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Gli abissi del potere: il “Deep State” tra mito e realtà

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Gli abissi del potere: il “Deep State” tra mito e realtà

Torna sulle nostre colonne Lucio Mamone, che ci parla del tema del “Deep State” statunitense, recensendo il saggio “The Deep State: The Fall of the Constitution and the Rise of a Shadow Government” scritto dall’ex funzionario del governo di Washington Mike Lofgren e parlando delle dinamiche che regolano i rapporti di forza nella capitale dell’impero a stelle e strisce.

La vittoria nordamericana nello scontro epocale con l’Unione Sovietica ha lasciato presagire l’avvento di una lunga epoca d’espansione per la liberaldemocrazia e di egemonia mondiale per gli Stati Uniti stessi. Questa attesa diffusa ha trovato la sua espressione più consapevole e conseguente, nonché la più fortunata, nell’idea di «fine della storia» di Francis Fukuyama, autore divenuto così improvviso interprete dello spirito del tempo. Tempo però assai breve, poiché l’ironia della storia, che punisce puntualmente i sogni troppo affrettati di imperi millenari, ha prontamente intessuto per l’Occidente un intreccio di sfide inattese, dal terrorismo jihadista all’ascesa cinese, e di clamorosi fallimenti, dagli insuccessi militari in Nordafrica e Medio oriente alla crisi economica del 2008. È bastato così il primo decennio del millennio sia per smorzare l’entusiasmo dei profeti, che per produrre una profonda disaffezione e sfiducia all’interno della società occidentale verso quel modello politico-economico che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento di millenni di evoluzione sociale. Non sarebbe tuttavia corretto dire che l’idea di «fine della storia» sia stata semplicemente sostituita da una nuova visione, più realistica o pessimistica a dir si voglia, quanto più che quel presentimento di compimento della parabola moderna abbia assunto la forma del timore, quasi claustrofobico, di essere intrappolati in un sistema obsolescente e incapace di riformarsi. D’altra parte la reazione alle ripetute crisi da parte delle classi dirigenti occidentali, quella statunitense in testa, si è tutta concentrata sul tentativo di mantenimento dello status quo e di convincimento circa l’impossibilità di un’alternativa, lasciando sempre più emergere il carattere impositivo dell’ideologia neoliberale di «fine della storia».

Se dunque Fukuyama coglie con la sua celebre formula lo stato di fatto al volgere del millennio e soprattutto lo spirito con cui tale stato viene vissuto, assistiamo oggi allo sforzo di concettualizzare, attraverso narrazioni più o meno comprensive, le ragioni del crescente declino delle istituzioni e della cultura liberaldemocratiche. A questo proposito una delle questioni che ha suscitato il maggior interesse degli intellettuali, nonché la rabbia passiva della gente comune, riguarda il come sia stato possibile che i nostri ordinamenti democratici, pur non subendo all’apparenza alcuna modifica sostanziale, stiano mutando in apparati oligarchici, oscuri e pressoché imperturbabili all’influenza dei popoli, ad eccezion fatta per la ristrettissima minoranza dell’upper-class. A questo quesito fondamentale ha cercato di rispondere Mike Lofgren, ex assistente del repubblicano John Kasich e membro dello staff presso vari comitati al Congresso degli Stati Uniti, nella sua opera del 2016 Lo Stato profondo: il crollo della costituzione e l’ascesa di un governo ombra. Che lo scritto di Lofgren abbia toccato un nervo scoperto del sistema statunitense, e per estensione dell’intero Occidente, è testimoniato dalla rapidità con cui, a partire proprio dal 2016, il termine «Stato profondo” è stato assorbito, rielaborato, ed in una certa misura persino deformato, dalla retorica politica quotidiana. Possiamo qui anticipare come il concetto di Stato profondo che Lofgren delinea potrebbe essere in un certo modo inteso, parafrasando Losurdo, come una sorta di “controstoria della fine”; sebbene infatti l’autore non si abbandoni ad una rassegnazione da Tramonto dell’Occidente, ma al contrario proponga in sede di conclusione una serie di misure per riorganizzare il sistema nordamericano, resta il fatto che la trattazione contiene esplicitamente l’ambizione di comprendere una vicenda politica complessa, di lunga durata e che necessita ormai di essere conclusa, a cui dovrebbe seguire un ordine mondiale diverso da quello immaginato negli ultimi quarant’anni. Scrive Lofgren: «Lo Stato profondo è la grande storia del nostro tempo. È il filo rosso che attraversa la guerra al terrorismo e la militarizzazione della politica estera, la finanzializzazione e la deindustrializzazione dell’economia americana, l’ascesa di una struttura sociale plutocratica che ci ha dato la società più ineguale da quasi un secolo a questa parte, e la disfunzione politica che ha paralizzato la governance quotidiana»[1]. Passiamo dunque ad un’analisi dettagliata degli elementi costitutivi di questa nuova «grande storia», dove forse il maggior sforzo dovrà concentrarsi nel chiarire cosa lo Stato profondo non è, visti il gran numero di fraintendimenti e letture superficiali che si sono già accumulati sul tema.

