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Steve Bannon tra Guillaume Faye e Samuel Huntington

Steve Bannon tra Guillaume Faye e Samuel Huntington

Matteo Luca Andriola torna sulla nostre colonne con un lavoro a tutto campo sulle influenze culturali di Steve Bannon. Buona lettura!

Qual è il nesso fra Steve Bannon, uno dei più importanti ideologi dell’Alt-Right legato a doppio filo col presidente Donald J. Trump e Guillaume Faye, ex teorico della Nouvelle Droite francese convertitosi all’occidentalismo? Inquadriamo innanzitutto le idee del teorico più discusso dai media che, secondo voci di corridoio, sarebbe fra i registi della caduta del governo Conte. 

Innanzitutto la destra alternativa nordamericana, e nella fattispecie Bannon, ha posizioni molto distanti dal radicalismo di destra europeo, non avendo un impianto filosofico di tipo “nazional-rivoluzionario” (ergo capace di leggere l’esperienza storica dei fascismi come rivoluzionaria, capace cioè di oltrepassare e al contempo sintetizzare in un solo corpus dottrinale l’asse destra/sinistra, reazione/rivoluzione, tradizione/progresso, opponendosi alla «Weltanschauung modernista, impersonata da individualismo liberale, democrazia parlamentare, capitalismo e bolscevismo, accomunati da una concezione materialista e determinista, secondo cui l’uomo, privo di autonomia spirituale, è governato da ineluttabili fattori economici e sociali»,[1] spiegava lo storico Franco Ferraresi) ma posizioni tipiche del conservatorismo nordamericano classico, avverse ai neoconservatori e ai liberisti più estremi che hanno egemonizzato il Partito repubblicano e il conservatorismo statunitense da Ronald Reagan a George W. Bush (i neocon), e tipicamente critiche verso temi caldi come l’aborto, il multiculturalismo e le unioni omosessuali. Ma comunque inquadrabili entro i paletti interni del GOP, della sua ala destra, dove convivono ad esempio le tesi ultraliberiste del Tea Party, il movimento liberista su posizioni conservatrici/libertariane emerso negli USA nel 2009 attraverso una serie di proteste locali coordinate a livello nazionale, che aveva posizioni populiste di destra, e che sosterrà tramite la figura dell’ex governatrice dell’Alaska Sarah Palin, il candidato repubblicano John McCain, che la nominerà sua vicepresidente. Le posizioni ideologiche non sono così distanti da quelle dell’Alt-Right, fermo restando che la stampa libdem sia americana che europea s’è accanita con meno durezza con McCain (che ha dato il suo supporto al golpe in Ucraina andando direttamente a Kiev a sostenere i dimostranti antirussi) ma ha invece attaccato Trump qaundo parlò in campagna elettorale di rimettere in discussione le posizioni governative su Mosca. 

La visione del mondo di Steve Bannon

Bannon – che crede nell’esistenza della civiltà occidentale giudeo-cristiana e che tale etica debba guidare anche il mondo della finanza – inoltre, è nominalmente cattolico (da cui l’idea di un capitalismo etico corretto in nome di un’etica cristiana, che si rifarebbe alla dottrina sociale di papa Pio XI espressa nel 1931 nell’enciclica Quadragesimo Anno)[2] e da ragazzo frequentava le funzioni con rito tridentino in lingua latina, una tradizione familiare, ripristinate da papa Benedetto XVI permettendo una parziale riconciliazione con l’ala più pragmatica del tradizionalismo cattolico scismatico, e tutt’oggi si presenta come attivo nella Chiesa cattolica apostolica romana, seppur critico verso le posizioni politiche liberal dell’attuale pontefice, papa Francesco; nonostante le sue posizioni cattolico-conservatrici (o tradizionaliste, vicine cioè a istanze che in Italia ritroviamo in piccoli sodalizi scismatici critici verso l’evoluzione cattolica successiva al Concilio Vaticano II),[3] Bannon risulterebbe, nonostante il suo fascino per il misticismo cattolico, sensibile e influenzato, grazie ad un suo personale percorso spirituale, dalle filosofie orientali, buddhismo zen in primis.

