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Vita e pensiero di un intellettuale libero: intervista a Gianfranco La Grassa

Vita e pensiero di un intellettuale libero: intervista a Gianfranco La Grassa

Gianfranco La Grassa (Conegliano, 1935) è un accademico, economista e politologo italiano che ha avuto al suo attivo docenze all’Università di Pisa e alla Ca’ Foscari di Venezia. Amedeo Maddaluno lo ha intervistato per porgli alcune domande sul suo percorso intellettuale e sulla sua concezione della geopolitica e delle discipline affini.

Osservatorio Globalizzazione: Professor La Grassa, grazie di questo dialogo. Lei è una personalità che ho avuto più volte modo, discutendo con altri studiosi di geopolitica, di paragonare ad Immanuel Wallerstein per il comune retroterra marxista e il comune tentativo di elaborare, in chiave post-marxista, un approccio geopolitico e geoeconomico. Lei ha però rigettato questo mio accostamento. Le chiederemo perché in tre domande. In primis, le chiederei di riassumermi il suo percorso dal marxismo alla sua declinazione del post-marxismo. Quali lezioni di Marx sono valide tutt’oggi? In cosa dobbiamo andare “con Marx oltre Marx?

Gianfranco La Grassa:  Questa domanda richiederebbe un grosso libro per rispondere. Su questo ho scritto centinaia e centinaia di pagine a partire come minimo da metà anni ’90 del secolo scorso (quindi diciamo da un quarto di secolo). La sintesi di tutto questo – che è proprio sintesi e non illustrazione di un percorso di ripensamento così lungo – uscirà a breve con le edizioni Avatar (ne daremo adeguata notizia appena sarà distribuita). Si tratta di “Dieci discussioni su Marx”, cioè un DVD con dieci video in cui appunto spiego, rendendole ben coerenti, le intenzioni (teoriche) di Marx, gli sviluppi delle stesse anche ad opera dei suoi successori (da Kautsky e Lenin in primo luogo, ma poi almeno fino a quando tale teoria ha trovato degli effettivi studiosi a pensarla e non improvvisatori che ne hanno discusso a vanvera senza affatto conoscerla) ed infine le smentite storiche della sua principale previsione: la trasformazione, per ragioni strutturali oggettive (e non per la volontà di soggetti mossi da tanta “bontà umana”), della formazione sociale capitalistica in quella comunistica tramite la fase di transizione definita socialismo. Questo non implica che tutto si butti alle ortiche così come la scienza galileiana non viene trattata quale puro e semplice errore né da Newton né, successivamente, da Einstein. Però prego di avere la pazienza di ascoltare le dieci discussioni – accompagnate da un breve libro, “Denaro e forme sociali in Marx”, che uscirà assieme al DVD – per avere un’idea, sufficientemente chiara e precisa, del pensiero marxiano e delle necessarie correzioni (radicali) di rotta.

Osservatorio Globalizzazione: In secondo luogo, le chiedo di raccontarci il suo approccio alla geopolitica e alla geoconomia: in cosa trova queste discipline importanti per decrittare il presente?

Gianfranco La Grassa: Nessun particolare approccio soprattutto alla geoeconomia. Non ho fatto studi particolari su tali discipline. Semplicemente, dalla mia discussione della teoria marxiana – in cui mi sono pure permesso alcuni riferimenti storici estremamente sintetici – risulta che le presunte rivoluzioni “proletarie” condotte da un movimento definitosi comunista non sono risultate dalla – prevista da Marx e tanti altri marxisti – contrapposizione antagonistica tra classe capitalistica (pensata fondamentalmente quale proprietaria dei mezzi di produzione) e classe operaia (la venditrice di forza lavoro in quanto merce). Simile conflitto ha dato vita solo a lotte, anche acute, per la distribuzione del prodotto in società rimaste per l’essenziale di tipo capitalistico. Le supposte rivoluzioni (“comuniste” e “proletarie”) sono nate di fatto nei grandi scontri tra potenze per la conquista della supremazia in sempre più ampie sfere di influenza. E sono avvenute in paesi dove di classe operaia ve n’era ben poca o addirittura nulla; erano paesi fondamentalmente contadini e con forme sociali semifeudali (Russia) o soggette a semicolonialismo (Cina) e colonialismo vero e proprio (ad es. il Vietnam e l’Indocina in genere). Da questo punto di vista, risulta più congrua l’intuizione leniniana della rottura rivoluzionaria, ma non affatto comunistica come si pretendeva, nei definiti “anelli deboli della catena imperialistica”. Dove per imperialismo non si deve intende il semplice colonialismo – concezione errata (già di Kautsky) prevalsa decisamente nel secondo dopoguerra da parte soprattutto del cosiddetto “terzomondismo” – bensì appunto lo scontro acuto tra potenze per la supremazia mondiale.

