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“Lo stato e la guerra” di Krippendorff – Antropologia della guerra

“Lo stato e la guerra” di Krippendorff – Antropologia della guerra

Prosegue l’analisi dell’opera principale di Ekkehart Krippendorf a cura di Giuseppe Gagliano. Dopo aver nella prima puntata del suo saggio presentato Bismarck come il prototipo dell’uomo di Stato, Gagliano oggi ci presenta il tema della guerra visto da una prospettiva storico-antropologica.

Karl Kautsky fu uno dei primi che affermò come fosse legittimo chiedersi se esercito e guerra facciano parte sin dalle origini, storicamente e strutturalmente, della civiltà e della società e siano quindi una costante storica ineliminabile o se invece si debba parlare di guerra solo in connessione con lo Stato. Il dirigente socialdemocratico tedesco sembra propendere verso questa seconda ipotesi: per lui, la violenza armata fra persone in quanto tale non va messa sullo stesso piano dell’istituzione dell’esercito e della guerra organizzata. Solo allo Stato si deve la trasformazione della violenza in un’istituzione vera e propria, la guerra. Riprendendo il suggerimento di Kautsky, Krippendorff asserisce ci si dovrebbe dunque chiedere se le guerre ci siano sempre state. Non si tratta di un interrogativo di semplice soluzione: sin dalla preistoria è documentato l’uso di armi, prevalentemente come strumento di caccia, ma anche di offesa verso altri uomini. Possono tuttavia i conflitti fra villaggi o individui di epoca prestatale essere definiti guerre nel senso proprio del termine? Di ciò sembra, ad esempio, dubitare lo storico Gordon Childe. Kippendorff pensa che sia necessario a questo punto individuare le cause dei conflitti in epoca prestatale, affiancando ai motivi legati alle variazioni ecologiche (quelle cioè nel rapporto globale tra uomo e natura) altri legati alla religione. Molti storici mettono peraltro in risalto il carattere ritualizzato dei conflitti fra primitivi. Uno degli aspetti fondamentali di questa forma ritualizzata di guerra è l’assoluta mancanza di specializzazione, l’inesistenza di una casta di guerrieri, che si distingua dal resto della popolazione: si pensi ai nativi delle Isole di Salomone, descritti dall’etnologo americano W.H. Rivers:

Quando feci una ricerca per comprendere le modalità di conduzione della guerra della popolazione delle Isole Salomone occidentali, non mi riuscì di trovare indizi dell’esistenza di capi militari. Quando un’imbarcazione raggiungeva il luogo in cui doveva essere effettuata la caccia alle teste, il gruppo non aveva un capo determinato. Il primo che scendeva dall’imbarcazione o che prendeva il comando dell’operazione, veniva seguito dagli altri senza apparentemente nessuna discussione. Anche nei momenti in cui queste persone si riunivano per discutere non c’erano decisioni o altri mezzi che servissero a sancire il raggiungimento di un’opinione condivisa da tutti.

Ciò si riconnetterebbe al carattere non burocratico della società stessa ed al fatto che la suddivisione e la specializzazione dei ruoli nell’ambito della produzione o della riproduzione, come anche nella struttura politica, non si è compiuta oppure è stata consapevolmente impedita. Tale società, ma anche altre analoghe, funzionano su base personale. S. Diamond che ha studiato i nativi americani sottolinea la differenza radicale fra la guerra delle società primitive e quelle delle moderne società degli Stati:

Il punto fondamentale è che le guerre e i rituali della società primitiva si differenziano sia quantitativamente che qualitativamente dalle guerre meccaniche della società civilizzata. La differenza non è solo nell’elemento della tecnica, che accresce in maniera esponenziale le conseguenze dell’istinto assassino costantemente presente nell’uomo; nelle società primitive lo spegnersi di una vita era un evento particolare, mentre nella fase storica che stiamo vivendo nella nostra società civilizzata, essa è divenuta un’astratta costrizione ideologica.

