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Zinn, una voce critica nel cuore dell’America

Zinn, una voce critica nel cuore dell’America

La riflessione profondamente realistica della dinamica conflittuale della storia posta in essere da Howard Zinn nulla a che vedere con il realismo tipico della narrazione dominante volto a difendere le logiche di potere e di dominio degli Stati e delle oligarchie multinazionali . Ma soprattutto Zinn – come Chomsky – non interpreta il ruolo dell’intellettuale o dello studioso come colui che deve legittimare la narrazione dominante (Chomsky parlava ironicamente di “intellettuali Nato”) o come colui che deve interpretare il mondo non come se questo fosse fatto da individui concreti ma da pezzi di una scacchiera che possono essere sostituiti o eliminati in qualunque momento. Ed è proprio contro questa lettura delle storia – cara a Aron, Morgenthau, Mearsheimer, Luttwak e alle riviste accademiche di relazioni internazionali -che si costruisce non solo l’ottica interpretativa di Zinn ma anche quella di Krippendorf. In altri termini possiamo leggere la storia, per esempio, del colonialismo europeo dalla parte degli Stati e delle Compagnie delle Indie ( francesi, inglesi o olandesi) oppure dalla parte degli sconfitti e cioè dalla parte gli schiavi.

Howard Zinn (1922-2010) è stato un autorevole studioso di fama internazionale e un convinto attivista all’interno dei movimenti per i diritti civili e per la pace. Professore emerito di Scienze politiche presso la Boston University, ha scritto un’importante e ben circostanziata Storia del popolo americano dal 1492 a oggi, in cui ha dato voce alle ragioni degli oppressi, i nativi, gli schiavi neri, i poveri, smascherando il vero volto delle vicende che si sono sviluppate all’interno del paese dall’arrivo dei colonizzatori in poi e di quelle che hanno condotto gli Stati Uniti d’America alla posizione di leadership politica mondiale di cui si ritengono ancor oggi i legittimi detentori.

Profondo conoscitore delle vicende politiche anche recenti degli Usa, Zinn si è personalmente speso per diffonderne una realistica conoscenza nel mondo, fedele alla sua concezione del ruolo dell’intellettuale militante, del quale nel volume Non in nostro nome sottolinea come esso debba, al pari del giornalista libero, essere una voce critica e indipendente, assolutamente lontana da un atteggiamento servile nei confronti del governo. L’intellettuale deve infatti interpretare la democrazia come uno strumento che consenta ai cittadini di essere coscienti e critici nei confronti delle strutture del potere. Affinché ciò sia possibile, è necessario evitare che la società civile rimanga in uno stato di amnesia: proprio per questo diventa necessario ricostruire criticamente il passato, esattamente com’egli ha fatto con il suo lavoro di storico, distante dalle interpretazioni autocelebrative ed epiche tipiche di certo tipo di storia nazionalista.

Uno strumento utile da lui indicato ai cittadini per mantenere una coscienza critica è la lettura delle testate alternative rispetto a quelle che elogiano l’azione del governo. Anche il politologo americano, come Chomsky, condanna gli intellettuali al servizio del potere politico e militare. In particolare ritiene che i provvedimenti presi dal governo Bush all’indomani dell’11 settembre siano state misure conformi a un sistema totalitario più che a un sistema democratico e l’ha denunciato in pubblici dibattiti: l’intellettuale dev’essere infatti in grado di svelare tutto ciò che il governo sia in tempo di pace che in tempo di guerra cerca di occultare agli occhi della società civile.

In modo particolare, l’attenzione dell’intellettuale militante si deve concentrare sulle più importanti strutture di potere quali il governo, le agenzie di intelligence e le istituzioni militari. Grazie allo studio compiuto in relazione a queste istituzioni, diventerà evidente che il capitalismo costituisce l’elemento principale di realizzazione dei conflitti tra gli stati. Proprio per questa ragione l’intellettuale militante auspica un mondo senza capitalismo e soprattutto senza guerre di conquista.

Questa direzione, grazie alla quale la società civile americana attraverso le sue organizzazioni formatesi a partire dagli anni Sessanta ha di volta in volta promosso la battaglia contro la segregazione razziale, la discriminazione nei confronti delle donne, l’autoritarismo nelle scuole e la guerra del Vietnam, rappresenta un validissimo paradigma per l’edificazione della democrazia futura.

Ebbene, uno degli insegnamenti più importanti di quel periodo, che l’autore visse intensamente in prima persona, fu l’uso della disobbedienza civile, degli scioperi e dei boicottaggi che hanno costituito il fondamento per la realizzazione del movimento pacifista anche degli anni seguenti, come quello di opposizione alla guerra in Iraq, analogo a quello che vi fu durante la guerra del Vietnam, movimento che per Zinn, nel presente come nel passato, si rende necessario di fronte alla volontà, da parte del governo americano, di militarizzare il paese di fronte alla minaccia del terrorismo.

