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Una Brexit a trazione cinese?

Una Brexit a trazione cinese?

Sappiamo ormai tutti che la Cina gioca, nel quadro delle geometrie mondiali,  un ruolo decisivo sugli equilibri finanziari, ma anche su quelli naturali, storici e spirituali di tutto l’occidente.

L’arrivo di Xi Jinping in visita ufficiale lo scorso febbraio in Europa, ha reso i rapporti diplomatici tra i paesi fondatori dell’unione ancora più tesi di quanto già non lo fossero a causa delle singole incerte politiche interne.

Con la firma del memorandum d’intesa, l’Italia si è fatta antesignana in Europa sui rapporti bilaterali con il “paese di mezzo”, sollevando polemiche in Francia e in Germania e anche negli Stati Uniti.

In gioco ci sono posti di lavoro, sicurezza a livello mondiale, commercio e finanza, e religione. Insomma l’intera stabilità planetaria.

Una Brexit che parla cinese?


Il dibattito europeo con la Cina si è così aperto all’inizio di quest’anno a tavoli separati, con l’istituzione di un mini parlamento parallelo a trazione franco-tedesca da una parte, l’Italia e la sua firma sul memorandum d’intesa bilaterale dall’altra, l’apertura di Pechino ai rapporti con la Santa Sede, la quale ha ribadito la sua indipendenza come “ente straniero che porta avanti affari religiosi interni alla Cina e di cui la Cina non può approfittare per interferire negli affari interni alla Cina”, poiché la Chiesa non fa parte della Cina, ma della Chiesa universale.

Sempre imminente, ma sempre incerta, resta la Brexit. E la Brexit, se avverrà, segnerà la più grande mossa strategica geopolitica dai tempi della guerra fredda.

Già da due anni, ovvero dalla prima ufficiale notifica britannica sull’intento di abbandonare il disegno europeo in appello all’Art. 50 del Trattato della Unione Europea, cosa succederà prossimamente a Bruxelles non è chiaro.
La data ufficiale della Brexit era stata segnata in calendario al 29 Marzo 2019, ma sono seguite da quel momento solo proroghe e posticipazioni per mano dell’attuale primo ministro Theresa May, in questa « non-dead-line » che lascia tutti nell’incertezza, appesi oggi alle mosse isteriche del contestato Boris Johnson che si appella ad una Brexit “deal or not deal”.

La stessa Regina Elisabetta nel suo discorso ufficiale di capodanno il 1 gennaio 2019, nelle poche parole espresse, ha sottolineato con enfasi il monito sul cambiamento in atto, annunciando l’avvento dell’era tecnologica.
A questo proposito, è necessario ricordare che già dal 2012 con l’allora primo ministro Cameron, colui che indisse il referendum sulla Brexit nel 2016, il Regno Unito discute con la Cina sul da farsi in merito ai punti fondamentali per i rapporti internazionali, da Hong Kong, ex colonia britannica, a Taiwan, baluardo e avamposto militare atlantico, dal Tibet ai diritti umani e tutto ciò che concerne l’enorme progetto e relativo indotto sulla Belt and Road Initiative.
Da quel momento, dalla Cina che vanta riserve per 35 trillioni di dollari, la Gran Bretagna ha già ricevuto un sostegno di 30 miliardi di dollari, un importo pari agli investimenti sostenuti dalla Banca Mondiale.


Con la UE senza una vera coesione politica in nome ed in virtù di principi fondamentali condivisi, con gli Stati Uniti in conflitto sui dazi alla Cina e che adesso minacciano anche la stessa Europa, l’unione fra i paesi del vecchio continente si fa labile.
Il Regno Unito, lungimirante, sapeva di avere a che fare con una già potenza mondiale non solo a livello economico e politico-strategico, ma anche e soprattutto avanzata tecnologicamente.

Con la proposta prima e l’avvio poi della Brexit, il Regno Unito, con la Cina, ma anche con USA e Giappone, potrebbe infatti ricostituire tutti i suoi rapporti geo-strategici in larga scala, in una visione tutta euroasiatica e quindi non strettamente europea. Un progetto sicuramente molto ambizioso, ma possibile e in cui la Brexit non risulta una casuale iniziativa.
Non è una novità che il Regno Unito si muova in tutte le direzioni sulla scacchiera, considerando la UE una delle tante realtà planetarie con le quali avere a che fare, e non l’unica.