Lo Stato profondo come rilettura della storia nordamericana

Per meglio comprendere il contenuto de Lo Stato profondo è innanzitutto opportuno inquadrare la portata prima particolare e solo in seconda battuta generale dell’opera di Lofgren. Non siamo infatti in presenza di un trattato teorico attorno ad un concetto, quello appunto di “Stato profondo”, ma di una narrazione frammentata che ripercorre attraverso aneddoti, dichiarazioni, casi esemplari (come l’evoluzione urbanistica di Washington D.C.), la storia politica degli Stati Uniti, e degli Stati Uniti soltanto, dal dopoguerra ad oggi. In questa prospettiva l’intento primario del libro appare quello di problematizzare la lettura idealizzata della Guerra fredda e della sua conclusione, mostrando come proprio quella vicenda abbia finito per avvicinare più che allontanare i due sistemi concorrenti, facendo sì che la costituzione materiale degli Stati Uniti mutasse a danno dell’autorevolezza delle istituzioni rappresentative ed a favore di un gruppo di potere nato dal sodalizio tra burocrazia, esercito, finanza ed industriahigh-tech, producendo un ceto dirigente sempre più simile alla nomenklatura sovietica[2]. A questo proposito risulta inoltre significativo l’osservazione di Lofgren, su cui sarà opportuno ritornare, per cui a tale esito non si è giunti tramite influenze esterne o per responsabilità unica di singole personalità, poiché lo «Stato profondo, con il suo quartier generale a Washington, non è una negazione del carattere del popolo americano. È un’intensificazione di tendenze inerenti ad ogni aggregazione di esseri umani. (…) Una maggioranza di Americani è stata anestetizzata dalla lenta, progressiva ascesa dello Stato profondo, un processo che ha richiesto decenni»[3]. Come si intuisce già da queste poche righe, la portata generale dell’opera è per così dire indotta, perché, per quanto l’obiettivo non si allarghi oltre la vicenda statunitense, non vi è dubbio che l’immaginario politico occidentale si sia formato attraverso l’osservazione ammirata di quella vicenda e di conseguenza fornirne una rilettura critica, non significa semplicemente riscrivere la più recenti storia degli Stati Uniti, ma neanche troppo indirettamente aprire alla possibilità di un diverso paradigma descrittivo della democrazia neoliberale.

La Guerra fredda e la normalizzazione dell’eccezione

Prima di chiarire con esattezza cosa Lofgren intenda per «Stato profondo», possiamo provvisoriamente definirlo come quell’attività dello stato che si svolge al di fuori degli organi rappresentativi e che dunque resta sostanzialmente inaccessibile alla capacità di influenza, e di informazione, degli elettori. Lofgren individua come “momento di concezione” di questa nuova forma di governamentalità il progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica, in cui gli Stati Uniti investono un’inedita quantità di risorse economiche, creano in pochi mesi intere città dal nulla e soprattutto conducono l’intera operazione nella maggior segretezza possibile[4].

Se però il progetto Manhattan rappresenta un caso isolato, che segue peraltro un percorso non del tutto pianificato, è solo con l’inizio della Guerra fredda che quel modello di organizzazione evolve verso una consapevole tecnica amministrativa che coinvolge il funzionamento dello stato per intero. Lofgren registra come già nel 1947 il Presidente Truman si sforza di ottenere l’assenso del Congresso per un largo finanziamento a Grecia e Turchia, nell’ottica di contenere una potenziale avanzata sovietica; in questa occasione il repubblicano Arthur Vandenberg consiglia a Truman di «spaventare il popolo americano» per convincerlo della bontà dell’iniziativa[5]. Da questo momento in poi la politica statunitense compie una svolta decisiva, caratterizzata dal ricorso costante alla retorica della sicurezza nazionale contro la minaccia dei «regimi totalitari» per legittimare una crescita ipertrofica dell’apparato militare, le cui attività finiscono sempre più spesso per essere coperte da segreto, limitando così in forma consistente il potere di controllo dello stesso Congresso. L’aspetto essenziale di questa svolta è nel fatto che tale militarizzazione dello stato avviene, per la prima volta nella storia statunitense, in assenza di una guerra dichiarata, e si sviluppa pertanto in forma tale da non essere circoscrivibile né temporalmente né a necessità specifiche, ma diviene al contrario un elemento costitutivo[6]. La Guerra fredda porta così al sedimentarsi di uno stato d’eccezione permanente che svuota progressivamente la funzione degli organi democratici e potenzia il carattere tecnocratico della governamentalità statunitense.