La stampa mainstrem americana ed occidentale però, ha pubblicato numerosi articoli e inchieste che indicherebbero che il teorico dell’Alt-Right americana ed ex chief strategist dell’amministrazione Trump avrebbe un background culturale (vero o presunto?) di ispirazione tradizionalista, addirittura ispirato alle tesi di Julius Evola e René Guénon. Ma è così? Su cosa si basa tale idea? Partiamo dal presupposto che lo studioso evoliano Gianfranco de Turris, presidente della Fondazione Julius Evola, ha smentito tali voci, spiegando che l’elitismo aristocratico di Evola non è in alcun modo compatibile col populismo bannoniano e, aggiungiamo noi, men che meno con una qualunque idea di reazione scaturita dalla società “profonda” statunitense.

Bannon e Evola, due mondi lontani

L’accusa nascerebbe, come viene documentato dal portale tradizionalista italiano “RigenerAzione Evola”e nel libro collettivo Inganno Bannon (Cinabro Edizioni, 2019), durante una convegno tenutosi nel giugno 2014 e organizzato dal Dignitate Humanae Institute in Vaticano su “Islam, populismo e capitalismo”, Steve Bannon, fra i relatori, parlando della galassia nazionalista e dei nessi col tradizionalismo avrebbe detto: «Quanto a Vladimir Putin, se considerate alcune delle fonti delle sue convinzioni, molte di esse derivano da quello che io chiamo Eurasianismo. Lui ha un consigliere che fa riferimento a Julius Evola e ad altri scrittori degli inizi del XX secolo che, in realtà, erano i sostenitori di quello che si chiama il movimento tradizionalista che, poi, si è alla fine manifestato nel fascismo italiano. Un mocchio di tradizionalisti è attratto da questo aspetto».[4] Il cosiddetto “consigliere putiniano” altri non è che Aleksandr Dugin, filosofo eurasistista di formazione “tradizionalista-rivoluzionaria”, ex teorico del nazionalbolscevismo russo e ora della cosiddetta Quarta Teoria Politica, ma l’accusa secondo cui Evola sarebbe l’ispiratore di Bannon, utilizzata dallo scrittore americano Joshua Green, analista della Cnn e corrispondente di Bloomberg che racconta di Bannon nel suo libro-inchiesta Devil’s Bargain: Steve Bannon, Donald Trump, and the Storming of the President[5] passa esclusivamente da questa citazione… Senza voler essere polemici, con questa metodologia d’analisi basata sulla stortura del sillogismo («Bannon cita Evola, tutti i tradizionalisti citano Evola, quindi Bannon è un tradizionalista evoliano») che evidenzia malafede o ignoranza (parliamo di un popolo che definisce l’Isis… fascista!), studiosi come il sottoscritto, Marco Revelli, Francesco Germinario, Giorgio Galli o Marco Fraquelli ecc., avendo dedicato almeno uno dei propri scritti alla Nouvelle Droite e citato ampiamente stralci del pensiero di Alain de Benoist sarebbero da enumerare come organici a tale scuola di pensiero! Assurdo!

