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La battaglia più dura di Putin: verso il referendum in Russia

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La battaglia più dura di Putin: verso il referendum in Russia

Emanuel Pietrobon torna sulle colonne dell’Osservatorio Globalizzazione con un’analisi a tutto campo sulla Russia di Vladimir Putin, attesa il primo luglio prossimo da un referendum che non segnala tanto la forza del modello putiniano quanto le residue problematiche e fragilità di un Paese rimasto, nonostante gli sviluppi degli ultimi anni, un “gigante dai piedi d’argilla”.

Il primo luglio i cittadini russi saranno chiamati alle urne per decidere se votare sì o no ad una serie di emendamenti costituzionali che altereranno in maniera significativa il testo fondamentale della federazione russa. Il referendum viene presentato dai detrattori di Vladimir Putin, sia in patria che all’estero, come un plebiscito sul putinismo, uno strumento ideato per instillare nel popolo l’illusione di avere una scelta sul futuro del proprio paese, partorito con il solo intento di permettere all’attuale presidente di potersi ricandidare per altri due mandati e governare, così, fino al 2036.

Questi detrattori, però, dimenticano di dire una cosa importante: Putin era contrario all’idea di permanere nel teatro politico a fine mandato, ovvero nel 2024, ma ha dovuto ricredersi nel momento in cui ha compreso che decidere di restare era ed è l’unico modo per evitare la dissoluzione della Russia in stile sovietico.

I grandi successi nell’arena internazionale non hanno cancellato le numerose problematiche interne, alcune delle quali risalenti all’epoca zarista (come la piaga della corruzione), e la Russia continua ad essere, nel 2020 come nel 1917, un gigante dai piedi di argilla.

Un “Putin per sempre” è l’unico modo per evitare un tracollo che sembra essere inevitabile. Il regime sanzionatorio, lungi dall’essere un fallimento, sta sortendo gli effetti sperati: ostacolare la crescita economica e lo sviluppo dei settori strategici nel medio e lungo periodo. L’unità nazionale e l’integrità territoriale sono minacciate dal ritorno in scena dei separatismi, etnici e religiosi, in parte alimentati dai soliti registi (gli Stati Uniti) ed in parte alimentati da nuovi e pericolosi giocatori (la Turchia).

La ricerca di un erede che fosse all’altezza delle sfide che aspettano la Russia del 21esimo secolo è fallita: Dmitrij Medvedev, per anni ritenuto il “delfino di Putin” ed il candidato più papabile al trono del Cremlino, è stato ufficialmente scaricato lo scorso gennaio. I malumori, comunque, risalivano addirittura all’epoca della sua presidenza. Putin, infatti, era alla ricerca di un successore, non di un automa che necessitasse istruzioni in ogni teatro e ad ogni tavolo negoziale. La ricerca è fallita e negli anni recenti non è cambiato nulla. Lo zar ha infine dovuto rivolgersi ad un tecnico, Mikhail Mishustin, preferendo che l’ex delfino si facesse completamente da parte.

Il primo luglio i russi non saranno chiamati a scegliere tra dittatura e democrazia ma tra futuro e passato. Il futuro passa inevitabilmente dall’approvazione degli emendamenti più importanti, ovvero la superiorità della costituzione sul diritto internazionale, il potenziamento del Consiglio di Stato, un maggiore bilanciamento dei poteri tra esecutivo e legislativo, la de-stranierizzazione della politica tramite criteri più stringenti per ricoprire posizioni pubbliche di rilievo, e la definizione di matrimonio come l’unione tra uomo e donna.

Un maggiore bilanciamento dei poteri tra esecutivo e legislativo, senza dimenticare che una parte degli emendamenti tocca anche il giudiziario (ampliandone il raggio d’azione ma evitando accuratamente che possa diventare un potere fuori dal controllo della politica ed esposto ad infiltrazioni esterne), equivale ad allontanare lo spettro di una presidenza potente ed ingiusta che persegua gli interessi di attori terzi senza che il Parlamento possa far nulla per fermare ciò.

La memoria, qui, non può che tornare indietro agli anni bui di Boris Eltsin, che rappresentano una ferita ancora fresca, un incubo che tormenta tanto i sonni di chi ha più di 30 anni che dello stato profondo. Il paese sprofondò in una guerra civile, dilaniato dall’esplosione dei separatismi e del terrorismo, dal collasso dell’economia, dalla privatizzazione dei grandi marchi e dall’epidemia di criminalità. Il paese era sull’orlo di una nuova implosione e soltanto l’intervento in extremis di uno stato profondo moribondo riuscì ad evitare la divisione della neonata federazione russa. Quell’intervento portò alla destituzione di Eltsin e all’entrata in scena di un volto quasi sconosciuto: Vladimir Putin.

Sono passati poco più di vent’anni da quel 31 dicembre 1999 che ha visto il passaggio di scettro da Eltsin a Putin, il paese è tornato ad essere uno dei grandi protagonisti delle relazioni internazionali, il katéchon che agisce da contraltare agli Stati Uniti e che reclama la nascita di un nuovo ordine mondiale post-americano e post-liberale.

Dall’ateismo di Stato al recupero della visione escatologica della Terza Roma, è in questo contesto di rielaborazione intellettuale che si inquadra l’emendamento sul matrimonio. Non un favore alla chiesa ortodossa, che resta ed è instrumentum regni e ha potere finché e fin dove le viene concesso, ma parte di una più ampia visione, che unisce conservatori e liberali, in cui la Russia è l’opposto di ciò che sono e rappresentano gli Stati Uniti. È in grave errore, quindi, chi vede in questo emendamento un favore agli ortodossi, tralasciando e trascurando l’intero panorama etnico e religioso di quell’universo multinazionale che è la Russia, un universo in cui l’islam e l’ebraismo (ortodosso) sono tanto importanti e pervasivi in società e politica quanto l’ortodossia.

Tornando all’idea di katéchon si può comprendere anche perché la stessa strategia di politica estera sia mutata: non è più l’accerchiamento capitalistico di sovietica memoria, è il contro-bilanciamento. La Russia deve difendersi come e dove può ma, soprattutto, deve intervenire per portare equilibrio: katéchon. È solo facendo riferimento alla dottrina del contro-bilanciamento che si possono comprendere gli interventi russi in Nicaragua, in Venezuela, in Siria e in Ucraina. Non si tratta più di subire passivamente, nella consapevolezza di un accerchiamento perenne, ma di reagire asimmetricamente per contrastare l’agenda di Washington.

Una sola mossa sbagliata e il paese potrebbe fare un salto indietro al 1999, rapido quanto traumatico, cadendo preda delle quinte colonne che dalla Crimea alla Siberia stanno aspettando il momento opportuno per tentare l’azzardo e frammentare la federazione. Il primo luglio si vota per tutto questo: una costituzione per la vita.

Classe 1992, è laureato in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all’università degli studi di Torino con una tesi sperimentale intitolata “L’arte della guerra segreta”, focalizzata sulla creazione di, e sulla difesa dal, caos controllato. Presso la stessa università si sta specializzando in Studi di area e globali per la cooperazione allo sviluppo – Focus mondo ex sovietico. I suoi principali campi di interesse sono geopolitica della religione, guerre ibride e mondo russo, che negli anni lo hanno portato a studiare, lavorare e fare ricerca in Polonia, Romania e Russia. Scrive per e collabora con diverse testate, tra cui Inside Over, Opinio Juris – Law & Political Review, Vision and Global Trends, ASRIE, Geopolitical News. Le sue analisi sono state tradotte e pubblicate all’estero, ad esempio in Bulgaria, Germania, Romania, Russia.

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