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Craxi, un’eredità politica da riscoprire

Craxi, un’eredità politica da riscoprire

Iniziamo oggi con questa ampia e dettagliata analisi di Verdiana Garau, che commenta sia la più recente pubblicistica sul personaggio che il contesto storico di riferimento, un dibattito sulla figura e il ruolo politico di Bettino Craxi, superata la fase di eccessiva confusione mediatica che ha contraddistinto le celebrazioni del ventennale della morte. In questo articolo, Verdiana Garau sottolinea la necessità di rivalutare il ruolo storico e politico del segretario e presidente del Consiglio socialista, da lei ritenuto fautore di un progetto politico che avrebbe potuto rafforzare il Paese e depositario di una visione che manca alla classe dirigente dell’era della politica destrutturata.

Mi sono più volte soffermata su questo spazio, a riflettere sul fenomeno della destrutturazione politica, quello spesso da molti definito post-ideologico.

Gli ultimi quaranta anni della storia della nostra Repubblica, ci riportano uno scenario di devastazione ideologica, in cui ciò che resta sono le macerie di una totale distruzione di sistema e del senso sociale in seno ad esso.

È forse ridicolo ridurre alle poche parole che entrano nello spazio di una pagina online il ritratto che meriterebbe la corporatura di Bettino Craxi, ultima intramontabile presenza forte della nostra storia politica.

Ci sono infatti quei quaranta anni di politica, i venti durante la sua presenza e i venti successivi alla sua condanna, con valori e teorie, disegni politico-strategici innovativi che fanno capo alla sua visione, come quelle di un socialismo del futuro per il futuro naufragate nella capitolazione della stabilità politica del paese;  

c’è la storia però, che stigmatizza nella sua figura una modernità di intento che la narrazione di questo paese dovrebbe con urgenza rispolverare subito e trarne la maggiore delle ispirazioni per l’emergenza espressiva per cui le nuove generazioni scalpitano per manifestare.

Diciamo che se si volesse dipingerne un quadro si potrebbe avere intanto chiara la cornice: il processo di destrutturazione politica del paese ha riportato sensibile il tema della rivalutazione di personaggi emblematici della storia italiana più recente in un momento di delicatezza storica come quello che stiamo attraversando.

Si è parlato con film e documentari, di recente è anche uscito Hammamet, il film di Gianni Amelio, con un esemplare Pierfrancesco Favino nei panni del protagonista Bettino Craxi. Ma anche su Giulio Andreotti e faccio menzione della visionaria ed onirica pellicola Il Divo già del 2008, a firma Paolo Sorrentino.

Si ricomincia a riascoltare con attenzione le vecchie interviste a Francesco Cossiga realizzate da vari giornalisti e consiglio quella di Roberto Arditti per Il Tempo del 2008, in cui l’emerito Presidente della Repubblica Cossiga, ai tempi Ministro dell’Interno, ripercorre i giorni del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e gli anni del terrorismo.

Si ritorna a parlare infatti moltissimo di Aldo Moro e recentemente è ricorso l’anniversario dei tragici fatti di Piazza Fontana.

Si discute tanto su Enrico Berlinguer e se nei confronti di Craxi abbia mostrato troppa aridità intellettuale, pur nel suo tentativo di far entrare il PCI sotto l’ombrello occidentale. Operazione difficile data la struttura giurassica del PCI fino ad allora al soldo del KGB e dell’URSS.

Massimo D’Alema a questo proposito dice che i conflitti tra Craxi e Berlinguer “sono soltanto un fattore biografico” senza dover necessariamente imputare loro la causa del problema politico. Sarà, ma tra le file del PCI e del PDS si sollevarono forti piuttosto le voci marcatamente antisocialiste, subito dopo la morte del segretario sardo avvenuta nel 1984. Fu lo stesso D’Alema a dire che la via al socialismo era anche possibile, bisognava uscire da un tunnel, ma il problema era che in fondo a quel tunnel c’era Craxi.