Ma la “teoria del complotto” di matrice libdem/neocon atta a mostrificare Donald J. Trump e i suoi accoliti – un pò come da noi si fa con Matteo Salvini, facendo riferimento alle senz’altro vere origini nazional-rivoluzionarie di Gianluca Savoini e di altri esponenti della Lega Nord, Mario Borghezio in primis, per trasformare il Carroccio nella versione padana del NSDAP e l’ex giornale di partito La Padania come l’edizione milanese del quotidiano nazionalsocialista Völkischer Beobachter – non tanto per il suo programma economico ma per temi legati all’immigrazione, è arrivato, assieme al “Russiagate”, una bolla di sapone, a scatenare accuse truci di “neonazismo”: Bannon sarebbe infatti filonazista perchè, da produttore cinematografico, in un articolo del 2016 apparso sul Los Angeles Times sostenne che la tecnica filmica usata come regista di documentari, risentirebbe nientemeno che quella… della regista tedesca nazista Leni Riefenstahl (e a Ronald Reagan che, non si sa perché, è comparato ai nazisti!),[6] mentre secondo BBC News, Bannon abbracciò anche la teoria della storia della scrittrice greca simpatizzante del nazismo Savitri Devi, vista “come una battaglia ciclica tra il bene e il male”, parlando perciò di collegamenti col Bharatiya Janata Party del primo ministro indiano Narendra Damodardas Modi, dato che l’ideologia del suo partito nazional-conservatore induista, l’Hindutva, ideologia suprematista nata ispirandosi all’omonimo volume scritto da Vinayak Damodar Savarkar che considera il grande paese asiatico come la terra degli indù, pescherebbe da un certo misticismo elaborato da Savitri Devi.[7] Ergo l’accusa che Bannon di esser seguace di Evola nasce da qui, e si nutre della profonda disinformazione dei media del pensiero Tradizionalista. La stucchevole “telenovela Evola-neofascisti-Bannon-Trump-sovranisti”, a cui, ammetto per onestà intellettuale, cascai anch’io all’inizio delle mie ricerche sull’Alt-Right, per me ha un retroterra più solido, che può esser conosciuto solo ed esclusivamente – ma sottolineo, sono per ora delle supposizioni, ma che si fonderebbero su basi solide, come documento nel corso della trattazione – bisognerebbe avere una buona conoscenza, non per forza enciclopedica, dei vari filoni del pensiero nazionalista europeo, ma la conoscenza che il grosso dei giornalisti ha del nazionalsocialismo è caricaturale, dato che nessuno – o pochi – si sono messi a scandagliare quel filone di pensiero senza demonizzarlo, ma per capirlo.

Le influenze culturali di Steve Bannon

Dal mio punto di vista, infatti, è plausibilissimo che Bannon, durante il suo percorso etico-filosofica e politica che lo portò attraverso il misticismo cattolico e il profondo interesse per il buddhismo zen e l’induismo, dato che fu colpito e influenzato dalla Bhagavadgītā al punto da citare spesso nei discorsi il termine religioso dharma, inteso come “compito, dovere innato”, uno dei cardini dottrinali del citato testo sacro visnuista-krishnaita[8]abbia studiato anche il pensiero di Julius Evola e René Guenon, intellettuale francese tradizionalista che divenne musulmano, ma vicino, però al sufismo, nonostante lui avversi l’Islam in ogni sua forma.

L’influenza di Guillaume Faye su Bannon

È ancora più plausibile che lo studio di questi intellettuali abbia fatto incrociare la strada di Bannon con quella di un altro intellettuale, morto pochi mesi fa, Guillaume Faye, e che lo abbia condizionato in parte. Faye, uno dei principali pensatori della destra nazionalista francesee negli anni ’70-’80, è stata una delle menti più brillanti, assieme ad Alain de Benoist, del GRECE, il Groupement de Recherche et d’Ètudes pour la Civilisation Européenne, l’associazione a vocazione metapolitica – cioè interessata a influire in ambito strettamente culturale e filosofico – che elabora le tesi della corrente filosofica rivoluzionario-conservatrice europea meglio nota col nome di “Nouvelle Droite”. Faye abbandonò il GRECE per dissidi ideali e strategici nel lontano 1987, per divenire nei tardi anni ’90 uno dei riferimenti del “mouvement identitaire”, area che attualizza l’ideologia etno-nazionalista dell’ala romantica del movimento völkisch tedesco, sviluppatasi in seno alla Konservative Revolution. A fine anni ’90, Faye pubblicò con L’Aencre L’Archéofuturisme, del 1998, e La colonisation de l’Europe. Discours vrai sur l’immigration et l’Islam, del 2000, che costituivano nel loro insieme uno studio sulle conseguenze dell’immigrazione di massa. Ma nel farlo, Faye rinnegava il “terzomondismo di destra” da lui stesso elaborato negli anni ‘80, che proponeva non solo l’unità dell’Europa, ma la convergenza strategica col Terzo Mondo in chiave antisionista e antiamericana, proponendo invece l’unità non d’Europa, o dell’Eurasia, ma dell’Eurosiberia, massa che comprende esclusivamente gruppi etnici di “razza bianca”, tutt’oggi alla base delle posizioni geopolitiche del mouvement identitarire, forte nell’ultradestra francese.[9]

