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“Maometto e Carlo Magno”: il dualismo tra l’Islam e la Francia

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“Maometto e Carlo Magno”: il dualismo tra l’Islam e la Francia

“Senza Maometto, Carlo Magno è inconcepibile” scriveva Henri Pirenne in una delle sue opere più celebri.

La sentenza dello storico belga, ovviamente formulata in maniera dirompente e provocatoria racchiude il nucleo di una tesi ben più complessa  legata alla periodizzazione delle fasi storiche.

Nel libro “Maometto e Carlomagno” Pirenne sostiene la necessità di post-datare l’inizio dell’epoca medievale, facendo coincidere la partenza dell’era di mezzo con l’invasione araba del Mediterraneo.

All’interno del saggio si cerca di evidenziare come, nonostante le invasione barbariche e la caduta dell’Impero d’Occidente nel 476 d.C., non vi sia un reale rottura con il passato osservando soprattutto gli indicatori economici e sociali che risultano sostanzialmente in continuità con gli anni precedenti fino all’incontro-scontro con i musulmani.

Nel momento in cui le popolazioni arabe, riunite nei secoli precedenti sotto il vessillo di una nuova religione, l’Islam, cominciano a dilagare nel Mediterraneo, rendendo quindi più instabile il collegamento fra l’ex occidente romano e l’impero d’oriente, la Storia inizia ad avere un altro corso.

Il baricentro delle economie locali europee si sposta sempre di più verso nord, rinunciando ai traffici marittimi che hanno segnato l’economia e la società romana, ricalibrando le proprie attività sulla faglia economico-commerciale renana.

L’Impero Carolingio, l’ascesa del popolo dei Franchi ed il loro successivo predominio è da ascrivere, secondo lo storico belga, alle contingenze storico-economiche che hanno visto nell’espansione araba il principale fattore.

Nel momento in cui il papato, isolato dall’oriente ed al centro di un mare improvvisamente instabile, inizia a perdere il proprio potere e la Spagna cade sotto il dominio musulmano, i Franchi diventano sostanzialmente l’unico popolo a regnare sull’occidente cristiano.

Ipotizzare un legame così stretto, a tratti ontologico, fra l’Islam e la realizzazione storica del popolo francese, che nei carolingi ha il suo primo nucleo, oggi, per ciò che sta accadendo in Francia, risulta ancor di più una formulazione paradossale.

Ma d’altronde il rapporto di Parigi con il mondo islamico è stato sempre costante ed ha segnato le varie fasi della storia francese, dal periodo coloniale, nel rapporto molto stretto con i territori nordafricani , fino ai giorni attuali, nei quali la minoranza islamica all’interno dello Stato è diventata una delle questioni fondamentali sulla scrivania del Presidente Macron.

Sono diversi gli appelli, pervenuti all’inquilino dell’Eliseo, per affrontare di petto la questione del cosiddetto “separatismo islamico” all’interno delle banlieu francesi.

Il primo, sottoscritto da alcuni generali dell’esercito in pensione, aveva già infiammato l’opinione pubblica francese e poco più di una settimana fa, una nuova lettera, stavolta sottoscritta da anonimi soldati ancora in attività ha di nuovo incalzato il Presidente sul tema.

Aldilà delle pressioni dagli ambienti militari che hanno addirittura portato i media a paventare un golpe che sostanzialmente è molto lontano dal vedere una possibilità di attuazione, Macron considera seriamente la questione delle comunità islamiche diffuse nelle periferie francesi.

Già a metà febbraio il presidente era riuscito ad incassare il sì dell’Assemblea Nazionale su la “Legge per i principi della Repubblica”: un testo normativo incentrato s sulla laicità dello Stato e particolarmente contestato da diversi ambienti come un’azione legislativa deliberatamente atta a discriminare la religione islamica.

 Macron segue in verità un chiaro orizzonte di matrice strategica, da ascrivere nelle velleità di potenza che, nonostante appartenga alla sfera d’influenza americana, la Francia non ha mai rinunciato a perseguire: la questione ruota attorno alla necessità di compiere una completa assimilazione culturale delle minoranze islamiche, sostanzialmente inceppatasi negli ultimi decenni.

Il rischio di trovarsi, nel corso dei prossimi anni, data anche la crescita demografica, con una società completamente disgregata non è percorribile secondo il prontuario strategico di Macron che, nell’ottica di rinforzare un’autonomia strategica francese, non può che perseguire una politica di assimilazione culturale che vada ben oltre il vivace multiculturalismo figlio della sempice integrazione e garantisca una nazione organica, “quadrata”, per marcare una geopolitica francese, che preveda anche possibili interventi autonomi in contesti bellici, impensabili da attuare con una madrepatria spaccata.

La crociata di Macron contro l’Islam separatista delle periferie e delle zone rurali francesi non risponde solamente a logiche di proiezione esterna, ma interessa anche e soprattutto un fattore di sicurezza interna.

Non a caso fra le intenzioni del presidente francese vi è quella di formare imam – i leader religiosi delle comunità islamiche-  all’interno di istituzioni dello stato francese, così da evitare interferenze estere che sfruttino la religione a scopi di penetrazione geopolitica.

Il principale ospite indesiderato da tenere alla porta è la Turchia di Erdogan, con il quale Macron ha più volte intrattenuto rapporti che dalla bagarre personale sono degenerati fino all’aperta ostilità, vedendo ad esempio la flotta francese a pochi kilometri dalle coste turche, come successo  in estate per le tensioni nel  Mediterraneo orientale.

Così la Francia, che secondo la tesi di Pirenne, ha visto le sue radici proprio nello scontro con la religione islamica, oggi non può prescindere dal rapporto con essa per realizzare le proprie velleità di potenza.

La politica di Macron  -è bene ricordarlo- non centra nulla con l’integrazione, che è un fenomeno che tende invece al multiculturalismo ed all’accettazione delle differenze, bensì segue una prospettiva di assimilazione, ovvero di azzeramento dell’alterità culturale fra le diverse etnie e culture religiose che popolano il suolo francese, in nome di una compattezza della collettività nazionale da spendere nei teatri interazionali.

Lorenzo Giardinetti studia Scienze Storiche, curriculum comunicazione. É membro dell'associazione Space Generation Advisory Council, nella quale è impegnato nel gruppo Ethics&HumanRights e come Media Manager del team italiano. È curatore di TEDxOstiense a Roma. Scrive su diverse riviste come L'Intellettuale Dissidente, La Disillusione e Fatti per la Storia, occupandosi di Geopolitica, attualità, Storia e filosofia.

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