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Tutte le strade portano a Tripoli?

Tutte le strade portano a Tripoli?

Spin-off dell’ultima conversazione tra Verdiana Garau e Paolo Mauridettata dai più recenti avvenimenti della politica mediterranea. Sul dossier libico analizziamo le forze in campo nello scenario di guerra più complesso e folto del Mediterraneo.

V.G. Paolo, cerchiamo di analizzare dal punto di vista logistico-strategico le forze che i vari players, i quali animano l’intricato scenario nordafricano, ci offrono sul campo. Abbiamo una guerra per procura che vede protagonisti gli Emirati Arabi, la Russia, la Francia e l’Arabia Saudita da una parte contro il Qatar e la Turchia dall’altra.

Allo stesso tempo il “braccio armato”, le forze strumentali di tale guerra tra le rispettive coalizioni contendenti sono da una parte Haftar, con le milizie assoldate sotto LNA  (Libyan National Army)  senza una vera ragione politica, dall’altra le milizie del GNA (Government of National Accord) che fanno capo ad Al Serraj, una figura politica che però non ha alcuna autorità nel paese libico, selezionata e collocata a capo di un governo fantoccio da potenze straniere e che avrebbe dovuto esercitare un’azione diplomatica sul campo e far convergere gli interessi di tutti coloro che hanno qualcosa da proteggere in Libia tranne gli interessi dei libici, sempre ammesso che esistano.

P.M. Il quadro è complesso e talvolta offre un’immagine davvero difficile da definire. Sì, c’è comunque una entità statuale da una parte e un’accozzaglia di tribù milizie e contractors dall’altra.

Politicamente c’è un’Europa non coesa che non aiuta, un’Europa politica che non c’è, che vede la Francia allearsi con Haftar e l’Italia con Al Serraj invece di procedere congiunti per risolvere una questione che riguarda non solo il Mediterraneo, ma appunto tutta l’Europa. Entrambi questi paesi europei coinvolti direttamente, Italia e Francia, hanno interessi diversi sul territorio e ogni azione diplomatica si risolve con un nulla di fatto come dimostrano gli scontri a cui assistiamo e le vicende di imbarazzo diplomatico degli ultimi giorni messe in scena infine dal nostro governo e dal Ministro degli Esteri Di Maio che ha organizzato l’incontro con Haftar e Al Serraj lo stesso giorno, destando il grave disappunto di quest’ultimo che ha preferito andarsene. Allo stesso tempo gli Stati Uniti, che probabilmente hanno contribuito a collocare Al Serraj al governo di Tripoli e contemporaneamente sostengono di fatto Haftar che è stato un uomo della CIA, si sono poi sfilati dalla questione libica e lasciato infine campo ai russi che oggi sostengono insieme alla Francia lo stesso generale Haftar. Abbiamo inoltre Al Serraj che rappresenta i Fratelli Musulmani che non a caso viene sostenuto da Qatar e Turchia e la Turchia che a sua volta ha deciso di entrare nel conflitto dopo l’avanzata di Haftar a gamba tesa degli ultimi mesi. A livello diplomatico-geopolitico l’attuale situazione del conflitto ha favorito Haftar da una parte e forse allungato la vita della presenza di Al Serraj alla guida di Tripoli dall’altra. La figura di Al Serraj risulta adesso sempre più debole, forse è stata anche una scelta frettolosa quella a suo tempo nell’Ottobre del 2015 quando le Nazioni Unite sotto consiglio di Bernardino Léon proposero un governo di unità nazionale. E la vicenda resta una vicenda estremamente complessa dal punto di vista logistico e strategico.

V.G. Ma come si può parlare di “unità nazionale” in Libia se il territorio è frammentato da sempre tra tribù  e fazioni ed etnie in conflitto tra loro che vengono arruolate al soldo dei players di turno e che hanno solo interessi economici da salvaguardare e non politici? Come tu dici, il governo di Al Serraj resta poi un debole tentativo dunque di costruire una politica che non esiste sulle basi di un paese che in definitiva non è mai esistito. Inoltre si vedono degli eserciti da una parte, dei contractors dall’altra, che agiscono in modo quasi sparso e  disordinato, non ci sono due eserciti definiti in netto conflitto tra loro e gli interessi sono molteplici e si sovrappongono; poi ci sono paesi che intervengono, come la Turchia, per ripristinare le questioni diplomatiche per salvaguardare interessi di patria, non certo per difendere l’Europa, né l’Italia tantomeno una Libia che appare divisa su due fronti che concludendo e ripetendo, non appaiono politici.