Le tesi di Faye, pur riprendendo molti postulati dalle tesi elaborate dal GRECE come il regionalismo, l’euro-federalismo, l’idea della politica concepita nei grandi spazi geografici, il solidarismo autarchico, il differenzialismo ecc., le declinano in senso apertamente islamofobico e addirittura occidentalista, come risulta palese dalla lettura dell’articolo La Troisième guerre mondiale: prédictions dove Faye, parlando dello scenario globale, predice ulteriormente una possibile guerra civile etnica in Francia: «L’immigrazione di massa in Europa (soprattutto dell’Ovest) sotto la bandiera dell’Islam sta progressivamente trascinando verso una guerra civile etnica. L’incapacità dell’Europa di arginare l’immigrazione invasiva proveniente dal Maghreb e dall’Africa continentale in esplosione demografica porterà inevitabilmente a un conflitto maggiore. La presenza in Europa di molte masse forti di manovalanza giovane, d’origine arabo-musulmana, sempre più islamizzate, con una minoranza formata militarmente che vogliono portare alla jihad le sommosse insurrezioniste e di terrorismo, sarà il fattore scatenante di una spirale incontrollabile» – dimenticando il ruolo chiave degli americani nel sostegno alla jihad islamica in vasti teatri di guerra come l’Afghanistan contro i sovietici, la Bosnia-Erzegovina, il Kosovo, l’Iraq, il Nord Africa (si veda in Libia) e in Siria, supportando i vari ‘ribelli’ islamisti.

Lo scontro di civiltà nella teoria di Huntington e Faye

Non è da escludere un’apertura fayeana alle tesi elaborate nel 1993 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington in un articolo pubblicato su Foreign Affairs intitolato The Clash of Civilizations?, che darà il via a un dibattito tra i teorici delle relazioni internazionali, e che si opponeva a un’altra tesi relativa alle dinamiche principali della geopolitica post-Guerra Fredda teorizzata da Francis Fukuyama nel 1992 nel libro The End of History and the Last Man, sostenendo, al contrario, che la fine della Guerra Fredda non affermerebbe un modello unico e la fine della storia, ma anzi libererebbe le diverse civiltà dal giogo del bipolarismo politico e ideologico Stati Uniti d’America e URSS, lasciandole libere di svilupparsi autonomamente, favorendo così conflitti non più determinati da fattori ideologici, ma su divergenze etno-culturali. «La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologia né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legata alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro.» E se è vero che «Le frontiere dell’Islam grondano sangue», come riporta Huntington, questa civiltà, tra le tante, risultava incompatibile con quella Occidentale euro-americano-israelo-oceanica. L’islamofobia, ben prima dell’11 settembre 2001 e delle tesi di Oriana Fallaci, era così sdoganata nella società. Con Faye essa entrava con forza nella destra identitaria e populista europea.

