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Brixia Fidelis Fidei et Iustitiae

Brixia Fidelis Fidei et Iustitiae

L’anniversario silenzioso della strage di Piazza della Loggia invita alla riflessione e alla speranza nel cuore dell’emergenza coronavirus. Con piacere ospitiamo questa riflessione del cittadino bresciano Valerio Bertoletti.

Il 28 maggio 1974 Brescia fu colpita dall’ignobile attentato di Piazza della Loggia. Una strage che ha ferito al cuore la città, ne ha segnato la storia e ha contribuito a costruire una memoria condivisa e collettiva grazie all’impegno civico e al ruolo di testimoni come Manlio Milani. Milani, classe 1938, nell’attentato perse la moglie, e da allora non ha cessato di essere testimone vivente del ricordo, anche attraverso il contributo decisivo di istituzioni quali la Casa della Memoria.

“Brixia Fidelis Fidei et Iustitiae” è l’epigrafe scolpita nel marmo della Loggia di Brescia. Questo antico motto ben sintetizza l’identità di Brescia, che anche i suoi illustri monumenti testimoniano. Essi, disse San Giovanni Paolo II in visita alla città nel 1998, “costituiscono la traccia visibile dei valori trasmessi dalle generazioni passate e tuttora presenti nei cuori e nella cultura dei suoi abitanti, ed “attestano una mirabile sintesi di fede e di ordinata convivenza, di amore alla propria terra e di solidarietà con ogni essere umano”.

Un sistema di valori che l’attentato del 1974 ha scalfito ma non affossato: dalla memoria collettiva Brescia ha trovato forza per riprendersi, nella consapevolezza della sua storia ha resistito, non affondando mai. Quando sulla strage del 1974 è stato squarciato il velo di omertà e silenzi, i protagonisti di questa storia hanno avuto la grandezza morale di considerare atti di giustizia, senza cedere a facili sentimenti di vendetta, le condanne dei responsabili della morte dei loro cari, come Carlo Maggi e Maurizio Tramonte.

Ed è impossibile non tracciare un paragone tra quel tragico giorno e la fase attuale, in cui Brescia e il suo territorio combattono la battaglia contro il coronavirus. Ora come allora, sono i valori di coesione, solidarietà e comunità a permettere alla città e al suo territorio di non affondare e di tener botta a una sfida epocale: la lezione di “Brixia fidelis” rimane

La “Leonessa d’Italia” è in ginocchio ma non cede al coronavirus. Quella di marzo e aprile è stata una vera e propria ordalia per Brescia e tutta la sua provincia, risultata la più colpita dall’ondata pandemica assieme alla bergamasca. Una conta quotidiana, quella dei nuovi contagi, dei ricoveri, dei morti: tante tragedie che compongono un dramma collettivo, quello di una provincia fiera, industriosa e avanzata trovatasi improvvisamente dentro alla peggiore pandemia dell’ultimo secolo.

Brescia la forte, Brescia la ferrea”, scrisse il Carducci nelle Odi Barbare del 1877. Ricordando le Dieci Giornate di resistenza alle truppe austriache nel 1849 che diedero alla Leonessa l’appellativo con cui è nota a livello nazionale. Brescia, come allora, è ferita ma non in ginocchio: l’intero periodo delle Dieci Giornate, dal 23 marzo all’1 aprile, è stato quest’anno compreso nella lotta al virus, condotta nella trincea degli ospedali urbani e di provincia, nelle strutture di cura, nella prima linea dei paesi dove il male invisibile del virus si è insinuato. Per Brescia e i comuni della sua provincia, per una comunità di oltre un milione di abitanti, è stata una serie di tante Dieci giornate quotidiane. Così ora il ricordo del 28 maggio si fa silenzioso, mentre la battaglia prosegue con minor rumore ma non diminuita attenzione.

