue imperiali, lingue franche, fino ad arrivare ai linguaggi furbeschi e gergali della malavita che originano dal Medio Evo e addirittura dall’Evo Antico: oltre la nazione e quando la nazione nemmeno c’era, le lingue hanno “fatto” la globalizzazione prima della globalizzazione? Potrebbe fornirci una sua classificazione tra queste tipologie?

Claudio Mutti: Le lingue liturgiche sono quelle che, come avveniva nel caso del latino cristiano, vengono usate nei riti e nelle funzioni di una religione; non vanno confuse con le lingue sacre, che invece sono quelle in cui si trovano formulate le Scritture delle diverse tradizioni (ad esempio il sanscrito, l’arabo ecc.). Lingue imperiali potrebbero essere dette quelle che all’interno di un’ecumene imperiale svolgono una funzione sovranazionale, alla quale gli idiomi locali non sono in grado di adempiere; tale fu il caso del latino e del greco nell’Impero Romano, dell’arabo nei primi imperi islamici, del tedesco nell’Impero absburgico e del russo nell’impero degli Zar (e poi nell’Unione Sovietica). Quanto alle lingue franche, tale termine è un calco sull’arabo “lisān al-faranj”, che significa “lingua europea”. È stata chiamata così la parlata morfologicamente semplificata e lessicalmente mista (mista di elementi per lo più italiani, spagnoli, francesi ecc.) che nei porti del Mediterraneo ha soddisfatto bisogni elementari di comunicazione fra Europei, Arabi e Turchi. Nella categoria delle lingue franche possono rientrare anche le lingue creole (risultanti dalla convivenza di coloni europei e abitanti indigeni) e, in generale, tutte quelle usate da appartenenti a comunità linguistiche diverse per comunicare fra loro. 

Quanto all’idea che sia esistita una globalizzazione ante litteram prodotta in passato da un’egemonia linguistica, ritengo che essa sia da respingere decisamente. Il sanscrito, il latino, l’arabo, il cinese sono state le lingue di altrettanti universi tradizionali, mentre l’inglese odierno, lingua del mondo globalizzato, non è altro che è un miserabile esperanto imposto dall’egemonia statunitense.

Osservatorio Globalizzazione: Una battuta sul caso dell’inglese. L’inglese può essere visto come la lingua definitiva dei commerci, imperialista più che imperiale, destinata a schiacciare le lingue nazionali come queste hanno schiacciato a loro tempo quelle locali per la propria facilità di uso e apprendimento o è una lingua che si sta progressivamente impoverendo perdendo di correttezza grammaticale e lessicale, e quindi di espressività?

L’inglese, nella sua odierna variante di lingua globale, è entrambe queste cose: una lingua piatta, rozza, dozzinale, abbrutente e, al contempo, un efficace veicolo dell’influenza statunitense. Non a caso è diventato egemone nel corso di quel “secolo americano” che ha visto la conquista statunitense dell’Europa e la diffusione della “cultura” d’Oltreoceano. Limitiamoci ad osservare l’Italia: in seguito all’annessione della Penisola all’Occidente a guida statunitense, un numero spaventoso e crescente di anglicismi e di americanismi invade la lingua italiana e gli stessi dialetti. Una percentuale consistente riguarda il mondo della musica, dei balli e dello spettacolo (da boogie-woogie e rock a show e quiz), dei giochi (da bowling e flipper a minigolf), dell’alimentazione (da fast food a pop corn e drink), dell’abbigliamento (da baby-doll e blue-jeans a montgomery e topless), dei trasporti (da guardrail e jet a scooter e terminal), delle attività produttive e commerciali (da marketing e self-service a supermarket, discount, franchising), delle professioni (da hostess e steward a baby-sitter, call-girl ed escort), dell’informatica (computer, e-mail, social network, bannare, chattare ecc.), della vita sociale (da establishment e leadership a top secret, privacy ecc.), della delinquenza (da killer, racket, pusher fino a subprime, broker ecc.) e perfino degli stati d’animo (relax, stress, suspense). Ma c’è ancora di peggio: sono penetrate nell’uso italiano anche interiezioni e didascalie fumettistiche (sigh, gulp, wow) e perfino nomi personali (William, Rudy, Jessica ecc.). Oltre all’osceno okay, addirittura l’avverbio della risposta affermativa: yes.

Osservatorio Globalizzazione: Da ultimo, una parola sull’Italiano: si dice sia la quarta lingua più studiata al mondo ed è la lingua di lavoro de facto della Chiesa Cattolica – che sbaglio o possiamo chiamare l’ultima “Istituzione Universale” rimasta? Una lingua con un avvenire insomma, anche se non se ne accorgono in primis gli italiani: che ne pensa?

Claudio Mutti: Circa il dato dell’italiano come quarta lingua fra quelle più studiate al mondo, mi consenta di nutrire un certa dose di scetticismo. Questa informazione nasce verosimilmente da un rapporto che il Ministero degli Esteri italiano commissionò una ventina d’anni fa, dal quale risultò che l’italiano era la lingua straniera scelta più spesso come quarta lingua da studiare. Oltre al fatto che il campione esaminato era alquanto ristretto, è praticamente impossibile conoscere il numero degli individui che nel mondo studiano una determinata lingua. In ogni caso, i motivi che inducono a studiare l’italiano sono di vario ordine (culturale, turistico, commerciale, familiare), per cui le notevoli possibilità rappresentate dalla nostra lingua dovrebbero far riflettere e indurre le istituzioni ad una politica linguistica e culturale più adeguata ed efficiente

Si è laureato in Economia presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 2011. Dopo un’esperienza di cooperazione in Egitto durante le elezioni parlamentari dello stesso anno, inizia a collaborare con diverse riviste di Studi internazionali («Affari Internazionali», «Eurasia», «ISAG – Geopolitica» e altre). Si occupa di storia ed economia politica nonché di strategia e affari militari con un forte focus sul mondo arabo e islamico e sullo spazio post–sovietico, sia come analista che come appassionato viaggiatore.

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