Attacco e difesa dello Stato profondo: la svolta degli anni ‘70

Nella parabola storica che collega l’immediato dopoguerra all’attualità, l’evoluzione dello Stato profondo subisce una battuta d’arresto negli anni ’70 su impulso del movimento di contestazione giovanile, animato dalla polemica antimilitarista rivolta in particolare contro l’intervento statunitense in Vietnam[7]. Tuttavia il desiderio di un’espansione del principio democratico a scapito dell’amministrazione burocratico-militarista non penetra a fondo nel sistema statunitense e non porta alla sua ristrutturazione. Pertanto la contestazione resta tutto sommato un elemento di disturbo esterno a cui il sistema reagisce sì trasformandosi, ma secondo la propria logica. Contestualmente al movimento che rivendica un rinnovamento del New Deal in senso tanto sociale quanto pacifista, nasce così, tra i settori conservatori della società nordamericana, ma soprattutto nei suoi centri di potere, un contro-movimento di pensiero che vede nella protesta una minaccia nazionale ed auspica una riforma della governamentalità in senso diametralmente opposto. Nel 1971 viene pubblicata, da parte di un legale della lobby del tabacco, un’opera che già dal titolo, Attacco al sistema americano di libera impresa, tradisce l’intenzione di tracciare programmaticamente la linea di confine tra le due alternative politiche che gli Stati Uniti hanno di fronte a sé. Lofgren cita probabilmente proprio quest’opera non solo per la precocità con cui idee di successo nei decenni successivi vengono già qui delineate, quanto più perché essa mostra con chiarezza come la logica del moderno Stato profondo si articoli attraverso la combinazione di principi considerati comunemente in contrasto tra loro e che dunque rende obsoleti alcune dei presupposti fondamentali del liberalismo classico. Evidentemente lo scopo fondamentale dell’Attacco al sistema americano di libera impresa è quello di definire una strategia per la difesa dell’essenza dell’ordinamento sociale statunitense, fondato su quella libertà economica che si suppone essere minacciata dalla sinistra antipatriottica.

Contrariamente a quanto forse ci si potrebbe aspettare, l’appello ad una legislazione che favorisca e tuteli l’iniziativa privata fa il paio con la convinzione circa la necessità di una «costante sorveglianza» sulle istituzioni politiche e culturali del Paese e di un’attività di «purga» degli elementi avversi a tale visione[8], dunque in buona sostanza con una certa restrizione delle libertà civili e politiche. Se a ciò si aggiunge che, tra le proposte avanzate dall’autore, vi sia l’istituzionalizzazione dell’attività di lobbying delle imprese sul governo, ben si comprende, seguendo la magistrale lezione di Foucault[9], come il nascente neoliberismo abbandoni la teoria difensiva del laisser-faire, che ancora riconosceva diversi ambiti di competenza a stato ed attività economica privata, ed approdi ad una teoria “offensiva” per cui lo stato, nel suo ritirarsi, debba mettersi al servizio di quelle imprese economiche private considerate rappresentanti del “mercato”.