La fibra della gente bresciana ha tenuto in maniera solida. Anche nell’ora più buia di un dramma che sembra non avere fine: gli Spedali Civili, nonostante oltre 300 dipendenti siano risultati positivi al virus, si sono adoperati per organizzare strutture specializzate nella lotta al Covid-19; il Giornale di Brescia, un’istituzione prima ancora che un quotidiano per la città, ha promosso assieme alla Fondazione Comunità Bresciana una raccolta fondi capace di ottenere in poche settimane oltre 15 milioni di euro da destinare alla collettività. Da Iseo a Quinzano d’Oglio, da un estremo all’altro della provincia, assieme ai racconti quotidiani del dramma delle morti e dei ricoveri, si segnalano storie di abnegazione da parte di lavoratori, volontari, dipendenti delle pubbliche assistenze. Nella città e nei comuni si rincorrono le storie di quotidiano eroismo: cambi volanti tra equipaggi di ambulanze rimaste in servizio per oltre 24 ore consecutive; organizzazione di gruppi volontari di aiuto agli anziani o ai cittadini rimasti isolati nelle proprie abitazioni; medici di base pronti a sfidare il contagio pur di portare assistenza ai propri ammalati. L’arrivo dei medici e degli infermieri albanesi, nelle ultime giornate di marzo, è sembrata la chiusura di un cerchio, apertosi quasi venticinque anni fa con l’arrivo dei primi profughi nel bresciano, da cui è nata una comunità laboriosa e fortemente integrata.

Anche l’industriosità e lo spirito imprenditoriale dei bresciani, da sempre uno dei tratti distintivi con cui sono noti al resto d’Italia, contribuiscono. Ha fatto il giro del mondo la storia di due risultati straordinari raggiunti in provincia di Brescia. A Chiari, cittadina il cui ospedale è risultato tra i maggiormente colpiti dal contagio, i due imprenditori Cristian Fracassi e Massimo Temporelli hanno stampato in 3D le preziose valvole per i respiratori polmonari. Nel capoluogo, la Isinnova, citata dal Financial Times, ha convertito le maschere da snorkeling in respiratori.

Attorno al Castello di Brescia si organizza la resistenza di un intero territorio. Resistenza umana, sociale, sanitaria. Resistenza civile: il minuto di silenzio presieduto dal sindaco Emilio Del Bono del 31 marzo scorso in Piazza della Loggia è stato un grande abbraccio collettivo a una città ferita ma non messa al tappeto. Quarantasei anni fa, in quella stessa Piazza, lo stragismo nero provò a mettere in ginocchio Brescia e l’Italia intera con l’infame attentato che ha segnato la storia della città nel Novecento. Manlio Milani, reduce, testimone e vittima di quell’orrenda strage che lo privò della moglie Livia, è da allora la coscienza civica della città. Una città che nel Novecento ha donato all’Italia personalità del calibro di Guido Carli e Papa Paolo VI ma che in nessun’altra figura si è mai identificata con tanto calore ed empatia umana. Le parole di Milani pesano come macigni, diventano un faro per la città: “Oggi come allora deve prevalere l’idea di ricostruire insieme, senza rinunciare alle idee ma pensando al bene comune”.

La resilienza della comunità è una delle forze del territorio bresciano. Un territorio coeso anche per i grandi sforzi della Diocesi guidata da Pierantonio Tremolada. Il Vescovo di Brescia unisce profondità spirituale e coscienza civica nei suoi interventi, ha celebrato in solitaria il Giubileo indetto per celebrare i 500 anni della Compagnia dei custodi delle Sante Croci e le messe pasquali negli ospedali, visita le parrocchie più colpite, è Pastore nel vero senso della parola.

Come durante le Dieci Giornate, come nella reazione civica, sociale e umana che seguì alla strage di Piazza della Loggia del 1974, Brescia fa quadrato e non si piega. Chi c’era e ha avuto modo di formare la sua coscienza civica e politica dopo il 1974 ricorda il ruolo decisivo della memoria del 28 maggio nella nascita di una consapevolezza comune verso la città, la sua cura e il suo sviluppo: una consapevolezza che attraversa oggi trasversalmente tutte le forze sociali e politiche della città. Ora, siamo certi, scatterà un meccanismo simile.

La Leonessa ruggisce con forza: il suo è un grido che incita alla battaglia ma, al tempo stesso, un segnale di rinascita. “Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia Leonessa d’Italia”: assieme a Bergamo, sorella-rivale divenuta gemella nel dolore, la città si stringe compatta per resistere all’assalto della malattia. Consci che Brescia ha la forza di saper ricordare i periodi di tristezza e dolore per trasformarli in memoria collettiva, coscienza comunitaria, fonte di energia e linfa per la rinascita.

Bresciano, classe 1966, laureatosi in Ingegneria agli albori dell'attività dell'Università degli Studi della sua città, appassionato di escursionismo, di poesia e della storia della sua città. Ha alle spalle una lunga carriera come dirigente in diverse aziende meccaniche e manifatturiere della sua provincia.

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