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Varie considerazioni sulle proteste di Hong Kong e cosa fa la nostra pazza politica occidentale

Varie considerazioni sulle proteste di Hong Kong e cosa fa la nostra pazza politica occidentale

Dal movimento pacifista degli attivisti democratici di Scholars il gruppo studentesco che con passiva resistenza protestò nel 2014 per 79 giorni a chiedere trasparenza sulle elezioni, siamo passati agli scontri a fuoco e alle violenze dell’ultimo anno che infiammano Hong Kong e tutta la politica internazionale. L’infervoramento dovuto alla legge sull’estradizione emanata dal governo di Hong Kong con in testa Carrie Lam, non si è attenuato, nonostante la concessione alla richiesta e il ritiro di tale legge, comunicato proprio negli ultimi giorni. 

Joshua Wong, il leader del movimento Scholars e il partito del quale oggi fa parte Demosisto, chiedono di più, chiedono che vengano concesse le cinque richieste che hanno messo sul tavolo: ritiro della legge sull’estradizione, la fine delle violenze da parte della polizia contro i manifestanti, l’amnistia per i manifestanti arrestati con l’accusa di ribellione,  e che si percorra la strada verso il totale suffragio universale.

Elezioni ad Hong Kong vincono i democratici

Si sono tenute ad Hong Kong lo scorso 24 novembre le elezioni, che hanno visto trionfare i democratici e spiazzare il partito pro-Beijing che ha perso 155 candidati su 182. Secondo la stampa locale i candidati pro-democrazia hanno ottenuto 388 seggi, una vincita di 263 in più, mentre l’establishment ne ha ottenuti soltanto 59. 5 sono andati agli indipendenti. 

Il risultato ha umiliato la Cina? Certamente per le prossime elezioni del governatore il risultato elettorale peserà molto e Carrie Lam potrebbe facilmente uscire di scena. Intanto era stato nominato da Lam il nuovo capo della polizia ed ecco levarsi le voci internazionali che hanno cominciato a fare pressione sul governo di Pechino manifestando apertamente il loro appoggio ai manifestanti.

Carrie Lam ha avviato comunque un processo di dialogo formale, invitando alcuni esponenti dell’ala democratica più conservatrice degli “Hong Kong first” (accusati però di strizzare l’occhio a Pechino da molta popolazione e che non godono di felice notorietà) nella sua residenza ufficiale per un brainstorming che possa traghettare verso una soluzione pacifica e ragionevole al problema in corso.

Joshua Wong nelle sue ultime dichiarazioni ha ribadito: “la mia posizione su ogni decisione che prenderà Hong Kong sul suo futuro dovrà essere realizzata all’interno della cornice “un paese due sistemi”, senza che si abdichi da questa posizione, “supportare l’autodeterminazione di Hong Kong non significa appoggiare l’indipendenza di Hong Kong dal governo centrale della Repubblica Popolare di Cina”. QuandoXi Jing Ping minacciò qualche tempo fa con espressioni forti “coloro che attenterebbero a qualsiasi parte della nazione e alla sua unità, finiranno con i corpi massacrati e frantumate saranno le loro ossa”, Wong disse che credere nella indipendenza di Hong Kong non possa essere un’opzione accettabile. 

Demosisto interpreta tale affermazione di Wong dicendo che gettare la spugna per trovare un compromesso non è accettabile e che sono intenzionati con ogni mezzo a perseguire le loro genuine intenzioni. Alla luce di questo breve excursus dei fatti sappiamo ormai che le proteste che infiammano Hong Kong e che hanno fatto il giro del mondo rientrano in un quadro di politica internazionale che si trova ai ferri corti in Asia e che chiama parte in causa tutto l’Occidente.

Da una parte vanno anche avanti le tensioni contro i musulmani fino in India, dove Modi ha ritirato l’autonomia al Kashmir, e Pakistan e India hanno interrotto i loro rapporti diplomatici ritirando i rispettivi ambasciatori. Il ventilato massacro e i campi di rieducazione costruiti nell’intento di sinizzizzare gli Uiguri in Cina viene tenuto lontano dalle telecamere, ma il processo di epurazione/conversione che il Xi Da Da sta portando avanti ha avuto risonanza ai quattro angoli del globo.

Hong Kong resta in mezzo in questo scenario in cui si giocano il riassetto futuro asiatico e i piani finanziari globali per tutto il prossimo secolo. 