Osservatorio Globalizzazione: In terzo luogo, quali dunque le “affinità e divergenze tra Wallerstein e lei? Inevitabile porle la medesima domanda anche rispetto agli altri due grandi epigoni contemporanei del marxismo italiano, cioè Costanzo Preve e Domenico Losurdo.

Gianfranco La Grassa: Si tratta di discussioni di decenni fa che nemmeno ricordo tanto bene. Non vi erano speciali divergenze, ma percorsi piuttosto diversi di analisi della situazione mondiale. Oggi ritengo proprio che sia cambiata epoca. Siamo in una transizione che ho più volte paragonata (non assimilata!) a quella ottocentesca dopo il Congresso di Vienna del 1814-15. Ritengo ormai inutili certi dibattiti. Non la storia di quei periodi (anzi), ma le discussioni teoriche in merito a quegli argomenti. Oggi ritengo mi abbiano solo attardato nel ripensamento generale del marxismo e del presunto “socialismo reale”. Secondo me, non è mai neppure esistito fin dall’inizio, a parte l’intenzione e l’ideologizzazione della stessa; dopo il 1917 ci sono stati altri processi, di cui noi marxisti abbiamo totalmente incompreso lo sviluppo. Di Losurdo ritenevo piuttosto ridicola l’idea di un “socialismo alla cinese”; soprattutto dopo la fine non proprio esaltante del periodo maoista della “rivoluzione culturale”, la caduta secca e improvvisa della “banda dei 4” a un mese dalla morte di Mao, ecc. ecc. Quanto a Preve, abbiamo avuto molte vicinanze soprattutto nella visione politica di una certa epoca di decadenza e ricordo con grande piacere i seminari tenuti insieme ogni estate a luglio in quel di Carrara nella seconda metà degli anni ’90 (se non sbaglio ben 5 seminari organizzati dal “Punto Rosso” di Milano, organo culturale vicino a “Rifondazione comunista”). E anche la precedente collaborazione alla rivista “Metamorfosi” e poi, nel decennio 1983-93, all’associazione “Centro Studi di Materialismo Storico”, da noi formata a Milano con una dozzina di altri marxisti. La divergenza più netta tra noi fu sul suo “umanesimo” e su una visione dell’anticapitalismo e del comunismo che a me sembrava più da “buoni religiosi” che da marxisti. Io non ero più veramente althusseriano; anche perché avevo scoperto con sorpresa che il filosofo francese non capiva la teoria del valore di Marx e pensava al profitto capitalistico quasi come l’ottocentesco Dühring (il “comando capitalistico”) e alle classi che si formavano nella lotta. Tuttavia, accettavo l’antiumanesimo (teorico; e si cerchi di capire questo termine) di Althusser; quello di certi marxisti (fra cui Preve) mi sembrava quasi “cattolico” e lo ritenevo lontanissimo da Marx. Se c’è una cosa che mi ha fatto sempre incazzare è la confusione tra critica di Marx al “feticismo della merce” (paragrafo cruciale del primo capitolo, appunto sulla merce, de “Il Capitale”, libro I) e l’alienazione umana, che non c’entra proprio per nulla con quanto lì sostenuto da Marx.

Osservatorio Globalizzazione: Un’ultima domanda che in realtà è un petere più che un quaerere: ci indichi un percorso e ci faccia una proposta di lavoro. Quale sentiero deve battere l’intellettuale critico al giorno d’oggi? Deve indagare i rapporti sociali alla ricerca di una maggiore giustizia ed eguaglianza? Deve concentrarsi sulla geopolitica? Deve strutturare una critica al capitalismo da ogni lato possibile? E soprattutto, quali sbocchi possono trovare queste strade nel “politico”?