La governamentalità neoliberista, fase finale dello Stato profondo

Il cambio di paradigma trova subito sponda nella presidenza Nixon, che non a caso nomina Lewis Powell, autore dell’Attacco al sistema americano di libera impresa, membro della Corte suprema.  Tuttavia questa fase politica vede ancora un’affermazione solo parziale del nuovo credo neoliberista, come dimostra l’attività legislativa proprio della presidenza Nixon, promotrice al contempo di iniziative come l’istituzione dell’Agenzie di protezione ambientale, a detta di Lofgren, «oggi impensabili per un presidente repubblicano»[10]. Bisognerà dunque attendere il doppio mandato di Ronald Reagan per assistere all’affermazione di una vera e propria propria governamentalità neoliberista, che eleva lo Stato profondo da elemento costitutivo a principio di governo del sistema americano. L’elemento forse più peculiare, ai fini del nostro discorso, risiede in quello che potremmo definire come il processo di privatizzazione dello stato, che, ribadiamo ancora una volta, è qualcosa di nuovo e di più radicale rispetto all’economia di mercato (classicamente intesa). In primo luogo si procede al taglio della spesa per il settore pubblico, coinvolgendo in questa operazione anche il budget destinato agli organismi rappresentativi. Ma se gli organici e le competenze della pubblica amministrazione vengono ridotti, non si assiste al prevedibile ridimensionamento delle attività dello stato, in particolare modo in tutto ciò che possa riguardare la “sicurezza nazionale”. Dunque questo stato alleggerito, ma cresciuto rispetto all’ambito delle sue funzioni, trasferisce una parte considerevole della propria spesa dal “pubblico” al “privato”, sia appaltando a soggetti privati tutta una serie di funzioni tipicamente di competenza statale (dall’intelligence alle carceri, dalla difesa alla consulenza politica), sia cercando la collaborazione di aziende private già svolgenti attività ritenute di pubblico interesse (come Google o Facebook nella raccolta dati). Il risultato di ciò è un ulteriore sbilanciamento dei rapporti di forza tra un potere rappresentativo debole, composto da un ceto politico mediamente impreparato ma anche frenato nella capacità d’iniziativa e di controllo, ed un potere burocratico sempre più forte, che assomma ora all’opacità della burocrazia pubblica le ancor maggiori opacità e sfuggevolezza delle burocrazie private.

Una vera e propria svolta epocale si verifica inoltre nel rapporto tra impresa privata e guerra: nel corso della modernità questo rapporto si è configurato come una sostanziale contraddizione, sia perché lo scoppio dei conflitto ha portato puntualmente con sé l’aumento delle tasse, sia perché la mobilitazione militare ha teso a produrre, tramite il calo della domanda di lavoro, l’aumento dei salari; queste sono solo due delle ragioni che spiegano una certa avversione della borghesia verso la guerra, spesso rintracciabile nei testi degli autori liberali[11]. Tutte queste ragioni iniziano però a perdere, a partire dalla sconfitta in Vietnam, la loro cogenza: se l’abolizione della leva obbligatoria riduce drasticamente l’impatto della guerra sul tessuto sociale, la progressiva trasformazione dell’economia in senso finanziario rende quest’ultima meno dipendente dalla situazione geopolitica del momento. L’azione politica di Reagan sfrutta tale congiuntura favorevole per procedere all’armonizzazione degli «interessi apparentemente distanti di Wall Street e del Pentagono»[12], fino a giungere alla scelta senza precedenti di aumentare poderosamente la spesa militare diminuendo al contempo le tasse.

Si può quindi sinteticamente affermare che la stagione reaganiana vede da una parte il saldarsi di un blocco di potere economico-militare, sostenuto anche finanziariamente dal governo stesso in forma attiva e passiva, dall’altra la delegittimazione degli organi rappresentativi per l’effetto combinato di retorica antipolitica neoliberista e retorica nazionalista, le quali spingono solidalmente a guardare con sospetto e insofferenza qualunque ingerenza politica negli “affari” economico-militari. In definitiva, con la “rivoluzione neoliberale” all’epilogo della Guerra fredda vengono poste le principali premesse dello Stato profondo così come oggi lo conosciamo, Stato profondo che troverà poi con l’inizio della globalizzazione le condizioni ottimali per un rapido sviluppo.

There is no alternative

La storia più recente dello Stato profondo nordamericano non presenta delle svolte paradigmatiche paragonabili al periodo reaganiano. Certamente episodi come l’11 settembre e la «Guerra al terrore» portano con sé delle conseguenze devastanti per la società statunitense, soprattutto per quanto riguarda la discrezionalità con cui gli organi di sicurezza travalicano nel loro operare i principi cardine del diritto. Nonostante la rilevanza degli avvenimenti di questi anni, questi non segnano però l’emergere di un metodo di governo veramente nuovo, ma si spiegano per lo più come il venire alla luce di una figura che aveva precedentemente già preso forma. Per questa ragione le manifestazione più significative dello Stato profondo negli ultimi anni non sono forse da ricercare nelle novità, ma nella continuità rispetto al passato, segno della capacità dell’apparato burocratico di disinnescare qualunque processo di riforma del sistema.