L’islamofobia del Mnr francese

L’islamofobia di Faye – fortemente criticata da Alain de Benoist in un’intervista rilasciata nel marzo del 2000 ad Area, mensile della destra sociale di An, per le “posizioni fortemente razziste” – farà presa nel nazional-populismo francese, anche condizionata da un altro autore proveniente dall’estrema destra ma avvicinatosi al gollismo repubblicano, Alexandre del Valle. Nella tarda estate del 1999 Bruno Mégret, vice di Le Pen, si distacca dal partito e crea il Mouvement national repubblicain, portando con sé ampi settori frontisti, spesso i più radicali sulle questioni dell’immigrazione e dell’Islam, anche se la stampa lo presenterà, per le posizioni geopolitiche occidentaliste e filoisraeliane, come un partito moderato. Non casualmente il Mnr creerà, appena nato, il 6 novembre 2000, di un Osservatorio nazionale dell’islamizzazione in Francia. Fu una sorta di preludio al Front di Marine Le Pen, solo troppo avanti con i tempi e quindi non riuscirà ad attecchire (al punto che oggi, come altri settori del mouvance identitaire, dà il suo appoggio critico a Marine Le Pen, intrattenendo rapporti attraverso i settori radicali del Front). I modelli di Bruno Mégret, infatti, erano la Lega Nord, la destra italiana post-fascista (Alleanza Nazionale) e l’ala modernista del Vlaams Blok fiammingo (Vlaams Belang), particolarmente nelle relazioni con la comunità ebraica. È con questa che il partito populista intende stringere relazioni. «Bisogna rifiutare questa cattiva immigrazione», spiega Mégret. “Un’immigrazione che non si integra, che sviluppa intolleranza e violenza, come dimostrano gli attentati contro le sinagoghe e le aggressioni contro gli ebrei”, spiega a Le Monde l’8 aprile 2002. Sull’organo del MNR, nel n. 23 di Le Chêne del dicembre 2001/gennaio 2002, Christophe Dungelhoeff parla di “razzismo da immigrazione” e dedica le sue riflessioni alle inquietudini della comunità ebraica, da una parte lodata perché capace di mantenere le proprie radici identitarie, a differenza dei francesi ammalati di “politicamente corretto” e ottenebrati dalla propaganda mondialista che elogia il meticciato, e dall’altra vittima dell’islam: “Le istituzioni ebraiche scoprono, a loro volta, l’ostilità alla quale milioni di francesi sono quotidianamente esposti da parte dei delinquenti immigrati”. “Voi e noi [ebrei e francesi, n.d.a.] abbiamo gli stessi nemici. Pertanto dovete smettere di attaccarci, come state facendo da oltre vent’anni”. Posizioni teoricamente inspiegabili viste le origini dell’area identitaria, spesso sviluppatasi da basi nazional-rivoluzionarie, come nel caso del Bloc identitaire, che nasce dall’evoluzione dei movimenti nazionalbolscevichi Nouvelle Résistance e Unité Radicale, guidate da Christian Bouchet, esponente di spicco della galassia nazional-rivoluzionaria francese dagli anni ‘70 ed ex militante del GRECE, passato al Front National e oggi al Rassemblement National, ma su posizioni filorusse e antimondialiste, critico verso l’islamofobia dell’area di appartenenza, ma che si spiegano con l’abbraccio delle tesi huntingtoniane.[10]

Le tesi di Guillaume Faye attecchiscono perciò fra quei settori del MNR stanchi dell’iniziale terzomondismo lepenista e che iniziano a intrattenere – prima del Bloc Identitaire, radicato fra i giovani e nato recentemente – rapporti con Terre et Peuple, con cui Faye comincia a collaborare; il nesso fra tali tesi e quelle di Huntington sono palesate da quanto detto dal presidente dell’associazione identitaria Terre et Peuple Pierre Vial, tra l’altro uno dei fondatori del GRECE, avvicinatosi negli anni ‘80 al lepenismo, sull’organo del gruppo, Terre et Peuple, nel n° 28 dell’estate del 2006, quando scrive che «La chiave dello scontro di civiltà […] [è] la guerra etnica, che è l’aspetto più importante del duello Nord-Sud», utilizzando proprio la terminologia huntingtoniana del Clash of Civilizations, anche se Vial non condividerà la successiva svolta di Faye, che nel 2009 entrerà nella direzione di Alliance pour la Liberté, formazione nazional-conservatrice occidentalista . Per Vial quelli che «pretendono di opporsi all’immigrazione africana combattendo l’Islam […] sbagliano, o volontariamente – per timore di essere demonizzati – o involontariamente – per mancanza di coscienza ideologica», definendo l’antislamismo fine a se stesso «una semplificazione che ha avuto un grande successo, perché è garanzia di agio intellettuale per gli spiriti sistematici». Nonostante questo Vial giudica l’Islam estraneo al Volkgeist europeo.

Geopolitica e tradizione

Ora, Guillaume Faye non ha fatto mai mistero, anche con la pubblicazione de L’Archéofuturisme, di guardare ancora al pensiero della “Tradizione“, ricollegandolo col volontarismo faustiano e nietzscheano, ma aperto al futurismo («Bisogna riconciliare Evola e Marinetti, […] [riprendere] il pensiero organico, unificante e radicale di Friederich Nietzsche e Martin Heidegger; pensare insieme la tecno-scienza e la comunità immemorabile della comunità tradizionale. Mai l’una senza l’altra. Pensare […] l’uomo europeo a un tempo come il deinatatos (‘il più audace’), il futurista, e l’essere di lunga memoria. Globalmente il futuro richiede il ritorno dei valori ancestrali, e questo per tutta la Terra […] Proiettati nel futuro, i valori dell’archè sono riattualizzati e trasfigurati. Dunque il futuro non è la negazione della tradizione e della memoria storica del popolo, ma la loro metamorfosi e dunque, in conclusione, le rafforza e le rigenera»).

