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Università, istituzioni, economia: l’alleanza contro la crisi secondo Resta (PoliMi)

Università, istituzioni, economia: l’alleanza contro la crisi secondo Resta (PoliMi)

L’Osservatorio ha scambiato alcune considerazioni sulla cooperazione tra accademia, istituzioni e mondo economico nella risposta alla crisi del coronavirus e nella sfida della ripresa dei prossimi mesi con Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano. Resta, classe 1968, è rettore del Politecnico dal 2017 e da febbraio 2020 dirige la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui).

Buongiorno Rettore e grazie mille per il tempo a noi dedicato. Il Politecnico di Milano è risultato uno degli atenei più attivi nella risposta all’emergenza sanitaria e si è attivato sia sul lato della continuità didattica che sul fronte del sostegno alle imprese e alle istituzioni per fornire le sue capacità nella battaglia contro il coronavirus. Quali sono state le iniziative più importanti da voi assunte?

Il Politecnico di Milano ha fatto la sua parte cercando di reagire rapidamente al pericolo. Mi ricordo quel sabato mattina alla fine di febbraio quando, dopo la notizia del primo caso a Codogno, alle porte di Milano, abbiamo deciso di sospendere le lezioni. Avevamo negli occhi le immagini terribili attivate dalla Cina e non ci è voluto molto a capire che quel singolo caso avrebbe dato vita a un focolare non alle porte di Lodi, ma nell’intera Lombardia.

Nel giro di due settimane abbiamo portato tutti i nostri corsi online per garantire il regolare svolgimento del semestre. Sono 2.400, per inciso. Uno sforzo non da poco, ma fortunatamente riuscito. Abbiamo 45.000 ragazzi collegati in streaming. A molto è servita l’esperienza che avevamo già avviato, in tempi non sospetti, di didattica a distanza. Un terzo del nostro personale era preparato alle modalità blended e flipped. Non a caso, siamo tra le università italiane con il maggior numero di MOOC online (una sessantina), a testimonianza che guardare avanti è sempre buona cosa. Alcuni docenti hanno espresso la necessità di fare lezione in ateneo, per via di strumentazioni particolari. Abbiamo quindi provveduto ad attrezzare aule ad hoc, in piena sicurezza.

Allo stesso tempo abbiamo laureato oltre 6.000 nuovi dottori, ai quali promettiamo una grande festa non appena possibile. Se lo meritano, è un momento importante per loro e per le loro famiglie.

Abbiamo poi capito che avremmo potuto fare di più, decidendo di aprire alcuni laboratori alle imprese e agli enti in prima linea sul fronte dell’emergenza. Da un lato, testando migliaia di campioni di materiali utili alla produzione di mascherine, per le imprese lombarde che hanno deciso di riconvertire la loro produzione. Dall’altro, iniziando a fabbricare la Polichina, un liquido disinfettante che distribuiamo gratuitamente alla Protezione Civile.

Affrontata l’urgenza, abbiamo poi raccolto le competenze multidisciplinari dell’ateneo per sviluppare un modello sistemico per la ripartenza da mettere a disposizione del decisore politico. Un approccio non settoriale, come molte delle proposte avanzate. Non usciremo da questa crisi con regole o provvedimenti pensati per singoli settori dell’industria o della società. Piuttosto con un insieme organico di interventi. Grazie alle competenze multidisciplinari interne all’ateneo, siamo riusciti a predisporre uno strumento che ci consentisse, non già di formulare singole proposte, ma di valutare insiemi complessi di regole e interventi. Insomma, non siamo stati con le mani in mano…

Sotto il profilo del necessario coordinamento tra istituzioni, accademia e mondo economico, quali sono le lezioni più importanti da trarre da questa crisi?

Le lezioni che si possono trarre da questa crisi sono diverse, ma tutte portato a una logica conclusione. Quella che nessuno può farcela da solo, né a livello locale, né tantomeno internazionale. Le vicende europee e lo scontro tra le due superpotenze, Cina e USA, sono esemplificative.

In primo luogo, il coordinamento tra le istituzioni si è rivelato, fin da subito, un nodo centrale. Pensiamo al rapporto Stato/Regioni, che ha segnato fortemente la prima risposta all’emergenza. Oppure pensiamo al rapporto all’interno alle istituzioni: un parlamento che si è sentito esautorato, con le forze di opposizione alla deriva. Questo proprio quando ogni sforzo della politica avrebbe dovuto remare compatto nella stessa direzione. Non che queste fratture non esistessero prima del Covid, ma quello che dovremmo imparare da questa esperienza è come sanarle e non come esasperarle.

Molte scelte sono state prese in uno stato di necessità assoluta. Giuste o sbagliate, hanno mostrato i limiti di un Paese al quale non dovremmo tendere ora con fare nostalgico, se non per migliorarlo. Mi riferisco, per esempio, ai tanti ostacoli che la burocrazia frappone tra le scelte del decisore e la loro attuazione. Serve snellire procedure e pratiche che spesso sono un cappio per la nostra economia. E che rischiano di levare ossigeno a un’economia già in crisi e alle tante realtà imprenditoriali medio-piccole. Quindi ancora più forte deve essere il coordinamento tra istituzioni e imprese, tra istituzioni ed enti terzi. Servono misure importanti, come quelle annunciate, ma serve che entrino in azione rapidamente per aiutare il settore produttivo a rialzarsi, per andare incontro ai bisogni delle famiglie e delle imprese.