La conoscenza e l’uso di queste tecniche devono costituire un bagaglio teorico e pratico indispensabile per l’intellettuale militante, il quale però, di fronte a situazioni critiche, non può esimersi dalla giustificazione e dall’uso della violenza seppure in forme limitate, mentre deve condannare, senza se e senza ma, l’uso del terrorismo. Al di là di questa pur doverosa precisazione, l’autore sottolinea comunque come la guerra non costituisca mai una soluzione e come le norme giuridiche atte a regolarla non siano di fatto servite a umanizzarla.

Nel secondo volume preso qui in considerazione, Disobbedienza e democrazia, l’autore ripropone alcuni rilevanti interventi collocati temporalmente tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta.

Nel gennaio del 1966, in piena guerra del Vietnam, Zinn espresse esplicitamente la volontà che si dovesse porre fine all’imperialismo americano nonché alla guerra, consapevole del fatto che essa costituiva uno strumento tradizionale, del tutto deleterio, per risolvere i conflitti.

Al contrario della guerra tradizionale, la rivoluzione – come per esempio le quattro grandi rivoluzioni dei tempi moderni, quelle americana, francese, russa e cinese – possono essere giustificate anche se hanno determinato indubbiamente violenza. Nel mondo attuale tuttavia solo in taluni casi la rivoluzione può essere considerata valida. Quanto al riformismo gradualista – assai caro alla sinistra liberal – secondo l’autore non è stato mai realmente in grado di cambiare in modo profondo l’assetto sociale.

L’azione diretta nonviolenta –c he comprende varie tecniche quali i sit-in, i viaggi in autobus, le marce per la libertà, i pellegrinaggi di preghiera – ha determinato degli effetti positivi poiché ha disturbato lo status quo, ha turbato la quiete della maggioranza consentendo agli oppressi di esprimere la loro rabbia e ha reso pubbliche le ingiustizie dimostrando in questo modo l’inadeguatezza di qualsiasi via riformistica.

Nel 1969 l’autore sottolineò la grande portata della Nuova sinistra americana osservando come questa costituisse un amalgama eterogeneo ma di grande impatto sociale. L’importanza di questo grande coagulo di forze fu quella di indicare una nuova forma di radicalismo politico che permise alla società civile di analizzare la realtà del presente e di attuare efficaci cambiamenti sociali. Essa, connotata ideologicamente da una dimensione antiautoritaria e implicitamente anarchica, fu in grado di avviare la costruzione di istituzioni alternative e diverse da quelle tradizionali, quali le scuole libere, le libere università e in generale le comunità autogestite.

Proprio in una direzione di questo tipo si deve muovere l’intellettuale militante: deve cioè essere fautore in prima persona di spazi alternativi di libertà.

Uno dei riferimenti storici importanti per l’autore fu certamente il critico d’arte e anarchico di nazionalità inglese Herbert Read. In un articolo del 1971, Zinn individua nel programma anarchico alcuni aspetti positivi: la costruzione spontanea dei rapporti umani, il rifiuto della politica che viola le esigenze elementari dell’estetica, la sua dimensione coercitiva e soprattutto la dimensione cacofonica che l’ordine della vita moderna impone.

Nel contesto anarchico libertario, condiviso ampiamente da Zinn, l’istituzione del capitalismo appare distruttiva, irrazionale e inumana. Grazie a una percezione chiara e critica, l’intellettuale militante acquisisce la consapevolezza che le società nelle quali viviamo non sono realmente democratiche poiché sono controllate da un complesso politico-militare-industriale, ciò che fa sì che in questo sistema non esista una reale partecipazione popolare. Basti pensare, ad esempio, al tribunale, che viene considerato a torto uno dei presunti bastioni della democrazia, ma in realtà è essenzialmente un’istituzione tirannica nella quale il giudice è sovrano, avendo il controllo delle prove, dei testimoni, delle domande e dell’interpretazione della legge.

Affinché l’azione dell”intellettuale militante sia efficace, esso deve porre l’attenzione sul fattore del consenso alle istituzioni e dell’obbedienza civile, consenso usualmente acritico sulla base del quale in tutto il mondo i popoli chinano la testa anche di fronte alla povertà da cui sono oppressi e all’orrore che la guerra determina.

L’intellettuale militante, pur ponendosi come agente critico nei confronti del potere e delle istituzioni su cui esso si regge, deve comunque porsi in una posizione di parità con la società civile, senza rivendicare a sé priorità di vario genere, focalizzando le azioni di contrasto da attuarsi nei confronti del sistema su temi specifici. f

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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