Gianfranco La Grassa: So solo quello che faccio io da ormai alcuni decenni a questa parte (circa tre diciamo). Ritengo finita o almeno ampiamente consunta una certa epoca storica, quella in cui avevo fatto (dal 1953) una precisa scelta a favore della teoria marxista e della politica dei comunisti. Adesso credo di trovarmi in un’epoca di transizione (ho già fatto tanti paragoni a proposito nei miei scritti e video) e so che debbo lavorare soprattutto per ipotesi, che non sempre sono in grado di durare a lungo. Mi sono formato in un certo modo, ho accumulato un certo tipo di conoscenze e so bene che tutto questo non può non influire su quanto vado “elucubrando” giorno dopo giorno da tantissimo tempo. Mi è impossibile, in una situazione simile, effettuare una vera scelta politica. A volte mi attengo a quello che penso essere in quel determinato momento il “meno peggio”. Soprattutto la mia vera passione è per l’analisi da definirsi in qualche modo scientifica. Non mi dedico specificamente all’anticapitalismo e tanto meno alla critica, che ritengo del tutto sviante, della “finanza”. Per troppo tempo abbiamo creduto che esistesse solo UN capitalismo e abbiamo anche pensato che a fronte di questo si ergesse il tentativo di rivoluzionarlo transitando verso soluzioni socialistiche (non ancora comunistiche salvo che nella testa di perfetti ignoranti di marxismo). Non credo più a questa transizione, penso che non sia mai stata messa in moto nemmeno per un secondo e non abbia mai percorso un solo centimetro di spazio “in direzione di….”. Nemmeno mi affanno in merito alla scelta di un efficace movimento politico in questa particolare fase storica. Per il momento, l’elemento più dinamico è quello che non solo io ho definito multipolarismo, che sta creando una bella confusione e la crescita di tensioni e attriti. Poi vengono tanti bei discorsi di mediazione, di accordo (del tutto dichiarato con un “doppio pensiero” e tanta falsità). Quanto alla frattura sociale che si sta progressivamente creando nei paesi più avanzati (specialmente la rottura interna al ceto medio), avremo ancora un po’ di tempo da attendere. Le forze politiche oggi esistenti – soprattutto nei paesi di maggior potenza e/o avanzamento economico – sono scadenti come non mai. I sindacati sono qualcosa da far accapponare la pelle. Le unioni industriali – con imprenditori anche ricchi, ma abbastanza ottusi – sono ad un livello che mi lascia spesso incredulo. Appunto: come hanno fatto tanti soldi questi superficiali e anche piuttosto ignoranti? Mah! Non lo afferro. Un’epoca effettivamente assai complicata da interpretare ed in cui non si può agire con vera cognizione di causa. Dobbiamo abbandonare ogni rigidità interpretativa e soprattutto buttare a mare le vecchie concezioni ideologico-politiche. Conoscerle bene però, valutarne con oggettività gli effetti, smetterla con il manicheismo ancora in voga tra antifascisti e anticomunisti, il peggio che oggi esista. E’ indispensabile spazzare via questa zavorra. Ma quando ci si riuscirà? Più tardi sarà e più andremo incontro a soluzioni drammatiche. Per il momento cerco di trovare il tempo per una adeguata revisione (ma radicale realmente) della mia teoria d’origine, il marxismo, che resta il punto basilare di partenza. E poi cerco di ricordarmi della storia passata, di come è finita; e da qui parto nel tentativo di analisi delle nuove situazioni politiche (“interne” ed “internazionali”) su cui azzardo nuove interpretazioni e previsioni per il futuro. Sempre conscio che commetterò sbagli, che dovrò rivedere i “punti di arrivo” per avviare “nuove partenze”. E poi non posso essere io, così vecchio, a risolvere adeguatamente certi problemi relativi alla revisione del passato, alla conoscenza del presente, alla progettazione del futuro. Cosa fanno questi giovani? Qui sta il problema! Troppo opportunismo ancora, solo carrierismo! E mi taccio.

Grazie infinite, Professore!

Si è laureato in Economia presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 2011. Dopo un’esperienza di cooperazione in Egitto durante le elezioni parlamentari dello stesso anno, inizia a collaborare con diverse riviste di Studi internazionali («Affari Internazionali», «Eurasia», «ISAG – Geopolitica» e altre). Si occupa di storia ed economia politica nonché di strategia e affari militari con un forte focus sul mondo arabo e islamico e sullo spazio post–sovietico, sia come analista che come appassionato viaggiatore.

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