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Recensione dello studio “Cibo & Migrazioni” – Parte 3

Recensione dello studio “Cibo & Migrazioni” – Parte 3

Continuiamo con la recensione fatta da Andrea Pentimone del report “Cibo & Migrazioni” di MacroGeo in collaborazione con il Barilla Center for Food and Nutrition foundation (BCFN). Buona Lettura!

L’aspetto economico è poi una costante impossibile da ignorare nell’analisi di come il business migratorio viene ad intrecciarsi inevitabilmente con la dimensione del fabbisogno e della produzione alimentare. Questo report riporta efficacemente come in fondo fenomeni più prettamente “migratori” come l’invio di rimesse e fenomeni più legati alla produzione alimentare come il “caporalato”, indipendentemente dal fatto che siano più o meno violenti (nel caso del caporalato) o più o meno utili all’economie dei paesi di provenienza (nel caso delle rimesse), altro non sono in fondo che la punta di un iceberg, rappresentato dove le enormi fondamenta hanno motivazioni geopolitiche, sociali ed economiche.

«Si avanza qui la tesi che i sistemi agroalimentari e lo sviluppo rurale possono svolgere un ruolo chiave nell’alleviare le pressioni migratorie. A tal fine sono cruciali diversi fattori, a partire dall’attuazione di politiche nazionali e internazionali finalizzate ad un migliore uso delle risorse naturali e alla stabilizzazione del cambiamento climatico». La cosiddetta “Catena del Valore Alimentare” (“Food Value Chain”) è lo scheletro portante del meccanismo della produzione alimentare. È grazie all’analisi di come le vari fasi della produzione (“produttori”, “trasformatori”, “distributori” e “consumatori”) interagiscono tra di loro che possiamo identificare più efficacemente dinamiche emblematiche come le “crisi ecologiche e alimentari”, le “perdite” e gli “sprechi”, le “disuguaglianze di genere”, “scarsa integrazione verticale e orizzontale”, “mancanza di innovazione”, “insufficienti competenze imprenditoriali, manageriali e tecniche” o lo stesso “caporalato”.

«L’entità degli sprechi e delle perdite lungo tutta la Food Value Chain è fortemente dipendente dalle tecnologie e modalità di produzione utilizzate. Esiste inoltre una forte variabilità tra le diverse regioni del mondo». Citando un rapporto FAO del 2016 gli autori sottolineano un forte nesso tra “sistemi agroalimentari inefficienti”, “sottosviluppo rurale” e “migrazioni”. Essi denunciano fenomeni come oligopoli alimentari in mano alla Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e alla concorrenza sleale, consigliando invece di intervenire a favore dei sistemi agroalimentari, alleviando così anche le pressioni migratorie.

«Innanzitutto è necessario assicurare una maggiore protezione giuridica ed economica delle piccole imprese e delle aziende agricole. […] Le normative globali e regionali possono promuovere le aziende agroalimentari tramite finanziamenti diretti, cofinanziamenti, regimi fiscali, politiche in materia di appalti pubblici e il riconoscimento della creatività e dell’innovazione. Terzo, le banche e le istituzioni finanziarie svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere le imprese locali». La scarsa integrazione verticale e orizzontale è spesso dovuta al rischio di ritrovarsi in due particolari situazioni: una “frammentazione” ossia «la presenza di un elevato numero di imprese, che rende difficile una cooperazione efficiente» oppure, al contrario, un’”integrazione eccessiva” la quale comporterebbe «il rischio che diversità e biodiversità perdano rilevanza, e che vengano persi di vista i valori locali, aprendo così la strada ad un approccio di tipo “industriale”».

Inoltre, soprattutto un’integrazione orizzontale, è anche osteggiata dal fenomeno del “conservatorismo culturale” degli agricoltori e dei manager e spesso anche alla loro mancanza di imprenditorialità. Una catena alimentare “sostenibile” deve favorire l’integrazione dei vari processi che la costituiscono e per evitare quei rischi sopra riportati deve costituirsi su determinate dinamiche sociali e politiche. In primo luogo l’”istruzione” deve essere adeguata, perché una corretta istruzione e un aumento dei fondi in ricerca e sviluppo permetterebbero di superare il “conservatorismo culturale”, ma soprattutto aiuterebbero a rinnovare il processo di produzione, riducendo perdite e sprechi e contenendo il fenomeno migratorio.