Come già scritto in articoli precedenti la Greater Bay Area rappresenta il tavolo di scontro anche di molte vicende europee come quello della Brexit. Non è un caso che Hong Kong fosse proprio sotto il protettorato della Gran Bretagna prima di scivolare in questa situazione acuita dal contesto geopolitico mondiale e che la Brexit decreterebbe una vincita a piene mani della Cina in campo finanziario con una UK che riporterebbe la sua posizione strategica a livello globale con stretti e sani rapporti con Cina, Giappone e Stati Uniti, mettendo l’Europa definitivamente in angolo. Anche la Russia pare stringere più sovente la mano destra a Xi Jin Ping.

La stessa legge sull’estradizione metterebbe un freno alla circolazione delle persone proprio in una regione in cui su un modello più europeo che cinese si va costituendo il nuovo centro economico finanziario orientale dove si domanda libertà di flussi, siano essi economici che di persone.

Certamente non è una questione semplice e ridurla ad una lotta pro o contro democrazia tutta cantonese è riduttivo. È la stessa partita che si è accesa ovunque, dove i nazionalismi rivitalizzati da un capitalismo che si è reso fallace, rivendicano autoritarismi come soluzione al problema sociale che è arrivato persino a toccare la popolazione di una metropoli ricca ed indipendente come Hong Kong. La scala sociale si è bloccata e il divario economico e la sua sperequazione sempre più incisiva. 

La guerra oltretutto è già in atto, una guerra a pezzi e silenziosa, che usa i dazi al posto dell’artiglieria, in cui proprio la mano invisibile dell’economia ci fa sentire il suo peso e ci mette di fronte ad una realtà che pare ineluttabile.

Certamente per noi occidentali il capitalismo di stato cinese pare una follia, così come la gestione illiberale di un paese, il monoteismo politico è ciò che stiamo tentando in molti di scongiurare, ma almeno diplomaticamente si dovrebbe sempre tentare di non giudicare da questo pulpito, ma anzi cercare di comprenderlo nella sua interezza, complessità, pregresso storico e culturale. 

Hong Kong resterà il grimaldello da esibire in piazza, chi vincerà godrà del proprio trionfalismo di genere, dove un sistema politico-economico avrà prevalso sull’altro. Oppure: trovare un compromesso. Ma pare che gli attivisti di Joshua Wong non vogliano scendere a compromessi. Che fare allora?

Torniamo in Italia. La posizione di neutralità del nostro Ministro degli Esteri Luigi Di Maio rispetto alla vicenda mi ha comunque sorpreso. L’Italia non deve necessariamente schierarsi con gli attivisti, ma ribadire i concetti di democrazia e multilateralismo a somma zero sì. Questo piegarsi di fronte a Xi Jing Ping pentastellato potrebbe rivelarsi negativo. 

Anche il Vaticano sembrerebbe fermo sulla posizione di neutralità nelle ultime settimane, rispetto alle vicende di Hong Kong. Quello che in questo caso è certo è che si preferisce meno spargimento di sangue e meno violenza possibile. Il presidente cinese inoltre non sta rendendo la vita facile nemmeno ai cristiani nel suo paese di mezzo.Le trattative sono comunque state aperte. Non ho compreso appieno invece l’invito a tutto schermo di Joshua Wong in Senato promosso da Radicali e Fdi. 

Spezzo in questo caso una lancia a favore del Presidente cinese che ha tuonato dicendo che non ci dobbiamo immischiare nelle questioni interne alla Cina. Anche se sappiamo che di interno alla Cina c’è solo il potere, diplomaticamente la nostra resta una  mossa infantile. Una cosa è affermare apertamente che siamo per l’Europa, per la democrazia, per la libertà. Una cosa dare spazio ad un attivista che non vuole scendere a compromessi con il suo paese di origine di due miliardi di abitanti e che con il suo capitalismo di stato ha tirato fuori dalla povertà 300 milioni di persone.Una cosa dirsi neutrali rispetto alla vicenda, una cosa esaltare il metodo di combattimento. Una cosa appoggiare il turbocapitalismo finanziario che verrebbe sdoganato nella futura Greater Bay Area, una cosa trovare soluzioni e compromessi per un risultato che porti ad un business multilaterale a somma zero.

La posta in gioco è troppo alta per fare nostro il ragazzo di ventitré anni Joshua a scopo propagandistico interno. In questo contesto ancora frammentato e aperto la Brexit non ha trovato infatti la sua dead linesi nasconde dietro problemi che ricadono interni al parlamento inglese, quando invece in gioco c’è il il riassetto geopolitico più grande della storia degli ultimi due secoli. Come anche abbiamo ribadito su questo sito, Hong Kong non è Tiananmen, una volta si combatteva davvero per pane e diritti, oggi ogni movimento pare essere quasi orchestrato o comunque strumentalizzato in favore o meno dei poteri forti e finanziari. Dove è l’Anima?

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

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