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“Lo Stato e la guerra” di Krippendorf – La nascita di Usa e Urss

“Lo Stato e la guerra” di Krippendorf – La nascita di Usa e Urss

Vi presentiamo il terzo capitolo della dettagliata analisi di Giuseppe Gagliano sull’opera “Lo Stato e la guerra” di Ekkehart Krippendorf. In questo articolo sarà studiata la nascita di Usa e Urss a seguito di eventi rivoluzionari di matrice militare e analizzato il caso degli Stati post-coloniali africani ed asiatici.

La rivoluzione statalizzata – Gli Usa

Nel saggio “Armies and Men”, lo storico militare Walter Millis scrive che gli USA sono nati attraverso un atto di violenza. Si trattò, tuttavia, di una violenza di tipo particolare in quanto univa liberazione nazionale, autogoverno e filosofia illuminista. La propaganda in favore della recisione del vincolo coloniale dalla madre patria e le spedizioni punitive inglesi, di cui fece le spese la popolazione civile inglese, mobilitarono in favore dell’indipendenza ampi strati della popolazione. La guerriglia si rivelò tuttavia scarsamente efficace contro l’esercito inglese: solo in occasione della battaglia di Saratoga (1777) portò ad un successo militare. La creazione di un esercito professionale venne pertanto avvertita come necessaria dagli indipendentisti, che si giovarono a tal fine dell’aiuto degli stranieri (nel 1778, il generale prussiano Von Steuben offrì la propria collaborazione a George Washington). L’esercito aveva però, agli occhi del gruppo dirigente di Filadelfia, anche un significato politico. Alexander Hamilton nei suoi Federalist Papers, considerava la nascita di un esercito nazionale quale garanzia di libertà. Durante gli anni della lotta rivoluzionaria anti-inglese, sorsero in America delle comunità agrarie e borghesi, caratterizzate da un’inedita democrazia consiliare.

Tale esperimento politico – della cui novità erano consapevoli sia gli Americani che gli osservatori Europei – finì tuttavia per perire di fronte alla volontà dell’élite di governi di creare una federazione forte e strutturata, che permettesse agli USA di inserirsi nel giuoco delle potenze europee. Alla strutturazione di uno Stato sul modello europeo contribuì anche la decisione di avere un esercito permanente, scelta in parte motivata come già detto da necessità militari reali ed in parte da ragioni politiche in favore di una maggiore sicurezza e di una rafforzata tutela delle libertà appena raggiunte: la ribellione di Shay del dicembre 1786 sembrò infatti confermare i timori di Madison nei confronti dell’anarchia e delle idee irresponsabili del volgo (cancellazione dei debiti, uguaglianza sociale …).

Soprattutto la nascita della marina americana proiettò il paese nel gioco della “politica planetaria” e dal 1801 in poi non ci fu anno, in cui essa non intervenne in qualche parte del globo (e sempre più spesso in più parti contemporaneamente) a tutela dei cittadini americani e del loro “onore”. Per Krippendorff questa china segna la statalizzazione della rivoluzione e la rinuncia a perseguire un modello politico alternativo rispetto a quello europeo. Un cenno merita poi il giudizio revisionistico di Krippendorff, secondo cui la guerra civile americana più che un conflitto, causato dalla volontà di liberare gli schiavi del Sud, fu una guerra per il mantenimento dell’Unione come Stato unitario, come lo stesso Lincoln dichiarò nel 1862:

Il mio scopo principale, in questa lotta, è di salvare l’Unione e non di mantenere o abolire la schiavitù. Se io potessi salvare l’Unione senza liberare un solo schiavo, lo farei; se io potessi salvarla con la liberazione di tutti gli schiavi lo farei. E se io potessi farlo liberandone alcuni ed altri no, lo farei lo stesso. E se io potessi farlo liberandone alcuni ed altri no, lo farei lo stesso. Quello che io faccio con la schiavitù e la razza dei neri, lo faccio perché credo che aiuti a mantenere l’Unione e quello che faccio, non lo faccio perché credo che non aiuterebbe a mantenere l’Unione.