È probabile inoltre che Bannon sia arrivato a Faye non solo con la lettura dei testi di Julius Evola e René Guénon, ma senz’altro dalla lettura dei testi dello stesso intellettuale identitarista francese e addirittura di Alain de Benoist. Infatti, secondo la giornalista Dana Kennedy del The Daily Beast, «i riferimenti a questi due anziani intellettuali francesi compaiono regolarmente nei forum alt-right e pro-Donald Trump su Reddit e 4chan. Il loro lavoro è rivisto e promosso da molti nazionalisti bianchi importanti negli Stati Uniti, tra cui Richard Spencer e Greg Johnson.» Rivisto, e snaturato ovviamente, in chiave filoamericana, almeno per gli scritti di de Benoist, notoriamente antiamericano, antiliberale e avverso al suprematismo bianco, sottigliezza tutt’altro che secondaria da parte di una giornalista che, sicuramente, non avrà letto alcun saggio di autori del GRECE o sulla Nouvelle Droite. Ma a differenza dello “scoop” di Joshua Green che fece diventare Bannon un evoliano per averlo solamente menzionato in un suo intervento, l’articolo che spiega che «In particolare, [il libro] Why We Fight di Faye – un appello ai bianchi per unirsi contro la “colonizzazione” dell’Europa da parte dei non bianchi – è diventato il letterario grido d’allarme per i nazionalisti di destra in tutto il mondo, dal 65enne Jared Taylor, fondatore ed editore della rivista suprematista American Renaissance, a un giovane svedese chiamato “The Golden One” che ha migliaia di follower su YouTube, a una pornostar di Parigi di 28anni divenuta alt-right di nome Electre. All’inizio di quest’anno, de Benoist e Faye sono stati citati come influenze pericolose dal Southern Poverty Law Center, insieme a Rush Limbaugh e Ku Klux Klan, dopo che Breitbart News ha pubblicato un video realizzato da membri del movimento giovanile identitario anti-immigrazione europeo.»[11] Molti dei suoi libri sono stati pubblicati in inglese dalla casa editrice americana Arktos come Archeofuturism (2010), Why We Fight: Manifesto of the European Resistance (2011), Convergence of Catastrophes (2012), The Colonisation of Europe (2016), Understanding Islam (2017), A Global Coup (2017) e altri. Da notare che le precedenti pubblicazioni antimondialiste e antiamericane scritte negli anni ‘80 durante la militanza nel GRECE, a cominciare da Il sistema per uccidere i popoli, non sono state ristampate.

Ma sono le posizioni geopolitiche fayeane ad avere non poche interconnessioni con quelle bannoniane. La strategia Alt-Right di timidissima apertura a Mosca atta a disconnettere la Russia dall’Iran e dalla Cina (con cui c’è una guerra economica) ricorda vagamente quella fayeana di unire l’Eurosiberia disconnettendo la Russia, etnicamente bianca, dai popoli non bianchi. Inoltre nel libro La nouvelle question juive (Les éditions du Lore, 2007) Faye usa i peggiori luoghi comuni della propaganda neocon e Alt-Right. Così per lui il presidente dell’Iran Mahmud Ahmadinejad diventa un «fanatico patologico» (p. 188), mentre «il regime islamico fanatico dei mullah iraniani» è contestato per il suo «dispotismo oscurantista» e l’ex presidente Hugo Chávez diventa un «tiranno neocomunista» (p. 244), e via così, e la politica estera imperialista degli Stati Uniti dell’ultimo anno e mezzo, con Donald J. Trump alla Casa Bianca che minaccia il venezuelano Maduro, erede di Chávez, e il successore di Ahmadinejad, Hassan Rouhani, si palesa platealmente davanti ai nostri occhi. Ma con citazioni occidentaliste di Guillaume Faye, non di Steve Bannon.