Forse la falla più grossolana in cui cadde il PCI nella sua fenomenologica parabola, fu di essere un partito totalmente inadatto ad un contesto democratico, un partito non può tenere lo stesso segretario per venti anni. Pur riconoscendo a Berlinguer e il suo PCI la lotta per grandi riforme e grandi conquiste, dai diritti delle donne all’ambiente e probabilmente non solo.

Per tutta la storia della prima Repubblica fino agli anni di queste vicende, PCI e DC hanno rappresentato quella forza d’equilibrio dove lo stato di aggregazione della materia di politica sovrana, che non riusciva ad occupare uno spazio proprio causa forze maggiori esterne, permetteva che le stesse pressioni dall’esterno restituissero pressoché inalterata quella stessa materia sovrana all’interno.

Le riflessioni sul craxismo

Molti sono i libri usciti che ripercorrono tra testimonianze e riflessioni gli anni del craxismo.

Il libro certamente più indicato per coloro che vorranno ripercorrere la storia di quegli anni è Controvento di Fabio Martini, edito Rubbettino.

Oggi sappiamo del cattivo odore che emana la politica, di quel disgusto e di quel presentimento negativo che suscitano le notizie ogni giorno sui piccoli e grandi scandali cuciti ad arte per gli spettacoli mediatici, della  cattiva reputazione che si è guadagnata la magistratura in tutti questi anni e quella è la reputazione degli organi dell’amministrazione giudiziaria dello Stato che fu definita proprio da Craxi  “ad orologeria”, che colpisce da allora, ormai  troppo spesso, la politica e il suo potere.

Quell’amministrazione si è fatta essa stessa politica, da molto tempo.

Oggi i giornalisti fanno ammenda. In quegli anni era difficile non farsi divorare dall’onda e cadere, o meglio scadere, nell’agone retorico dettato dal clima.

Ma lo scandalo di Tangentopoli scoppiò perché lo stesso sistema di finanziamento ai partiti ormai era diventato anti-economico e in definitiva doveva essere liquidato, al più presto. Fu da qui che partì quella linea consociativa che vide nel PSI il capro espiatorio di un sistema già marcio, sistema che riguardava tutti, nessuno escluso.

È stato il magistrato Gerardo d’Ambrosio, protagonista della vicenda Mani Pulite, ad ammettere che “la storia ha dato ragione a Craxi, perché anche gli altri partiti si finanziavano allo stesso modo del PSI.”

Nel 1992 fu l’anno di Maastricht, che aprì le pance dell’appetito finanziario, Falcone salta in aria nella tremenda strage di Capaci, il tutto subito pochi anni dopo la caduta del muro di Berlino.

Crolla definitivamente il sistema, crolla la politica.

La saga di Mani Pulite diretta dal “falso eroe” Antonio di Pietro e i processi di piazza si prestarono benissimo per il circo mediatico: ogni giorno alle 19.00 si facevano riunioni per la TV e i giornali, e lo spettacolo andava in onda a reti unificate, dal programma Samarcanda di Michele Santoro ai canali di Berlusconi.

La normalità politica venne meno. Iniziò l’era del cosiddetto “populismo” e della videocrazia.

Come ha fatto però notare recentemente Alessandro de Angelis, vicedirettore di Huffington Post, durante la conferenza che si è tenuta sul libro di Fabio Martini a Roma, questo gran parlare di Craxi e di quegli anni non ha ancora sciolto il caso e riaperto il dibattito, ma quasi riacceso antichi dissapori e lotte intestine alla politica che parevano sopite.

Siamo davanti ad una memoria non condivisa e nemmeno pacificata.

Nei partiti “ci sono le Pasque e le Quaresime” e anche il PCI così come la DC in quegli anni, stavano attraversando la grande acqua, per usare un’espressione cinese.

Un cambiamento epocale, di vastità storica, al quale solo pochi sopravvissero.

Certamente ci si continua a domandare: ma il socialismo è davvero finito? Indubbiamente siamo oggi di fronte ad un sistema capitalistico fallace, poiché il capitalismo così concepito ha generato viceversa nella politica quel malsano rapporto tra eletto ed elettore che è stato sostituito da quello tra eletto e segretario, ovvero una creatura che va oltre la partitocrazia, cioè una reale e propria oligarchia, senza mezzi termini. Così come il capitalismo finanziario, che infatti genera molti poveri e pochi ricchi.