La rivoluzione statalizzata – L’URSS

Anche l’Unione Sovietica nacque attraverso la violenza rivoluzionaria, sebbene in modo incomparabilmente più drammatico e con conseguenze più profonde degli USA. È incontestabile che la Rivoluzione d’Ottobre sia nata dal rifiuto, senza riserve, dalla guerra. Essa fu la prima realizzazione della speranza socialista di uccidere lo Stato, il quale sobilla i popoli gli uni contro gli altri. Tale idea è peraltro espressa in Stato e Rivoluzione di Lenin.

La distruzione dello Stato sarebbe avvenuta, attraverso la liquidazione del suo asse centrale: l’esercito. Occorre ricordare che la disintegrazione della macchina statale di guerra che culminò nella rivoluzione di Febbraio, inizialmente era partita dall’esercito, un esercito che con nove milioni di soldati ed ufficiali era rappresentativo della popolazione (maschile) russa.

Il decreto n°1 dei soviet di San Pietroburgo del 1° marzo 1917 sanzionò una serie di misure per la democratizzazione dell’esercito (diritto dei soldati di eleggere gli ufficiali, controllo delle armi da parte degli stessi soldati, riforma della disciplina militare …). Come avverte Krippendorff, non si trattava ancora della fine dell’esercito, ma comunque di un passo in questa direzione.

Dopo la rivoluzione d’ottobre e la presa del potere da parte dei bolscevichi, il processo di disintegrazione dell’esercito zarista divenne irrefrenabile. La presenza di armate bianche controrivoluzionarie sul territorio russo, quasi subito finanziate dall’estero, non lasciava tuttavia dubbi sul fatto che il nuovo ordine politico avrebbe dovuto lottare per sopravvivere. La mobilitazione popolare e l’impiego delle guardie rosse si rivelò tuttavia un fiasco e, al VII Congresso del PCUS (marzo 1918), Lenin sottolineò l’assoluta urgenza di “imparare a fare la guerra sul serio”. L’organizzazione di un esercito di tipo professionale produsse la costituzione dell’Armata Rossa, i cui criteri di funzionamento (anche per impulso dei suoi capi, Lev Trockij prima eMichaeil Tuchačevskij poi) non erano dissimili da quelli di un esercito tradizionale. Il successo del nuovo esercito fu immediato e, nel 1920, esso arrivò a pochi chilometri da Varsavia. Tuchačevskij ripristinò gerarchie e disciplina all’interno della macchina militare sovietica. Nel contempo anche lo Stato venne riedificato secondo le stesse direttrici: i bolscevichi consideravano, per ragioni ideologiche, lo Stato come qualcosa di neutro, un apparato di dominio nelle mani della classe sociale dominante; una volta appropriatosi di esso lo assoggettarono al partito (espressione politica del proletariato), il quale sul modello delle socialdemocrazie europee, aveva struttura gerarchica. Ciò diede alla nuova soggettività politica un carattere centralistico, anche contro le aspettative federative e democratiche della nuova classe dirigente.