Errore che l’Unione Europea, più autoreferenziale, ha sempre commesso.

I nodi Hong Kong e Macao

Alla luce dei recenti scontri ad Hong Kong e dell’infausta escalation delle proteste, è sempre più chiaro che i problemi legati alla ex colonia britannica sono di natura economica e coinvolgono intere strategie finanziarie a livello internazionale.

L’immobilizzazione della scala sociale e il divario sempre più ampio fra ultraricchi e sempre più precari di Hong Kong, gettano benzina sul fuoco delle proteste che richiamano direttamente ai piani che la Gran Bretagna sta valutando con la Cina su come gestire l’intera Greater Bay Area, la quale coinvolge undici tra le più grandi e importanti città cinesi fra cui proprio Hong Kong e Macao.

Secondo le 295 pagine di rapporto sulla integrazione economico-finanziaria stilate dal dipartimento della Central Bank di Shenzhen, gli esperti di mercato ci fanno sapere che Hong Kong e Macao dovrebbero rinunciare a qualche autonomia su regole e standards vigenti e, come la Gran Bretagna, decidere presto su quali limiti porre il veto per permettere la libera circolazione di persone e capitali. Persone e capitali.

La Cina non nasconde dunque le sue preoccupazioni riguardo alla libera circolazione, di persone e capitali.

Secondo Reuters “l’integrazione europea ha promosso uno stato di welfare ottimale per gli europei”, e “ la Gran Bretagna ha minimizzato sull’impatto di una eventuale Brexit sul mantenimento di questa stabilità economico-finanziaria in Europa”.

Secondo il managing director del Barings Investment Institute di Londra, il mercato comune europeo promuove il libero scambio che la Greater Bay Area dovrebbe considerare come modello.

La relazione tra le città di Hong Kong e Macao da una parte e la terraferma cinese pechinocentrica dall’altra, è il risultato della politica di “un paese, due sistemi” su cui molto si discute.

La Cina di Pechino mantiene il controllo sui capitali e frena la circolazione sulle attività di mercato e il flusso di questi, persone comprese.

Gli investitori sono costretti così a convertire i loro capitali nella valuta cinese e questo è positivo per l’ intera Greater Bay Area cinese, ma comporta molta fuoriuscita di danaro con la conseguente pressione sul deprezzamento dello yuan cinese.

Quindi da una parte Pechino è spaventata per la libera circolazione dei capitali, dall’altra Hong Kong resta preoccupata sulla libera circolazione delle persone.

Qui si stringe il nodo della Brexit, che trova l’avamposto europeo sulle infuocate piazze di Hong Kong.

La politica di “un paese, due sistemi” permette alla Cine di mantenere un certo equilibrio, mentre la Greater Bay Area resta un bel sogno che spaventa molti.


Nel caso di una Brexit no Deal, l’Unione Europea potrebbe restare completamente disarmata con castelli di cartamoneta e liti sul 5G.
La Cina vincerebbe tutto, forse troppo: si sottrarrebbe dalla morsa delle ferree posizioni sui diritti umani imposte dall’Europa, otterrebbe l’internazionalizzazione del suo renminbi su una sicura piazza come quella della City, (la borsa di Hong Kong ha già offerto 36 miliardi di euro la settimana scorsa per una fusione con il London Stock Exchange- tra le controllate anche Piazza Affari), guadagnerebbe un alleato atlantico leader e strategico.

Con una sterlina inglese svalutata porterebbe a casa ottimi affari, la competizione a livello internazionale migliorerebbe. Ça va sans dire.

Vanno inoltre ricordati i rapporti che esistono fra i mercati cinesi e quelli giapponesi sempre in funzione inglese. Gli investimenti di questi due paesi in Gran Bretagna sono rispettivamente diversi: il Giappone ha investito molto sull’economia sostenibile e se la sterlina scende questo non può prospettarsi come punto a favore dell’Inghilterra. Dall’altra i cinesi hanno riversato la loro attenzione investendo sul real estate e in finanza, costituendo per la Gran Bretagna un’eventuale danno minore.