[1] F. Ferraresi, Da Evola a Freda. Le dottrine della Destra radicale fino al 1977, in F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984, p. 18.

[2] Cfr. A. Suebsaeng, Steve Bannon’s Long Love Affair With War, in The Daily Beast, 31 gennaio 2017, https://www.thedailybeast.com/steve-bannons-long-love-affair-with-war

[3] Per un’analisi del tradizionalismo cattolico in Italia e dei suoi nessi con il radicalismo di estrema destra rimando al volume di E. Del Medico, All’estrema destra del padre. Tradizionalismo cattolico e destra radicale, La Fiaccola, Ragusa 2004.

[4] Cit. in Il “Pericolo Tradizionale”. Evola e Guénon alla Casa Bianca?, n. f., in “RigenerAzioneEvola.it”, 25 luglio 2017, https://www.rigenerazionevola.it/evola-i-casa-bianci-rene-guenon/, ora in Aa. Vv., Inganno Bannon, Cinabro Edizioni, 2019, pp. 15, 16. L’articolo del portale tradizionalista riportava un ampio stralcio del libro di Joshua Green pubblicato nientemeno che nell’edizione online del settimanale americano Vanity Fair,periodicodi costume, “cultura”, moda e politica libdem, col titolo sensazionalistico Inside the Secret. Strange Origins of Steve Bannon’s Nationalist Fantasia, ora in https://www.vanityfair.com/news/2017/07/the-strange-origins-of-steve-bannons-nationalist-fantasia, 17 luglio 2017.

[5] J. Green, Devil’s Bargain: Steve Bannon, Donald Trump, and the Storming of the President, Penguin Press, 2017, ed. it. Il diavolo. Steve Bannon e la conquista del potere, Luiss University Press, 2019.

[6] Cfr. Stephen Bannon found inspiration in ancient thinkers, Ronald Reagan and Nazi propaganda, n. f., in Los Angeles Times, 9 dicembre 2016.