La liberazione militar-statalizzata – Il Terzo Mondo

Il processo di decolonizzazione tanto in Africa quanto in Asia non ha prodotto formazioni sociali innovative ed alternative rispetto allo Stato; al contrario la mancanza di coraggio nello sciogliere gli eserciti di liberazione nazionale vittoriosi (i quali anzi rimasero come garanti del nuovo ordine), la circostanza per la quale spesso i processi di decolonizzazione siano stati gestiti proprio dagli ex signori coloniali, i quali imposero agli ex domini il mantenimento degli apparati militari come conditio sine qua non per la concessione della sovranità e l’influenza ideologica dell’URSS sui movimento di liberazione popolare furono i fattori principali che portarono alla nascita di Stati modellati su quelli europei. Il risultato di questo processo è stato il prodursi di circa 148 guerre sino al 1982, nell’area ancora oggi impropriamente definita Terzo Mondo. Si è trattato di guerre etniche o di secessione, inevitabili per la modifica di confini etnici giustamente considerati discutibili. Le guerre sono state alimentate anche dall’altissimo livello delle spese militari che i nuovi Stati sostengono a dispetto di bilanci pubblici “spesso in seria difficoltà”. La rapida crescita degli investimenti bellici è anzi andata di pari passo con il crollo dei sistemi monetari e l’inflazione galoppante che, soprattutto a partire dal 1973, ha afflitto i Paesi post-coloniali. Nel 1977, il Segretario Generale delle Nazioni Unite fece notare poi, con linguaggio prudente, come in tali Stati gli apparati militari avessero legami privilegiati con le industrie chiave, sia come clienti che come tramiti con il governo, oltre a dimensione rilevanti in rapporto all’organizzazione centrale.

Sulla guerriglia

Diversa dalla guerra ed in un certo senso antitetica ad essa è la guerriglia. Se infatti esiste un nesso storico e sociologico fra guerra e Stato, in quanto la prima sarebbe figlia di quella divisione dei ruoli e quella specializzazione del lavoro, implementata dal secondo, la guerra per bande al contrario, pur necessitando di una certa qual disciplina, nascerebbe come strumento di rovesciamento dei rapporti di dominio. Il guerrigliero a differenza del militare, pur nella necessità del coordinamento interno al proprio gruppo con i compagni, non è vincolato da consegne, compiti o istruzioni. Egli lotta per sé, contro un nemico che non gli è stato prescritto, per decisione politica dei propri capi politici. Da qui la conclusione di Krippendorf, secondo cui la guerriglia è guerra di popolo o guerra di liberazione dei popoli, essenzialmente una contro guerra. In secondo luogo, il nemico del guerrigliero non è un apparato militare diverso da quello cui egli appartiene (come invece avviene per il soldato) ma il potere fondato sulla violenza sul proprio popolo e nel proprio Paese. La guerriglia non si basa sulla repressione, ma al contrario sulla necessaria solidarietà del popolo, per la cui liberazione si combatte e che anzi si cerca di attivare politicamente. L’autore, a tale proposito, cita Mao Tse Tung quando questi sottolinea come l’essenza della guerra partigiana sia proprio la collaborazione politica della popolazione, in favore della quale il guerrigliero combatte. Le potenze coloniali anche quando si sono dovute arrendere a movimenti di liberazione nazionale, che usavano la guerra per bande, sono però sempre storicamente riuscite a trasformare i propri antagonisti, inducendoli a burocratizzarsi ed a tradire le premesse da cui erano partiti.

La lunghezza dei conflitti, l’escalation militare, che costringe i guerriglieri ad adottare armi più moderne, rivolgendosi spesso a potenze geopolitiche antagoniste rispetto a quelle contro cui combattono, ha costretto quasi sempre i movimenti di liberazione nazionale ad adottare una maggiore disciplina organizzativa, ad escludere spesso le migliori forze politiche in favore di quadri militari qualificati, che sono facili a riprodursi e a porre le premesse della normalizzazione dopo la liberazione: i regimi politici vietnamita, cubano e nicaraguense sono esempi paradigmatici della degenerazione dei movimenti di lotta popolare in forme statali tradizionali e repressive. Questo fenomeno viene chiamato da Kripprendorf “sconfitta nella vittoria”: il movimento guerrigliero popolare vince militarmente sullo Stato imperialista, ma ne è sconfitto politicamente, in quanto costretto ad assimilarne le logiche repressive e violente.

  1. La ragion di Stato
  2. Antropologia della guerra
  3. La nascita di Usa e Urss
  4. La Grande Guerra
  5. Max Weber e il concetto di guerra
  6. La guerre c’est moi! Lo Stato moderno e il concetto di guerra
  7. Guerra e Rivoluzione
  8. Guerriglia e istituzioni militari dopo Napoleone

4. La Grande Guerra

5. Il pensiero di Max Weber

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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