Gli export cinesi, verso la Gran Bretagna, con la Brexit aumenterebbero, e lo stesso per quelli americani e quelli giapponesi.

E mentre la Gran Bretagna ricostituirebbe tutti i suoi rapporti fuori dall’Europa in funzione euroasiatica, con USA, Cina e Giappone, l’Unione Europea perderebbe la priorità d’accesso ai mercati inglesi.

Commercialmente i rapporti potrebbero incrinarsi, ma la svalutazione, tutto sommato, resterebbe comunque un piccolo vantaggio.

Nonostante la Brexit, la Gran Bretagna potrebbe continuare a beneficiare dell’accesso gratuito alle tariffe e mantenere il tasso europeo per le importazione non europee. Inoltre gli export inglesi sono cresciuti dal 2010 del 57%  e con la Brexit vedrebbero la Cina diventare il secondo più grande investitore della Gran Bretagna. What else?

Conclusioni

A conti fatti, la Cina beneficerebbe più di ogni altro dall’uscita della Gran Bretagna, senza un accordo con l’Unione.

Tuttavia, questo appetito cinese, fa pensare che potrebbe costituire il preludio “dell’ingrassamento del maiale da scannare”.

Ci sono davvero molte cose sul piatto:  il deal sul nucleare al quale l’economia britannica è appesa per la sua autosufficienza energetica interna e il processo di decarbonizzazione, che vede la Cina come azionista al 30% sul progetto Hinkley Point C, dove Londra si ritrova con un ritardo di 18 miliardi di sterline. Ma l’Europa nel green new deal si trova in una posizione di vantaggio che la Cina non può offrire. Ci sono i rapporti marittimi nei mari asiatici, che vedono protagonista il conflitto della Cina con Taiwan, (e quindi la questione americana) con le esercitazioni di sbarchi anfibi e le interdizioni marittime per impedire un intervento esterno USA. La Cina, a proposito, pare stia producendo, secondo indiscrezioni, dieci Huabei l’anno, (imbarcazioni di natura stealth), che gli Stati Uniti per affrontarli dovrebbero mettere in campo una massiccia controffensiva aereonavale non indifferente.

La deterrenza dunque, è un fattore su cui la Cina nel caso di Taiwan sta giocando molto nei riguardi USA.

C’è la vicenda legata al golfo di Aden, ovvero la tratta marittima dalla Cina verso l’Africa e il Medio Oriente, in cui lo stretto di Hormuz gioca un ruolo cruciale essendo il punto critico di passaggio verso le acque dei paesi che producono tonnellate di barili di petrolio al giorno (Qatar, Kuwait, Emirati Arabi, Arabia Saudita), e di cui la Cina ha un vitale bisogno.

Ricordiamo che lo scorso luglio i pasdaran iraniani tentarono di dirottare proprio una petroliera inglese in transito nello stretto di Hormuz, La British Heritage, lungo 274 metri e da circa 160mila tonnellate di portata lorda, stretto tornato al centro delle tensioni internazionali dopo la rottura dell’accordo sul nucleare iraniano, di cui la Cina fa parte e in cui la Cina rappresenta un alleato strategico per gli iraniani.

Insomma, sono stati da poco festeggiati il 1 ottobre di quest’anno i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese. Se nelle teorie di politica moderna non si riconosce l’interesse comune al di là di stati e nazioni, ma anzi si vedono questi in conflitto tra loro, il contributo al pensiero politico dato da Xi Jinping o di Xi Da Da (XI il grande, come viene definito in Cina dal suo popolo), al contrario concepisce il mondo come una unica categoria irriducibile nell’universale TianXià ( ovvero, letteralmente, ciò che risiede sotto il cielo, che è compreso sotto il cielo – antica nome dell’impero cinese che denomina le terre, lo spazio e tutto ciò che divinamente si riconduce all’Imperatore da principi di ordine universali e ben definiti ).

La destrutturazione politica in atto nell’occidente, l’Europa che si muove su un campo minato, gli Stati Uniti che sono ben consci del fatto che vada riconosciuta alla Cina la sua supremazia economica con la quale è assolutamente necessario trattare, potrebbe anche veder sorgere all’orizzonte un nuovo “golden power” imperialista anglo-cinese?

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

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