Per l’etnologo francese, Pierre Clastres, la guerra è lo strumento con cui le società primitive cercano di preservare la propria identità; si tratta di società fortemente omogenee al proprio interno, fortemente conservatrici ed ostili ai mutamenti sociali o di altro tipo. I conflitti non hanno dunque quale scopo l’espansione territoriale, ma il mantenimento di tale unità interna. Proprio l’omogeneità e l’unità fa sì che tali società siano visceralmente ostili all’idea di Stato, il quale, introducendo una divisione fra chi governa e chi è governato, romperebbe tale unità, riducendo ciò che anteriormente era una totalità indivisa in un corpo spezzettato, un essere sociale eterogeneo. La suddivisione sociale, la nascita dello Stato significano il tramonto della società primitiva. La formazione dello Stato non è avvenuta per una ragione interna a queste società, vale a dire in base ad una propria logica o dinamica: solo quando arrivarono gli Europei in Oceania o nelle Americhe si formarono, con il sostegno armato dei nuovi venuti, soggettività politiche di tipo centralizzato, assimilabili allo Stato moderno. L’antropologo americano Marvin Harris pone la distinzione tra Stati primari o pre-Stati e Stati secondari o Stati formati politicamente. Se non è possibile determinare in modo rigoroso come si sia giunti alla formazione dei primi è tuttavia fuor di dubbio che ciò sia successo in aree di relativa fertilità della terra (Mesopotamia, Perù …), ove era possibile una coltivazione intensiva costante, senza esaurire la capacità riproduttiva del terreno. In tali zone sarebbe emersa lentamente ed inavvertitamente una sfera politica indipendente, poi monopolizzata da un gruppo o da una classe sociale. Tali nuove istituzioni avrebbero promosso una produttività più alta. Le tesi di Harris confermerebbero l’ipotesi di Krippendorff, secondo cui all’origine dello Stato vi sarebbe la divisione sociale del lavoro.

Speranze statalizzate

L’esito della Prima Guerra mondiale venne, come è noto, deciso dall’ingresso degli USA a fianco degli alleati. L’intervento americano mise fine ad una carneficina ed abbreviò i massacri causati dall’alternarsi di offensive e controffensive, che portavano a guadagnare solo pochi chilometri di terreno. Krippendroff si chiede però cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti, il cui intervento bellico non era necessario, non fossero entrati in guerra (la teoria della non necessarietà dell’intervento USA è mutuata da M. Small, Was War Necessary?, Beverly Hills 1980). Krippendroff, pur nel rispetto dei dati storici concreti, ipotizza che in Germania il prolungamento dello sforzo bellico avrebbe potuto portare ad una dissoluzione del potere statale come quella avvenuta in Russia, nel febbraio del 1917.

L’ingresso in guerra degli Americani, facendo sì che vi fossero vincitori e vinti, aveva obiettivamente impedito questo processo chiarificatorio, vale a dire l’autopurificazione e l’autoliberazione rivoluzionaria.” La volontà di democratizzare l’Europa rientrava fra le intenzioni di Wilson, il quale annunciando la guerra al Congresso chiarì la sua mancanza di sentimenti ostili verso la popolazione tedesca, a suo dire, ostaggio di un gruppo di potere autocratico. Che i popoli – se interpellati – si dimostrerebbero contrari alla guerra è una speranza “classica”: Kant lega la diffusione della forma repubblicana alla sua utopia di una pace perpetua e, sebbene non lo dica mai esplicitamente, indica gli Stati nazionali quali cause delle guerre, auspicandone la dissoluzione in una grande federazione sovranazionale sancita dal diritto. Con il linguaggio della poesia, concetti simili erano stati espressi anche dal poeta Jean Paul.

Nel prossimo capitolo dell’analisi sarà trattato con maggiore profondità il caso specifico degli Stati Uniti d’America

2 – Continua

  1. La ragion di Stato
  2. Antropologia della guerra
  3. La nascita di Usa e Urss
  4. La Grande Guerra
  5. Max Weber e il concetto di guerra
  6. La guerre c’est moi! Lo Stato moderno e il concetto di guerra
  7. Guerra e Rivoluzione
  8. Guerriglia e istituzioni militari dopo Napoleone

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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