Non è con l’economia che si fa politica, ma è la politica che rende buona l’economia.

La fine di Craxi e l’inizio dell’antipolitica

Con Bettino Craxi, agnello sacrificale della gogna giudiziaria politicante, si è definitivamente in quegli anni distrutto la credibilità della politica italiana, in cui il clima giustizialista e il popolo forcaiolo delle monetine gettate al Raphaël, monetine fasciste e monetine comuniste, furono complici e protagonisti e ancora oggi conservano questa tradizione, crescendo e pascendosi di turpiloquio mediatico.

Necessario sarà comporre e ricomporre l’alfabeto politico del Paese e del sistema Italia, se questa riflessione varrà qualcosa e trascrivere sul terreno della politica il tempo perduto contro il nullismo programmatico e a questo punto ricominciare dalle macerie di questa lenta destrutturazione.

Gennaro Acquaviva (che insieme a Luigi Covatta ha curato il saggio La grande riforma di Craxi), sottolinea che non è questo il modo di riportare all’attenzione dell’opinione pubblica il personaggio Craxi, riferendosi ad esempio al film Hammamet e che il libro Controvento di Fabio Martino è certamente un’ottima sintesi storica a cui dedicare attenzione.

Si aprirà così il varco verso una fase più oscura della crisi politica e della crisi del sistema; il fossato della sfiducia che separa e allontana i cittadini dalle istituzioni si allargherà ancor di più e pericolosamente”. (Bettino Craxi, apparso sull’Avanti il 28 settembre 1978, titolo Ottava Legislatura).

Craxi, Moro, Berlinguer: tre vicende da studiare

A mancare ancora oggi è una giusta ricerca storica delle tre tragedie della nostra politica di fine XX secolo, quelle di Moro, di Berlinguer e di Craxi, che riguardi a confronto tutti e tre i personaggi.

È Marcello Sorgi che intenta in parte questo percorso esplorativo, nel suo Presunto colpevole, partendo da quelle parole che giunsero a Craxi per la penna di Aldo Moro il 12 aprile 1978:

Caro Craxi, poiché ho colto, pur tra notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo partito a questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare, e anzi di accentuare la tua importante iniziativa (…) mi pare tutto un po’ assurdo, ma quel che conta non è spiegare, ma, se si può fare qualcosa, di farlo. Grazie ancora e affettuosi saluti. Tuo Aldo Moro”.

In quel frangente, che si concluse con la spietata condanna a morte del presidente della DC, fu l’incapacità dello Stato ad impedire il peggio e non si trattò di una trattativa negata, come sempre Sorgi fa notare, ma di una trattativa non riuscita.

Fu in quel contesto che si manifestò il carattere di Bettino Craxi sempre incline all’iniziativa. Craxi cercherà di prendere in mano la situazione e rivolgendosi ad Andreotti dirà Ma chi sono questi inafferrabili nemici della democrazia? Chi li protegge? Colpiscono con sicurezza e godono di una efficiente rete informativa e di protezione. Tentate l’impossibile per liberare Moro”.

Fabrizio Cicchitto ricorda, come riportato nel libro di Sorgi, le parole di Craxi:  “Andiamo avanti. Dobbiamo riuscire a salvargli la vita. Far capire che noi non siamo come i comunisti”.

Pochi giorni dopo arriverà un comunicato dai terroristi. Si chiede un baratto tra la vita di Moro e la scarcerazione di tredici detenuti. Ma Berlinguer definirà “provocatorie” le considerazioni di Craxi a recepire quel simbolico messaggio pervenuto dalle BR e di cominciare a dare loro un qualche segnale. Berlinguer si arroccò invece sulla linea di rifiuto su cui si era posizionato Andreotti.

Molti pensarono che Craxi volesse innestare una crisi di governo e strumentalizzare la vicenda.  Rispose che “gli stati forti trattano, i deboli si arroccano.”