P.M. Proprio per questo descrivere la vicenda libica tentando di tracciare le dinamiche resta difficile di fronte ad uno scontro che si definisce tecnicamente asimmetrico.Noi italiani inoltre assistiamo alla vicenda in modo ormai del tutto passivo. Ci sono degli aspetti interessanti da sottolineare in materia di forze spese in campo che reggono il conflitto. Qualche tempo fa ho scritto in un mio articolo sui contractors e i  “tecnici” russi in Libia, (https://it.insideover.com/guerra/ecco-chi-sono-e-cosa-stanno-facendo-i-tecnici-russi-in-libia.html ) inviati a sostegno del generale Haftar dal Cremlino, che forniscono assistenza tecnica e non solo.

Fino ad oggi non si è saputo quasi nulla della presenza di truppe regolari russe in Libia, dove continua un sanguinoso conflitto civile dal 2011 e le informazioni che ci giungono dalla Russia sono sempre poco chiare. Architetto di questa operazione è Evgeny Prigozhin, ritenuto di essere anche il fondatore del gruppo “Wagner”, l’associazione di contractor russa che ha operato in Siria, in Ucraina e ancora pare essere presente in Libia. Secondo i documenti riportati da Proekt ci sono riferimenti al fatto che i russi aiutarono Haftar durante un’operazione nella città di Derna: nel 2018, l’esercito di Haftar – forse con l’aiuto dei russi – liberò la città dagli islamisti.

Le dimensioni del contingente militare russo in Libia non sono esattamente note.

Ci sarebbero tuttatavia presenti 23 i tecnici russi coinvolti in operazioni di manutenzione dei mezzi militari delle milizie del generalissimo libico.

Erano anche arrivate nuove armi russe in Cirenaica. Nell’articolo/inchiesta si legge che sono stati fatti tre voli di Il-76 quotidianamente, per consegnare armi russe dagli Emirati Arabi Uniti attraverso la Giordania. Il supporto russo è più che presente. Dall’altra parte abbiamo invece dei veri e propri eserciti come il GNA e adesso quello turco, anche se sono state inviate un numero si può dire esiguo di unità da Ankara.

V.G. Quindi mi sembra di capire che la strategia russa non sia soltanto quella di supporto tecnico e che non si espongano ad inviare le loro milizie di bandiera, ma ci sia un tentativo di penetrazione che con i contractors possono effettuare, avvalendosi di questi uomini che formano un corpo che si potrebbe definire anche di “vigilantes” oltre che paramilitare.

P.M. Sì esatto. Coi tecnici possono offrire supporto alle milizie di Haftar che tengono impegnate sul fronte le milizie nemiche, dall’altra con i contractors riescono a salvaguardare e vigilare ogni singola zona di interesse economico per l’attenzione delle potenze coinvolte, dai giacimenti alle ambasciate ad esempio.

Il gruppo Wagner ha avuto in Nord Africa i suoi emissari attivi ma non solo in Cirenaica, anche in Tripolitania. Non c’è una divisione netta, così come non si riesce a vedere due fazioni nette che potrebbero essere in conflitto tra loro in questa vicenda. La Libia è come un potpourri. I contractors sono uomini ben addestrati magari con passati militari su fronti di guerra, la figura del contractor è una professionalizzazione in campo privato del mestiere militare; grazie al loro addestramento e alla grande esperienza sono uomini che lavorano per società che a loro volta fanno o i loro stessi interessi o gli interessi per conto di governi. E quindi non hanno alcun imbarazzo a trovarsi un po’ ovunque. Esiste inoltre, faccio menzione, un’aereonautica militare “mercenaria” che pare faccia capo a un americano anche se formalmente si tratta di una società canadese, un privato dunque. Questi velivoli vengono utilizzati per le esercitazioni militari principalmente, in esercitazioni di combattimento aereo manovrato, quello che in gergo aeronautico viene chiamato “dogfight”.