L’università, seppur colpita da questa crisi, ha reagito molto bene. Non solo sul fronte della didattica, portando online il 94% corsi. Ma ha anche dimostrato di essere un attore sociale a tutti gli effetti, che non opera solo sul fronte della formazione, ma che risponde alle esigenze della collettività. Da chi si è adoperato sul fronte medico, anticipando l’ingresso nel sistema sanitario di medici e infermieri, a chi ha aperto le porte dei laboratori per test sierologici, per produrre liquidi igienizzanti, per testare materiali per camici e mascherine, per realizzare simulatori, app e braccialetti elettronici per il distanziamento… L’università si è posta al centro di una rete di relazioni con il territorio e questa dovrebbe essere, anche in stato di normalità, la sua naturale funzione. Troppo spesso, invece, è stata abbandonata a sé stessa. Speriamo che la lezione, questa volta, arrivi forte e chiara.

La crisi attuale ha portato in una posizione ancora più centrale nel discorso pubblico le tecnologie di frontiera e il tema dell’innovazione. Quale sarà il loro ruolo nel futuro post-crisi?

Premesso che il futuro post-crisi è ancora molto incerto, penso che lo sviluppo tecnologico dei prossimi anni non possa che confermare la direzione intrapresa. Quella di mettere la tecnologia a servizio dell’individuo. Quella di rimettere la persona e i suoi bisogni al centro dello sviluppo.

Già negli ultimi anni il rapporto tra tecnologie e scienze dalla vita è diventato centrale. Basti ricordare che lo scorso anno, in collaborazione con Humanitas University, il Politecnico ha lanciato la prima laurea magistrale che unisce ingegneria e matematica. Oppure riflettere sul ruolo dei big data. Dalla tecnologia possiamo estrarre informazioni in grandi quantità, ma che da sole non dicono nulla se non c’è qualcuno che le sa interpretare e mettere in relazione… Serve quindi, come dicevamo prima, collaborazione e interazione tra settori che un tempo tenevamo distinti, ma che l’avvento delle tecnologie digitali, così come dell’intelligenza artificiale, hanno avvicinato enormemente.

L’approccio interdisciplinare sarà quindi fondamentale per affrontare le sfide del futuro, il che significa che la scissione tra materie umanistiche e tecnico-scientifiche diventa sempre più labile. Molti gruppi di lavoro, negli ambiti più disparati, sono sempre più interdisciplinari. La tecnologia può fare da collante, ma è poi il fattore umano quello che determina la riuscita di ogni impresa. Ma soprattutto, e chiudo, la tecnologia nel futuro sarà sempre più consapevole del proprio impatto e quindi delle implicazioni etiche di ogni scelta tecnica, fin dalle prime fasi progettuali. Conosciamo il Manifesto di Russel ed Einstein scritto oltre mezzo secolo fa, a seguito di esperienze altrettanto drammatiche. Portare nella facoltà di ingegneria filosofi e sociologici, come abbiamo fatto al Politecnico di Milano, è un grande passo in avanti. I nostri studenti degli ultimi anni e del dottorato lo hanno capito ed accolto perché consapevoli che il loro ruolo in futuro non sarà quello di progettare delle macchine, ma quello di progettare la vita delle persone.

Quali ritiene siano le sfide più importanti per l’università e l’istruzione italiana nel dopo crisi?

Prima del Covid vi avrei snocciolato una serie di interventi che avevo chiari in testa: il crescente invecchiamento della popolazione con nuovi servizi e prodotti; la sostenibilità alimentare; le opportunità offerte dai big data al sistema sanitario. E ancora: la smart city, il manifatturiero, la transizione energetica, la robotica collaborativa e l’economia circolare… Li ho ancora tutti in mente, ma credo che la sfida più grande sia quella di ripensare un mondo che è cambiato, che ha ristabilito una nuova serie di priorità.

Come dire, continueremo a pensare allo sbarco su Marte, ma con la consapevolezza della nostra fragilità. Credo che il compito principale dell’università, dell’istruzione in generale, sarà proprio quello di trasformare i rischi in opportunità. Di riconcepire le grandi sfide, ripensando in primo luogo sé stessa. A partire dalle nuove modalità didattiche che ricorreranno sempre di più al digitale. Una risorsa che si è rivelata indispensabile in questo momento, ma che mai sostituirà la relazione umana, il rapporto sociale. E che tuttavia ci ha insegnato che il tempo speso in classe deve allontanarsi sempre di più dal nozionismo e dalla lezione frontale (lasciamolo allo schermo del pc), per dare spazio all’interazione, al confronto e al pensiero critico. Credo che docenti e studenti si interrogheranno su questi aspetti. Così come i ricercatori sapranno usare una nuova lente per filtrare la realtà e i loro obiettivi in maniera sempre più responsabile, sempre più interdisciplinare e sempre meno autoreferenziale.

(A cura di Andrea Muratore)

Clicca qui per leggere tutte le interviste realizzate dall’Osservatorio Globalizzazione.

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