Sono trascorsi più di quarant’anni da quella primavera del 1978 e venti dalla morte di Craxi ad Hammamet. Scrive Sorgi: “Sono vicende molto diverse, non c’è neppure bisogno di dirlo. (…) Ma il filo di ferro che le unisce, oltre al fatto che riguardano personaggi eminenti della politica italiana – gli ex presidenti del Consiglio rimasti più a lungo a Palazzo Chigi, due innovatori, ciascuno nel proprio stile e con i propri tempi, che avevano a cuore il futuro del proprio Paese- è l’incapacità dello Stato, che sarebbe potuto intervenire e non lo fece per salvare loro la vita. (…) …cadere vittime di un’indifferenza e di una spietatezza che non si aspettavano e che non pensavano di meritare.”  

Al tempo di Craxi, fu la politica a finire sotto processo, prima che il personaggio politico.

Il “colpo grosso” di Tangentopoli su cui si sprecheranno dibattiti da qui ai prossimi venti anni, venne sferzato ad avversare un disegno molto più grande  del profilo che si potrebbe tracciare con una matita seguendo i lineamenti craxiani.

L’Italia “venne rivoltata come un calzino”, per usare la nota espressione del braccio destro di Di Pietro, con lo strumento giudiziario. Non si azzera una classe dirigente, non si destabilizza un Paese, con conseguenze pesanti, senza avallo internazionale e concorso di grande finanza, interessi e poteri forti” (Marcello Sorgi).

Le situazioni continuano e la storia si ripete e la storia sarà sempre contemporanea, come diceva Benedetto Croce, poiché avrà sempre bisogno di essere rivalutata e riconiugata al presente, per capire il presente con il passato.

Le ragioni del craxismo

Bettino Craxi fu un personaggio che negli anni subito successivi a quelli detti di piombo, anni nei quali l’Italia si stava dunque giocando la propria democrazia e anni che vedono entrare in crisi l’equilibrio dominante delle grandi potenze della guerra fredda, gli USA e l’URSS, salì al potere e riuscì a portare un piccolo partito a diventare fondamentale negli equilibri di governo, fino a diventare esso stesso il governo, con grandi propositi, con ideali socialisti e una grande aspirazione internazionale.

La nostra stessa Costituzione altro non è che un contratto, stipulato subito dopo il secondo dopoguerra, fra due grandi potenze che in definitiva si spartirono il mondo, con noi al centro.

Venuto meno quell’equilibrio e dopo gli anni della tensione, fu indispensabile cercare di ricostituire una politica che potesse essere riformista e anche cattolica. Con una vis di sinistra e al tempo stesso riconoscente alla modernità, non austera, ma aperta, internazionale e progressista quanto bastava, all’avanguardia, ma sempre attenta alle sue tradizioni, fece così il suo ingresso il PSI di Bettino Craxi.

Il PSI di Craxi fu coagulo che presto però diventò grumo, tra un partito conservatore cattolico filoatlantista come le DC dell’epoca e l’altrettanto riformista e di sinistra come quel PCI che però non riuscì ad accettare questa stella nascente della politica che portava un vento di ispirazione per un rinnovo generale.

Fu il primo, Craxi, a comprendere che il famoso Compromesso Storico non avrebbe avuto sbocchi e che in Italia “non sarebbe mai più cresciuta nemmeno la cicoria”.

Fu uomo estremamente attivo, anticonformista, a tratti spericolato. 

Si ricordano quelle che si potrebbero definir gesta, se si trattasse di poema epico, con la nota crisi di Sigonella, dove “si permise” di sfidare a testa alta la potenza americana rivendicando la nostra sovranità italiana e dove riuscì a porre limiti tra dove cominciava la nostra indipendenza e finiva l’imposizione dei nostri storici alleati americani sul nostro territorio e sulla nostra politica. Un caso diplomatico che rischiò di sfociare in uno scontro armato tra VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) e i Carabinieri, contro la Delta Force statunitense, in seguito all’omicidio di un vecchio disabile ebreo, Leon Klinghoffer, omicidio avvenuto sull’Achille Lauro, nave italiana, per mano di terroristi appartenenti al commando palestinese e che Craxi avrebbe voluto veder processare in Italia, ma che gli americani di Reagan volevano invece in consegna per occuparsi loro del caso.