Sono aerei da caccia privati con marche di identificazione civili che potrebbero magari anche essere utilizzati per delle operazioni militari. Non vi è alcuna certezza comprovata, ma l’esistenza di questa possibilità è stata oggetto di discussione al Congresso negli States. Queste società private potrebbero operare ovunque, per fare un esempio verosimile, venendo utilizzate da un dittatore africano che può semplicemente noleggiarle data la natura privata e quindi tali velivoli si potrebbero prestare a molti scopi.

V.G. Se questa possibile realtà di una aereonautica mercenaria e la reale presenza di contractors che partecipano a queste guerre asimmetriche sono state oggetto di discussione al Congresso, è possibile che sia perché far fronte all’emergenza terrorismo non è possibile con milizie ortodosse?

P.M. È un modo certamente per ripensare alle guerre asimmetriche e proteggere installazioni sensibili liberando il personale militare che può così essere impegnato intanto sul fronte, come nel caso libico ma anche altrove.

Inoltre se pensiamo ai russi che non entrano di proposito ufficialmente nel conflitto, si può ragionare sul fatto che i contractors essendo impiegati privatamente non implicano eventuali imbarazzi diplomatici. Non possono cioè essere ad esempio processati agli occhi della comunità internazionale, come ricordo è successo con “gli omini verdi” in Siria, uomini, soldati, russi, senza insegne ma comunque soldati.

V.G. Haftar è un uomo degli americani e la sua famiglia vive negli Stati Uniti. Al Serraj è un uomo messo anche dagli americani a capo del governo a Tripoli. Chi combatte la guerra sono le grandi potenze medio orientali che conducono in Libia una guerra per procura. Ad appoggiare Haftar sono i russi e le milizie turche inviate da Erdogan che appoggiano Al Serraj e il suo debole governo sono esigue. Riporti nel tuo articolo sui contractors russi una dichiarazione di uno stratega dei politici di Prigozhin in cui fa sapere di avere buoni motivi per credere che Haftar non sarà fedele agli interessi russi in caso di vittoria politico- militare. Potrebbe confermare la mia tesi in cui sostengo che i grandi players globali Emirati Arabi, Arabia Saudita, Russia da una parte e Turchia e Qatar dall’altra con primus inter pares gli Stati Uniti, una volta terminato questo conflitto non lasceranno spazio nemmeno ad Haftar (se addirittura non lo faranno fuori ) dando per scontato che Al Serraj sia già alle strette nonostante i molteplici e ripetuti cease fire pronunciati da Haftar? Saranno più d’accordo i russi con gli americani che gli americani con Haftar?

P.M. No, in merito alle dichiarazioni degli stratega di Prigozhin direi che è solo la prova che Mosca sappia che Haftar è un uomo legato a Washington e giustamente, non si fida. Haftar rimarrà protetto dagli Stati Uniti. (ndr sulle indiscrezioni lasciate trapelare che riporta La Stampa in data 12 Gennaio 2020  in un articolo, sul vertice avvenuto in data 8 Febbraio 2019 a Roma tra il capo militare della Cirenaica e gli americani. – Haftar non si trovava in Italia per incontrare il capo del Consiglio Giuseppe Conte, ma per negoziare segretamente con gli americani-).

V.G. E se i russi non vogliono essere coinvolti diplomaticamente, ma poi dimostrano di avere molti interessi economici in Libia da salvaguardare, davvero non si fidano di Haftar? Perché sostenere un uomo della concorrenza allora?

P.M. Non direi nemmeno questo. Lo hanno invitato a Mosca, è andato a parlare sulla portaerei Kuznetsov, in realtà cercano di sfruttarlo per quanto possibile, in fondo è l’unico uomo forte che si sta opponendo a Al Serraj E che è stato messo lì da paesi concorrenti della Russia. Non bisogna pensare in termini assoluti. Oggi lo appoggiano perché fa comodo, pur sapendo che è legato agli Usa, domani chissà. Dipende dalla situazione. Vogliono penetrare sicuramente in Libia, magari con la costruzione di un porto e lui è l’unico uomo che può portare loro il risultato. La concorrenza che sostiene Al Serraj è poi peggiore.

V.G. Chissà però cosa si saranno detti a Sochi Erdogan e Putin al loro vertice quando si sono incontrati per la questione siriana …

P.M. Non lo sapremo mai.

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

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