[7] Cfr. a riguardo Savitri Devi: The mystical fascist being resurrected by the alt-right, n. f., in BBC.com, 29 ottobre 2017,  https://www.bbc.com/news/magazine-41757047. La greca Maximiani Portas sarà un’esponente dell’intelligence nazionalsocialista al servizio del Terzo Reich in quella che all’epoca era la più importante colonia britannica, e lavorerà per avvicinare, in chiave antibritannica, le locali élite nazionaliste indiane alla Germania hitleriana. Vicina alla componente “mistica” del NSDAP, è stata una pioniera dell’attivismo dei diritti degli animali e di quel vegetarianesimo militante di cui si nutrirà l’ala völkisch del nazionalsocialismo, ispirato alle tesi di Walther Darré e all’ala romantica della “rivoluzione conservatrice” tedesca, oggi fatta propria da certi settori del cosiddetto “ecofascismo”. La Portas «…rigettò il cristianesimo, il giudaismo e il marxismo e aspirò a un’eredità pagana ariana tratta dai pantheon della Grecia classica, dell’antica Germania e dell’India vedica» (N. Goodrick-Clarke, Sole nero. Culti ariani, nazismo esoterico e politiche identitarie, Settimo Sigillo, Roma 2011, p. 141, ed. orig. Black Sun: Aryan Cults, Esoteric Nazism, and the Politics of Identity, New York University Press, New York, 2003) e per lei «…tutte le nazioni europee che erano state pagane avrebbero dovuto rigettare l’eredità giudeo cristiana che era stata loro imposta e rinnovare i contatti con le loro antiche religioni etniche» (N. Goodrick-Clarke, La sacerdotessa di Hitler. Savitri Devi, il mito indù-ariano e il neonazismo, Settimo Sigillo, Roma 2006, p. 21, ed. orig. Hitler’s Pristess: Savitri Devi, the Hindu-Aryan Myth, and Neo-Nazism, New York University Press, New York 2000) arrivando a posizioni antisemite perché «…la sua conoscenza delle Bibbia aveva instillato in lei una ripugnanza verso gli ebrei» (Ibidem, p. 35). Sostenitrice di una sintesi fra nazismo e Hindutva, era interessata al sistema delle caste, archetipo delle leggi razziali destinate a governare la separazione delle differenti razze per mantenere la purezza del sangue, vedendo nell’esempio della sopravvivenza della minoranza di pelle bianca costituita dai brahmani in mezzo alle popolazioni di molteplici razze diverse del subcontinente indiano dopo più di 60 secoli, come l’esempio assoluto del valore intrinseco dato dal sistema ariano delle caste, che la Germania nazionalsocialista, secondo lei, doveva imitare per gerarchizzare i rapporti etnici (in base alla teoria che le popolazioni preistoriche indoeuropee, accomunate dall’uso linguistico del proto-indoeuropeo, proverrebbero dalle regioni dell’India, e da lì si sarebbero diffuse grazie a ondate migratorie, in tutta l’Eurasia occidentale), vedendo in Hitler l’Avatāra o “incarnazione” del dio indù Viṣṇu, capace di frenare il Kaly Yuga indotto da coloro che lei credeva responsabili della decadenza, gli ebrei, idee che condizioneranno il diplomatico cileno Miguel Serrano – che nel libro del 1982 Adolf Hitler: el último avatara, partendo dall’idea elaborata dagli adoratori del dio Viṣṇu, i vaishnava, per cui la divinità si incarnerebbe ogni qualvolta avviene un grave declino dell’etica e della giustizia, ed essendoci già stati nove avatara e uno in arrivo, il decimo ed ultimo, Kalki, che chiuderà il Kali Yuga, instaurando una nuova Età dell’Oro, egli identifica Kalki nel Führer – e tutto il filone esoterico del neonazismo postbellico (la Davi sarà fra i promotori della World Union of National Socialists, di cui oggi fanno parte il Movimento Fascismo e Libertà/Partito Socialista Nazionale e la Comunità Politica di Avanguardia), spingendo l’italiano Franco Freda, noto editore “tradizionalista-rivoluzionario” coinvolto nell’inchiesta sulla strage di P.zza Fontana del dicembre 1969 e titolare delle Edizioni di Ar, a pubblicare nel 1982 la traduzione in tedesco dell’opera Gold in the Furnace, mentre il quarto volume della sua revisione annuale, Risguardo, era dedicato Savitri Devi, definita dall’Editore come la «missionaria del paganesimo ariano». 

[8] Come spiega il portale indiano in lingua inglese CNN-News18 nell’articolo How Bhagavad Gita ‘Shaped Views’ of Trump’s Chief Strategist Steve Bannon, in CNN-News18, 27 febbraio 2018, https://www.news18.com/news/world/how-bhagavad-gita-shaped-the-views-of-trumps-chief-strategist-steve-bannon-1353874.html.

[9] Cfr. S. François, Réflexions sur le mouvement «Identitaire», 2/2, in Fragments su les Temps Présents, 5 marzo 2009, https://tempspresents.com/2009/03/05/stephane-francois-mouvement-identitaire-22/

[10] Colpisce il fatto che il citato articolo di Guillaume Faye La Troisième guerre mondiale: prédictions, assente nel blog del defunto scrittore, sia invece presente dall’agosto 2014 nel sito web dell’Association Europe-Israël (cfr. il sito https://www.europe-israel.org/2014/08/la-troisieme-guerre-mondiale-predictions-par-guillaume-faye/), episodio inspiegabile se tenessimo conto esclusivamente del passato antisistemico, antiamericano e antimondialista dell’autore e non dell’evoluzione successiva alla pubblicazione degli scritti da L’Archéofuturisme in avanti. Sulle posizioni controcorrente di Christian Bouchet in seno al nazionalismo francese si veda il suo articolo Filoislamici e islamofobi nella destra francese, in Eurasia-rivista.com, 31 luglio 2016, https://www.eurasia-rivista.com/filoislamici-e-islamofobi-nella-destra-francese/

[11] D. Kennedy, The French Ideologues Who Inspired the Alt-Right, in The Daily Beast, 5 dicembre 2016, https://www.thedailybeast.com/the-french-ideologues-who-inspired-the-alt-right

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