In precedenza fu lo stesso che anni prima, nel 1979, con il voto del PSI diede via libera all’Italia per l’accettazione dei missili Pershing e Cruise nelle nostre basi NATO e fu Craxi a decidere subito per la loro installazione, pur sapendo che non avrebbe reso contento Berlinguer con questa scelta. Lo stesso che quando seppe di due scud lanciati verso l’Italia da una base libica nel 1986, non esitò ad ordinare immediatamente di affondare la nave da cui quei due missili si pensava fossero partiti. Fortunatamente i missili finirono in acqua e si scoprì che furono lanciati direttamente da terra. Non accadde nulla, anche se i libici continuavano a vantarsi di aver distrutto una base americana a Lampedusa in risposta al bombardamento di Tripoli, ma quelle basi non esistevano, a Lampedusa c’era soltanto una stazione civile di orientamento per la navigazione.

Fu lui con il suo governo nel 1987 a stanziare i fondi per il recupero del DC-9, l’aereo che in volo tra Bologna e Palermo scomparve dal radar e si inabissò ad Ustica facendo più di ottanta vittime.

Dal reperimento dei resti si fece più forte l’ipotesi che ad aver causato l’incidente fu un conflitto aereo. “Sarebbe sconvolgente” scrisse Craxi. “una muraglia multinazionale di omertà avrebbe così coperto per tanto tempo i fatti”.

Finanziò i partiti socialisti di mezza Europa, aiutò i paesi dell’est, quando questi mostrarono segni di difficoltà; diede danaro ai sandinisti, ai palestinesi. Si fece amici gli arabi. La sua audacia in campo internazionale nel tentativo di scardinare equilibri pesti e malsani e ricostruirne eventualmente di nuovi nel nome di un’Italia in Europa e nel Mediterraneo, la pagò a caro prezzo.

Era un uomo certamente generoso e indubbiamente socialista, nel senso più puro del termine. Anche quando finì ad Hammamet non smise di condividere con gli altri ciò che aveva, utilizzando anche il poco denaro che gli era rimasto per aiutare famiglie di pescatori che gli prestavano aiuto in casa, o come il giovane fioraio che aveva bisogno di finire gli studi. Ogni anno versava un contributo alla diocesi di Tunisi. Si diede particolarmente da fare per restaurare la chiesa di La Goulette chiamata anche “la piccola Sicilia”: in quella chiesa è conservata una statua della Madonna di Trapani, che fino almeno a dieci anni fa veniva portata in spalla in processione seguita da arabi musulmani, cristiani ed ebrei.

A lui in quegli anni si devono grandi riforme come il taglio di 3 punti percentuale sulla scala mobile con il decreto di San Valentino e la successiva abolizione. Berlinguer si oppose ferocemente e propose un referendum abrogativo che non cambiò il corso del provvedimento.

Fu l’unico che circondato di altrettanti uomini capaci, Gianni de Michelis, Andreotti, Giuliano Amato (che poi non fu più tanto amato), ridisegnò le prospettive italiane sul piano geopolitico mondiale con chiarezza di visione anche per il progetto di una nuova Europa che tutti costoro avevano in mente.

Spingeva affinché si arrivasse ad una vera riforma costituzionale. Diceva che anche i migliori edifici, più solidi e meglio costruiti, con il tempo possono mostrare segni di logorìo. In questa materia considerava il presidenzialismo “una superficiale e vaga fuga verso un’ipotetica Provvidenza”.

È l’immobilismo in Italia ad essere dannoso e la riforma di cui non solo allora, ma ancora oggi, avrebbe bisogno il paese riguarda senza dubbio la Pubblica Amministrazione, al centro come nella periferia.

Berlinguer fu molto critico allora nei suoi confronti.  Lo definì ad un certo momento “un pericolo per la democrazia”.  Antonio Tatò (fondatore del movimento dei catto-comunisti e responsabile dell’Ufficio stampa del PCI e segretario di Enrico Berlinguer) nei suoi appunti riservati indirizzati a Berlinguer, scrisse di Craxi “avventuriero, avventurista, spregiudicato, un socialdemocratico di destra con venature fasciste”.