Mentre nella fase di ascesa dello Stato profondo la figura più rappresentativa è quella del presidente repubblicano Ronald Reagan, a simboleggiare meglio di tutti il suo consolidamento è invece il democratico Barack Obama. Quest’ultimo infatti non solo giunge alla Casa bianca in un momento di crisi generalizzata del sistema statunitense, ma lo fa sull’onda di una campagna elettorale generatrice di grande entusiasmo e che promette un cambiamento radicale nella guida del Paese, mettendo in discussione tutti i caposaldi dello Stato profondo, dallo strapotere degli apparati di sicurezza a quello della finanza, dalla spesa militare al deficit democratico. Ma al termine di ben otto anni di governo, parte dei quali con la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, la presidenza Obama consegna un bilancio di assoluta irrilevanza politica, in cui a saltare all’occhio è lo sforzo per la conservazione dello status quo[13], un obiettivo riconoscibile già nella scelta di selezionare una buona parte dei propri collaboratori tra i funzionari della precedente amministrazione-Bush[14]. Lofgren condensa l’esperienza presidenziale di Obama in un aneddoto: «Forse l’esempio più eloquente della relazione tra il Presidente Obama e lo Stato profondo proviene da un’intervista del Marzo 2015 a John Brennan, il suo spesso criticato direttore della CIA. Obama ha mostrato a Brennan grande lealtà durante i due mandati presidenziali. Come ha ripagato Brennan questa lealtà — con un’umile dimostrazione di gratitudine e rispetto, forse? Obama, ha affermato, “non aveva stima” della sicurezza nazionale quando arrivò nell’ufficio, ma con la tutela sua e di altri esperti “è andato a scuola e ha capito le complessità”.»[15] Eletto come simbolo del cambiamento, della possibilità per la democrazia di tornare a governare la società statunitense, Obama finisce invece, proprio per questo, per rivelare suo malgrado l’automatizzazione della macchina statale rispetto alle scelte politiche degli elettori, passando da rivificatore del potere del popolo a segnale del fatto che, negli Stati Uniti di oggi, «la presidenza non è così imperiale, dopo tutto»[16].


Note

[1] Mike Lofgren: The Deep State. The fall of constitution and the rise of a  shadow government. New York: Viking, 2016. p. 17.

[2] «Il personale dello Stato profondo in certi aspetti assomiglia alla vecchia nomenklatura sovietica, i funzionari che detenevano posizioni chiave nei settori importanti del governo e l’economia dell’URSS.» Mike Lofgren: The Deep State, p. 310.

[3] Mike Lofgren: The Deep State, p. 56.

[4] «L’acquisizione di armi nucleari utilizzabili è stato quasi certamente il momento di concezione dello Stato profondo. Nessun altro progetto governativo è stato così largo, e nessun altro progetto ha mai dovuto essere coperto da tanta segretezza. (…) Se lo Stato profondo è una struttura evoluta, le armi nucleari sono state la mutazione genetica che ha gli dato le caratteristiche chiave che oggi possiede» Mike Lofgren: The Deep State, p. 87.

[5] Mike Lofgren: The Deep State, p. 88.

[6] «Queste misure politiche rappresentarono la concretizzazione di un’idea senza precedenti nella storia americana: che gli Stati Uniti avrebbero dovuto mantenere, e avrebbero mantenuto, delle vaste, specializzate forze armate ed un apparato di intelligence onnicomprensivo senza che si fosse formalmente in presenza di un qualunque stato di guerra.» Mike Lofgren: The Deep State, p. 89.

[7] Mike Lofgren: The Deep State, p. 91.

[8] Mike Lofgren: The Deep State, p. 94.

[9] Michel Foucault: La nascita della biopolitica. Corso al College de France (1978-1979). Milano: Feltrinelli, 2005.

[10] Mike Lofgren: The Deep State, p. 92.

[11] Benjamin Constant: La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni. Torino: Einaudi, 2013.

[12] «Il genio dell’architettura delle politiche di Reagan è stato quello di riconoscere che gli interessi apparentemente distanti di Wall Street e del Pentagono potevano essere nei fatti armonizzati» Mike Lofgren: The Deep State, p. 180.

[13] Mike Lofgren: The Deep State, p. 81.

[14] Mike Lofgren: The Deep State, p. 290.

[15] Mike Lofgren: The Deep State, p.149.

[16] Mike Lofgren: The Deep State, p. 126.

Nato a Reggio Calabria, classe 1990, è dottorando in Filosofia presso la Goethe Universität di Frankfurt am Main. La sua attività di ricerca ha come principale focus la teoria politica ed è particolarmente rivolta all’analisi della categoria di totalitarismo nel suo rapporto con la modernità.

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