Cosa importante «l’innovazione tecnologica nel settore agroalimentare deve essere improntata alla “sostenibilità ambientale” e alla “inclusione sociale”. Una prospettiva sostenibile è importante non solo per motivi etici e nell’interesse del genere umano e delle generazioni future, ma anche per motivi di “interesse aziendale”». L’articolo inoltre predilige l’approccio collaborativo tra “pubblico” e “privato” «tramite l’integrazione di attività collaborative pubblico-privato realizzate da diversi attori». La sezione si conclude descrivendo una “FVC sostenibile”: «FVC sostenibili potrebbero promuovere “circuiti di crescita” [o “loop”] in termini di “investimenti”, “effetti economici” [moltiplicatore] e progresso. […] Le FVC più sostenibili si basano su un approccio dall’alto verso il basso seguito da tutti gli attori economici, a significare che le esigenze degli imprenditori, dei manager e degli agricoltori dovrebbero essere mosse da una maggiore sensibilità ambientale e sociale e da un atteggiamento più proattivo nella cooperazione e nell’innovazione […] Le imprese partecipanti a FVC sostenibili sovrebbero adottare modelli di business innovativi, utili a promuovere la “proattività” [“capacity building”], l’orientamento strategico, la collaborazione, i meccanismi di controllo gestionale, i sistemi di misurazione integrata delle performance e la gestione dei rischi».

L’ultima sezione, prima di una serie di interessanti casi studio, è curata da Luca di Bartolomei e riguarda il crescente mercato europeo dei cosiddetti “cibi etnici”. Il fenomeno, su scala mondiale, non è per nulla poco considerevole in quanto dai €26,1 miliardi del 2014 è passato ai €31,52 miliardi del 2017. Gli attori/fattori principali che incidono sul tema “cibo-globalizzazione” sono la “popolazione immigrata”, l’”economia” e quindi le “iniziative della GDO”, e lo “Stato” tramite leggi e normative. Le culture sono sempre in continua trasformazione così come il cibo in quanto aspetto anche prettamente culturale, nonostante, come sottolinea l’autore, possieda una dimensione “naturale” e, in termini sostenibili, “ecologica”. «Il cibo etnico è spesso un segmento specializzato; per questo motivo le grandi catene spesso ritengono inutile entrare in concorrenza con aziende più piccole che sono maggiormente in sintonia con la cultura locale (FAO 2017b).

C’è tuttavia spazio per canali di distribuzione “diversificati” e probabilmente specializzati, tenuto conto dell’emerge di (a) distributori e-commerce focalizzati sull’ultimo miglio dei sistemi di distribuzione; (b) una domanda crescente di cibi etnici, etici ed ecologici». Tale trasformazione culturale ha una duplice direzione, in quanto non coinvolge unicamente le “società si approdo”, ma anche le stesse “società migranti” e le stesse abitudini alimentari dei gruppi di immigrati giunti nel paese che li ha accolti. Per questo motivo l’assunzione quasi improvvisa di una dieta diversa, più ricca di grassi e carboidrati e povera in fibre, ha invece un aspetto negativo su alcune popolazioni immigrate, che si ritrovano a fronteggiare “piaghe” magari prima meno conosciute.

Come riportato nel report: «Tutti questi cambiamenti nell’alimentazione possono contribuire ad un più elevato rischio di obesità, con una maggiore propensione al diabete di tipo 2 e alle malattie cardiovascolari». Consapevoli di ciò è fondamentale la conclusione per cui è fondamentale implementare programmi di ricerca che coinvolgano e pongano in relazione il “cibo” e l’”integrazione” sociale delle popolazioni immigrate, in cui questioni fondamentali come la “salute” e l’”educazione alimentare” sono profondamente correlate. «Le tendenze demografiche e i flussi migratori hanno già prodotto una trasformazione nei paesi europei (Collier, 2013). Si tratta di un profondo cambiamento socio-culturale. […] Le politiche europee e internazionali devono considerare che le scelte alimentari in un contesto migratorio hanno “significati molteplici”. […] La sicurezza alimentare non dovrebbe essere considerata solo come una delle principali cause delle migrazioni di oggi, ma andrebbe anche analizzata nel contesto delle rotte migratorie e dei paesi di destinazione, sulla base dell’esperienza dei migranti». 

1 – Recensione dello studio “Cibo & Migrazioni” – Parte 1

2 – Recensione dello studio “Cibo & Migrazioni” – Parte 2

3 – Fine

Studente presso la facoltá Scienze Sociali di Milano, iscritto alla laurea triennale in Scienze Sociali per la Globalizzazione. Interessi molteplici, sia di natura sociologica che politico-economici, in particolare nel campo delle politiche globali legate al tema del cibo e della sostenibilità ambientale.

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