Correvano le differenze, come in una competizione, tra riformisti e riformatori.

Bettino Craxi, vent’anni dopo

Berlinguer e Craxi avrebbero dovuto discutere su una nuova legge elettorale e Bettino, a differenza di molti altri, si dimostrò sempre un uomo dal profondo rispetto per ciò che sta a sinistra in politica. In tema elettorale fu sempre un tenace sostenitore del proporzionale, dove un doppio turno e un premio di maggioranza avrebbero potuto, in questa totale formula, restituire al paese tutto il potenziale democratico, nelle differenze per le differenze.

Berlinguer forse morì troppo presto per trovare il tempo di ammorbidire le sue granitiche e ostiche posizioni ideologiche e lasciar entrare questa irruenza dall’aria rivoluzionaria e Craxi certamente dopo essere stato rifiutato, offeso ed ostacolato, alzò il muro tra lui e il PCI.

Ecco quella che piace essere chiamata “la mano invisibile”, o “potere occulto” si avvicina e cala la sua ombra. L’opportunismo fece da padrone e il promesso statista Craxi fu trascinato in un processo storico dove non solo si attentò alla stabilità del paese, ma si mise fine alla credibilità della politica italiana.

Con il silenzio di tutti coloro che avevano partecipato.

Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza, senza eguali sulla sua persona” Queste furono le parole dell’undicesimo Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano inviate alla famiglia Craxi all’indomani della morte avvenuta nel gennaio 2010.

Pochi anni prima, lo stesso Craxi scriveva: “ di fronte ad una commissione di inchiesta parlamentare sul sistema di finanziamento illegale ai partiti e della politica, Giorgio Napolitano sarebbe un testimonio di primo piano.(…) L’On. Napolitano è stato per anni il responsabile delle relazioni internazionali del PCI. In questa veste non poteva non sapere (…) di un sistema di finanziamento illegale di cui i comunisti italiani erano i primi, tra i partiti comunisti e non del mondo, ad avvantaggiarsene. (…) L’On Napolitano ha il privilegio di rappresentare il  nuovo dopo aver avuto un ruolo non secondario  in una parte importante del vecchio, sentirà certamente l’obbligo politico e morale di dare il buon esempio. Non credo che d’altro canto possa sostenere e pretendere che la storia della democrazia italiana sia iniziata nel 1989 ”.

Ma Craxi non era un semplice imputato di Tangentopoli come gli altri: era diventato l’uomo zero di tutto il sistema di corruzione, il nemico numero uno della giustizia, unico obiettivo dei Pm di Milano che lo volevano finito. Mani Pulite fu un tragico evento, dai contorni sanguinosi.  Suicidi, attentati, azioni finanziarie dinamitarde.

Oggi, dopo venti anni da quella tragica fine, abbiamo un’Europa debole che necessita di grosse strutturali modifiche, un paese che registra i minimi storici di crescita, una popolazione che stenta a comprendere le sue radici sociali.

Fu un uomo che per aver intentato una scalata impossibile in mezzo a poteri fortissimi che avevano dominato il paese e poi perso la bussola, quando tutti smarrirono i loro finanziatori, si ritrovò in esilio a pagare da solo lo scotto di una atroce e lenta destrutturazione politica studiata scientificamente a tavolino per eliminare qualsiasi alternativa politica in Italia.

Ma c’è sempre il bastone da maresciallo nello zaino del granatiere.

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

Comments

  • Nicola Scalzini
    2 Marzo 2020

    Concordo su molte questioni. Mancano almeno due punti importanti che fanno del Governo Craxi uno dei migliori del dopoguerra. Il primo riguarda il nuovo concordato con la chiesa con il quale lo Stato viene ripulito dei suoi caratteri confessionali e ricostruito nella sua totale laicità pur senza penalizzare i sentimenti religiosi del popolo. Il secondo riguarda l’attuazione di una rigorosa politica dei redditi che abbatté l’inflazione, fece triplicare il numero delle imprese, sconfisse la crisi economica portando il paese all’avanguardia delle potenze economiche( tra le prime cinque),meritando il massimo giudizio positivo delle società di rating, ossia la tripla A.

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